Domenica, 14 Luglio 2024
I personaggi e le loro storie / Ferriere

Vivere oggi sull’Appennino piacentino, i reportage diventano libro: «Voce a chi va controcorrente»

Settanta interviste raccolte dal giornalista Filippo Mulazzi lungo oltre cento chilometri di montagne, dalle frazioni di Zerba a quelle di Morfasso: «La prima ü basulòn, ricordando la spesa con la nonna». Domenica 23 giugno la presentazione a Ferriere

«Da cronista sono abituato a ricevere dalla montagna notizie di calamità naturali, devastazioni, ponti che crollano o spopolamento. Stanco di dover ascoltare e riportare solo fatti di questo genere, ho deciso di raccontare tutta la vitalità di quei luoghi e di dare voce a una serie di persone che vanno un po' controcorrente».

È iniziata con l’intervista a ü basulòn, sulla scia del ricordo della spesa con la nonna, l’ultima risale invece a pochi mesi fa, con protagonista l’inventore del salmone affumicato di Farini: settanta storie, settanta vite di oggi sulle montagne piacentine, in un percorso lungo cinque anni e oltre cento chilometri, dalle frazioni di Zerba alle località a monte di Vernasca. E ora è diventato un libro,“L’Appennino resistente e i suoi protagonisti”, edito da Officine Gutenberg e scritto da Filippo Mulazzi, giornalista e autore dei reportage in quota a cui da tempo ha abituato il pubblico del nostro quotidiano.

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C’è un po' di tutto e di chiunque: neodiplomati, commercianti, imprenditori, pensionati di ritorno, agricoltori, operai, artisti e allevatori. Hanno scelto di restare o di migrare in punti remoti di questa provincia e sopra una certa altitudine. Singoli episodi, ricorda Fabrizio Gatti nella prefazione, raccolti tra un vuoto e l’altro - fatto di assenze di servizi, lavoro, possibilità -, ma che in queste pagine di memoria contemporanea trovano una dimensione comune, dove le distanze si accorciano e le parole disegnano una storia locale e non solo. Altrimenti perduta.

Domenica 23 giugno la prima presentazione del volume a Ferriere – ore 11.15, in piazza ex municipio, in caso di maltempo l'evento si svolgerà nel salone parrocchiale (dietro la chiesa) – con il giornalista Andrea Dossena e l’autore, che lì è di casa.

Il tuo non è il punto di vista di un “forestiero”. «No, sono originario di Ferriere, luogo al quale rimango molto legato e che frequento in ogni momento libero. Nel libro ho spesso messo a confronto la realtà dell’Appennino con quella della città; a mio parere, negli ultimi anni, questi due mondi si parlano sempre meno. Ed è strano; quasi tutti noi, abbiamo quantomeno un nonno che viene da una dimensione rurale, l’Italia era un Paese prevalentemente contadino fino a sessant’anni fa. Penso che non ci sia stata una trasmissione di sapere e tradizioni tra le generazioni. Mentre da noi, in montagna, un ragazzo giovane sa cosa facevano i nonni, com’era la vita nel dopoguerra».

È un modo per contribuire alla sopravvivenza di questa realtà? «Assolutamente: volevo raccontare che c’è tutto un mondo poco raccontato dai media, di persone che rimangono a vivere e lavorare in zone svantaggiate, lontane dai servizi e dal mondo dal lavoro, eppure riescono lo stesso a ritagliarsi delle esistenze che hanno un’altra qualità della vita».

La storia che ti ha emozionato di più? «Sicuramente la prima, perché c’è di mezzo un ricordo familiare personale: io che accompagno mia nonna a fare la spesa da ü basulòn Gianni Rocca. Sono partito da lui perché è la prima persona che mi è venuta in mente per rappresentare l’impegno di certi montanari nella vita di tutti i giorni: Rocca ha più di 60 anni, potrebbe anche smettere di fare quel lavoro, ma si sente incaricato da una sorta di missione per i suoi clienti, che sono gli stessi da una vita, come se svolgesse un servizio pubblico. E poi lo faceva suo padre ed è un modo per portare avanti la tradizione. Mi ha sempre colpito il fatto che nessuno lo avesse mai intervistato fino ad allora, pur essendo conosciuto un po' in tutta la provincia».

Alla montagna è spesso associato - quantomeno nel luogo comune - un carattere chiuso, spigoloso e poco propenso a raccontarsi. «La montagna che conosco io è esattamente il contrario. È tutto fuorché una realtà chiusa, perché è una comunità fatta di relazioni molto strette, intense, di mutuo aiuto. Nella vita delle frazioni dell’appennino, soprattutto le gioie e i dolori di una famiglia, sono condivisi da tutti; è un cliché quello della persona di montagna chiusa».

Il libro raccoglie anche tante testimonianze di persone che hanno scelto di trasferirsi in quelle zone, c'è un filo conduttore? «Le aree di montagna sono sprovviste di molti servizi, ma agli occhi di tanti hanno una certa qualità della vita; soprattutto dall’arrivo della pandemia in poi, si sta riflettendo sulla conciliazione vita-lavoro. E diversi hanno intrapreso la scelta coraggiosa di salire in montagna, proprio perché desiderano altro, vogliono vivere in comunità dove ci si conosce tutti, dove ci si dà una mano a vicenda, dove non c’è bisogno di guardare il bollettino della qualità dell’aria, magari dove ci sono meno problemi di convivenza e conflitti sociali».

Non è una visione un po' idilliaca? «Non dico che tutti vivano in pace e amore, ma come mi ha spiegato uno degli intervistati “posso anche aver litigato con il mio vicino, ma se c’è un incendio nel bosco andiamo entrambi a spegnerlo”. La realtà piccola costringe le persone a mettersi maggiormente in gioco e spinge un po' via l'individualismo».

Piccole realtà, ma un territorio vastissimo: c’è un luogo che hai scoperto o che ti ha colpito? «Non conoscevo per nulla la Valtolla, che abbraccia i territori di Lugagnano, Vernasca, Morfasso e una piccola parte di Castell’Arquato e Gropparello. Me l’ha spiegata il mio “accompagnatore”, Sergio Efosi, uno di quei piacentini che s’impegna a promuovere una valorizzazione escursionistica del nostro appennino».

Turismo e Appennino piacentino, come la vedi? «È sotto gli occhi di tutti che negli ultimi anni le realtà alpine e dolomitiche abbiano avuto un boom di turismo che ne ha un po' snaturato anche l’essenza; si cerca la montagna anche per un po' di intimità, mentre spesso è presa d’assalto. Qui è tutt’altra cosa se escludiamo Bobbio e il Trebbia d’estate. Per il nostro Appennino l’obiettivo dovrebbe essere quello di riuscire ad allungare un po' il periodo di permanenza estivo, oltre al mese e mezzo a cavallo di agosto, in modo che le attività economiche non debbano sostenersi solo grazie a quello. E lo sforzo, ad esempio l’organizzazione di eventi, dovrebbe essere spalmato su più località».

La storia che non hai ancora scritto e che speri di trovare? «Il mio sogno, purtroppo penso irrealizzabile, sarebbe quello di poter annunciare sul nostro quotidiano che due o tre aziende hanno deciso di trasferirsi, aprire o investire a Ferriere, piuttosto che a Marsaglia o Morfasso. Anche una sola impresa con 10 dipendenti, in montagna può garantire la presenza di famiglie e la sopravvivenza di un asilo o di una scuola elementare».

Chi credi che dovrebbe leggere questo libro? «Voglio infondere un po' di coraggio a tutti, ma in particolare mi piacerebbe che lo leggessero i più giovani, sia quelli che sono originari della montagna – magari ritagliandosi un ruolo decisivo per la sua sopravvivenza - sia chi arriva da altre parti e potrebbe trovare in questa realtà la dimensione giusta per realizzarsi».

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