Bearzot, il “vecio” che guidò la Nazionale alla conquista del Mondiale

A tratteggiarne un’estemporanea biografia è stata Cinzia Susanna, figlia del grande Enzo, in forma colloquiale con Roberto Laurenzano e con alcune incursioni di Carlo Segalini, in un incontro organizzato dalla Società Dante Alighieri

Una vita raccontata in novanta minuti, il tempo canonico di una partita di calcio. E’ quella di Enzo Bearzot (1927-2010), una carriera calcistica da mediano, il tecnico azzurro che ha portato la nazionale alla splendida vittoria ai Mondiali del 1982; un personaggio schivo, onesto e coerente, una delle figure più valide dello sport italiano.

A tratteggiarne un’estemporanea biografia è stata Cinzia Susanna, figlia del grande Enzo, in forma colloquiale con Roberto Laurenzano e con alcune incursioni di Carlo Segalini, in campo a rappresentare il Comune, in un incontro organizzato dalla Società Dante Alighieri nella sede della Famiglia Piasinteina, e in collaborazione.   Di famiglia benestante residente in un paesino del Friuli di 2 mila abitanti (papà Egidio direttore di banca a Cervignano, mamma Elvira persona di interessi raffinati), Enzo Bearzot a 10 anni inizia gli studi medi in un collegio di Salesiani. Lì impara l'amore per letteratura classica che rimarrà costante per tutta la sua vita.  Studente di Liceo Classico è anche assiduo giocatore di tornei di calcio tra Istituti scolastici; viene notato, ed entra nella giovanile del Pro Gorizia. Qui, un “osservatore” dirigente sportivo dell’Inter, occasionalmente si accorge della sua validità, e lo arruola nell’Inter. Il nuovo orizzonte sportivo lo obbliga a trasferirsi a Milano accompagnato dai mugugni dei genitori “Ma papà – rivela la figlia Susanna - era intransigente, testardo, puro e onesto; presa una decisione, era quella”.

Nell’estate del ’51, la scelta della società milanese di cederlo al Catania; nel 1954 passa al Torino dove si affermò come punto di forza del centrocampo. Due stagioni da titolare e torna  all’Inter, ma alla fine campionato è di nuovo in campo con il Torino. Indossando la fascia di capitano, in maglia granata disputa altri 7 campionati, compreso quello di serie B della stagione 1959-60. Appende le scarpe di calciatore al chiodo nell’estate del 1964, a quasi 37 anni di età, dopo aver disputato complessivamente oltre 400 partite e con 4 presenze in maglia azzurra.  “Il calcio - racconta la signora Cinzia Susanna,  professore ordinario di Storia Greca e Civiltà classiche alla Facoltà di Lettere e Filosoifia dell’Università Cattolica di Milano  - lo teneva a lungo lontano da casa; allora i calciatori partivano per il ritiro il martedì mattina e tornavano la domenica sera dopo la partita. Papà quindi stava a lungo a Torino, mentre noi siamo sempre rimasti a Milano. Di questo si doleva mamma, ma né io né mio fratello Glauco possiamo definirlo  un papà assente, perché sopperiva alla poca quantità con molta qualità. Quando era a casa era il  punto di riferimento per tutta la famiglia. Con il tempo, ho sviluppato con lui un rapporto speciale, con tanti interessi comuni. Anch'io mi sono trovata di fronte a una doppia vocazione: fare il medico o dedicarmi agli studi classici. Lui mi lasciò piena libertà raccomandandomi solo di sostenere la mia scelta con grande impegno e passione.  La lealtà e la sincerità erano tra le sue peculiarità distintive; fin da bambino lo chiamavano Verità, perché non ha mai raccontato una bugia”.

Bearzot è stato allenatore di club solo per breve a tempo a Prato e in altre formazioni giovanili. “Non amava parlare di lavoro in casa e detestava l'esposizione mediatica. Non avrebbe sopportato il rapporto quotidiano con giornali e televisioni. Soffriva di ulcera gastrica, diceva che avrebbe rischiato l'ulcera perforata ... Ma nel ruolo di commissario tecnico della Nazionale non rifiutò mai il confronto con i giornalisti, anche durante il famoso silenzio stampa dei Mondiali”.

Nel 1977, quando Bernardini si fa da parte con amarezza, Bearzot diventa commissario tecnico della Nazionale e comincia la sua mitica avventura azzurra. La sua preoccupazione è quelle di scegliere uomini-chiave il più possibile eclettici. “Era attento non solo agli aspetti più calcistici, ma anche ai problemi umani dei suoi giocatori, con i quali dialogava molto, pur mantenendo il rispetto assoluto dei ruoli. Perché quando si arrabbiava, papà metteva davvero soggezione”.

Il lungo lavoro preparatorio lo porta alla sfida dei Mondiali 1982 accompagnato da una sparuta mino­ranza di voci a lui favorevoli e da un coro di critiche. “Lo accusavano di convocare sempre gli stessi giocatori. Lui rispondeva che puoi insegnare a un cane a guidare un cieco, ma non puoi cambiare di continuo il cane sennò devi cominciare ogni volta daccapo”. Nel corso della fase preliminare del Mondiale, caratterizzata da ben poco esaltanti pa­reggi, il bisturi del­la critica affonda e porta invettive sempre più pesanti e frontali. Dal terreno tecnico la faccenda tracima su quello umano. E quando anche i calciatori vengono presi di mira, scatta la scelta del silenzio stampa. Il patriarca Zoff ha il compito di tenere in vita l’esile filo dei rapporti con la truppa dei cronisti. Assediato nel fortino, Bearzot, si stringe ai suoi “coyote” e prepara le sfide impossibili del secondo turno.

“Tutta la famiglia ha sofferto le pesantissime critiche che hanno preceduto i Mondiali vinti. Perché furono usati toni estremamente pesanti, gli diedero del cretino e dell'ignorante: troppo. Rancore? No, non lo portò a nessuno, si limitò a guardare tutti con un po' dì sufficienza, ma da lì cominciò il suo distacco da un calcio che sentiva sempre meno suo. In conferenza stampa dopo la vittoria ai Mondiali, si limitò a dire: qualcuno è a corto di argomenti? Quando papà ritornò mi disse di essere sempre stato convinto di arrivare alla vittoria o comunque di arrivare in alto”.

Con la vittoria as­sieme ai politici, sul carro del vincitore salgono ansimando un po’ tutti, a costo di funamboliche e un po’ patetiche virate di trecen­tosessanta gradi. Lo scemo del villaggio è diventato un “galan­tuomo”, un genio della panchina.

“Credo – afferma Cinzia Bearzot negli ultimi minuti di palleggio con Laurenzano - che sia stato lui a tirarsi fuori da un calcio nel quale si riconosceva sempre meno o per niente. Non è mai stato un diplomatico, uno che mediava, diceva tutto quello che pensava e per questo non andava d'accordo con i dirigenti della Federazione. Accettò controvoglia qualche incarico di rappresentanza, ma presto li lasciò scegliendo di diventare un nonno meraviglioso, che ha colmato d'affetto i miei tre figli”.

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Quando morì (Dicembre 2010), il calciatore e dirigente federale Bruno Conti disse solo: ciao papà. Perché quello era diventato per loro. Quel giorno, sulla tomba a Paderno d'Adda apparve una corona, ancora oggi anonima. Diceva: "Da uno dei tuoi ragazzi dell'82'”.

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