«Bene i gruppi di vicinato, ma i sindaci non li usino come spot di propaganda personale»

La minoranza di Gazzola: attenzione all'uso improprio dei contatti dei cittadini con diffusione tecnologica rapida. Più rispetto delle normative fondanti del servizio

(Repertorio)

Il recente report dei carabinieri di Piacenza sulla sicurezza, il controllo, mezzi e strumenti idonei posti sul territorio comunale provinciale per prevenire e dissuadere reati sembra abbia dato grandi frutti. Dicono che Piacenza è migliorata negli anni, ci sono meno reati anche grazie al lavoro di gruppi di vicinato. Strumento utile, ma coadiuvante, non sostitutivo. Chiarissime le parole del comandante dell’Arma sostenute e suffragate dalle parole, dai numeri e dalle prove espresse anche dal prefetto, dal questore e anche dal comandante dei vigili. 

In particolare la norma che istituisce il controllo di vicinato e di conseguenza i volontari nei vari gruppi territoriali è precisissima: un occhio vigile e diffuso per condividere informazioni e scambi di segnalazioni da trasmettere alle forze dell’ordine in merito a fatti o cose sospette potenzialmente recanti danni o pericoli per i cittadini. Veloce fra più cittadini utilizzando il cellulare o smartphone oggi una dotazione globale utilizzando anche la connessione whatsapp, giustamente gratis. Un compito “di rete” privata per interessi privati ma esclusivamente destinata a “segnalare pericoli potenziali, probabili persone sospette, auto o mezzi non noti in zona. Non sostituzione dei vigili, dei poliziotti, dei carabinieri, del sindaco che è anche il capo dei vigili quindi l’autorità massima della “vigilanza territoriale”. 

Ma quanto è ampia o stretta questa vigilanza territoriale? Quanto è discrezionale? Quali limiti di legge e soprattutto di buonsenso, correttezza e trasparenza esiste per garantire massima efficienza e risultati senza invadere altri campi come la privacy, l’estensione di una comunicazione, l’inserimento di note o info che con la sicurezza non hanno nella a che vedere? Può un sindaco o un assessore o un consigliere comunale usare la “rete di vicinato” per avvisare che il mercatino degli obe-obei è aperto dalla tal ora alla tal altra? O che il pozzo è stato prontamente pulito? O che il mercato si svolge regolarmente anche se piove? O che domani c’è lo spargimento del sale nelle tali vie del paese? O che è stato ripristinato il servizio pullman per i bambini della scuola? O che l’acqua del sindaco è nuovamente fruibile dopo la gelata? E’ evidente che abbiamo fatto un elenco a casaccio, citato fatti o cose volutamente camuffate, ma il contenuto, il contesto, il tema di tanti sms fra gruppi di vicinato non ha nulla, proprio nulla, a che vedere con un servizio di segnalazione e di condivisione di un pericolo imminente di sicurezza pubblica e del cittadini. Appaiono come messaggi di propaganda personale o elettorale, di autoincensamento, di autocompiacimento, di collante con gli elettori, di sfruttamento improprio di un mezzo e di un sistema per legge ben codificato a favore diretto quando certi temi, giustamente di interesse della società civile e solidali, possono essere trasmessi tramite strumenti deputati come una lettera del sindaco, una email dell’assessore, una pubblicazione sull’albo pretorio del Comune o con lo stesso strumento del cellulare ma rivolto a tutti, non solo a qualcuno, dopo consenso singolo e dopo che ci sia una regolamento d’uso visto che non esistono albi o elenchi cartacei in vendita con i numeri di cellulare o le email. 

Almeno fin ora. Chiediamo quindi a tutte le autorità pubbliche se tale uso sia consentito, se certe sentenze giudiziarie già passate e certe circolari di organi giudiziari facciano testo e siano da considerare legge a tutti gli effetti in modo che vi sia un uso del “canale di vicinato” altamente utile e da incentivare più opportuno, più dedicato, più in sintonia con la legge istitutiva e anche le giuste sollecitazioni pervenute sempre e puntualmente dalle forze dell’ordine. Un uso inopportuno e indiscriminato di centinaia e migliaia di cellulari con un solo “click” può anche essere una specie di impropria ingerenza nella vita privata anche se non rigettata e rifiutata volontariamente dall’interessato, ma in ogni caso rappresenta uno “spot” improprio, autoreferenziale. Più che messaggini e icone di compiacimento, sarebbe meglio fare dei fatti, rispettare promesse, essere concreti e reali, rispettando la legge e tutti i cittadini in modo uguale. Forse è meglio investire in telecamere, in video, in sorveglianza fisica, in passaggi in auto con lampeggianti, più illuminazione, una mappatura satellitare del territorio, una connessione rapida e “provante” in modo che anche la denuncia del singolo cittadino abbia sostanza giuridica e non sia archiviata come “ prova non cogente” o non utilizzabile. 

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Giampietro Comolli
Gruppo consiliare di minoranza del comune di Gazzola

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