«Bioplastiche: la strada è ancora lunga ma i risultati sono promettenti»

Tutto può essere utile dagli scarti di lavorazione per realizzare imballaggi “bio” dai residui degli alimenti. All’Università Cattolica si sono focalizzati i primi risultati della sperimentazione relativa al progetto articolato in tre anni denominato “Newpack”

Il convegno

Bucce di patata, residui della coltivazione del mais, paglia di frumento, tutto può essere utile dagli scarti di lavorazione per realizzare imballaggi “bio” dai residui degli alimenti. La ricerca è ancora da consolidare, ma i risultati sono promettenti. Se n’è trattato all’Università Cattolica in aula Piana dove si sono focalizzati i primi risultati della sperimentazione relativa al progetto articolato in tre anni denominato “Newpack”, che coinvolge diverse aziende, l’ateneo piacentino (con Giorgia Spigno, docente di scienze e tecnologie alimentari, responsabile del progetto) e l’università finlandese di Oulu.

«L’obiettivo della ricerca- ha chiarito Andrea Bassani che fa parte del team piacentino, è ottenere e sviluppare prototipi di nuovi tipi di bioplastica, testati anche su diversi alimenti come frutta mista fresca, funghi freschi e salumi in busta, per capire se possono sostituire gli imballaggi tradizionali di plastica derivante da fonti fossili, usati ogni giorno. E con bucce d’arancia e foglie di ulivo per sfruttarne le proprietà antibatteriche ed antiossidanti».

Il workshop si è svolto nell’ambito del progetto europeo "Newpack - Development of new competitive and sustainable bio-based plastics" che si occupa- si legge nell’introduzione-  di sviluppare nuovi materiali bio-based con particolari funzionalità e performance per il settore dell’imballaggio alimentare. Il lavoro dei partner, tra cui il consorzio italiano Proplast, e il focus del progetto stesso sono stati introdotti dal coordinatore, Niina Halonen dell’Università di Oulu, in Finlandia. L’incontro, che si è sviluppato nell’arco di un intero pomeriggio, ha visto coinvolti diversi relatori internazionali del mondo industriale ed accademico, i cui interventi avevano come obiettivo non soltanto far conoscere ad un pubblico più ampio i traguardi raggiunti nell’ambito del progetto, ma anche focalizzare l’attenzione su un tema di grande attualità come quello dei biopolimeri utilizzati nel packaging alimentare «per i quali- soggiunge Bassani (con lui nel team Cecilia Fiorentini), oltre a poter essere adeguatamente robusti per evitare sprechi alimentari per rotture o degradazione, devono poter avere costi primi compatibili».

Un impegno che evidenzia come nell’ambito dell’economia circolare le imprese possano crescere in un mercato sempre più competitivo e raggiungere risultati straordinari nell’alternativa alla plastica tradizionale derivante dagli idrocarburi. Ottenute da fonti vegetali rinnovabili (residui di lavorazione agroalimentari, carboidrati, estratti di scarti di frutta e verdura, oli esausti di frittura, glicerolo e altro ancora) mediante un processo di fermentazione naturale e successiva estrazione che esclude l’utilizzo di solventi organici o prodotti chimici, le bioplastiche hanno le stesse proprietà termo-meccaniche della plastiche tradizionali, ma sono completamente naturali e biodegradabili al 100% in acqua e nel suolo, per cui costituiscono un’eccellente alternativa a polimeri classici derivati dal petrolio.

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Il consorzio Newpack ha 13 partner con organizzazioni accademiche di ricerca e piccole e grandi industrie che coprono l'intera catena del valore dell'innovazione, della produzione e dell'uso finale.

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