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Lunedì, 16 Maggio 2022
Attualità Calendasco

Calendasco, il fiume Po, i porti e "porticcioli" di una volta

Leggendo tra le mappe e le carte degli Archivi di Stato conservate a Parma, Piacenza e Milano scopriamo quali erano i porticcioli nell'area di Calendasco

Degna di nota fin dal medioevo è la parte d’alveo del Grande Fiume, al nord ovest della città, che è stata quella maggiormente sotto la lente di ingrandimento. Quest’area è quella che tocca i circa 20 chilometri di sponda di Po nel comune di Calendasco, praticamente dallo sbocco del fiume Lambro fino allo sbocco del fiume Trebbia, dove il serpentone d’acqua forma due grandi anse.

Conoscendo bene ormai del porto antico di Soprarivo, oggi conosciuto come Guado di Sigerico della Via Francigena, vedremo di leggere tra le mappe e le carte degli Archivi di Stato conservate a Parma, Piacenza e Milano quali e quanti erano gli altri porticcioli nel restante tratto di alveo in questione.

Con l’accordo fatto dal comune di Piacenza con i ferraresi il 5 novembre 1181 per la navigazione sul Po, si era deciso che chi attraccava a Soprarivo “fune navis” dovesse dare come gabella “una libram piperis” una libra di pepe, questo porto col tempo verrà ceduto “in fitto” ad un privato nel 1400 per poi andare in disuso, causa l’ormai decaduto passaggio sulla antica strada romana Placentia-Ticinum (Piacenza-Pavia) che, puntando su Calendasco, raggiungeva la città. Oggi è ambita tappa francigena.

Restano però in vita e ben attivi altri porti che vediamo segnalati su mappe e carte dei regolamenti ducali nel XVI secolo, poi dello stato Borbonico e Napoleonico, dal successivo Regno d’Italia e fino agli inizi del 1900. Insomma, lo Stato con l’ente del Demanio, per motivi di tassazione censisce e regola i porti sul Po anche nel territorio di Calendasco.

Nel medioevo il monastero di San Sisto di Piacenza aveva diritti di attracco lungo la sponda destra che andava, per quel che concerne il Po in questione, dal Mezzano fino allo sbocco del Trebbia, mentre l’alveo poco a monte dello sbocco del Lambro che ricadeva verso il Monticelli Piacentino (oggi Pavese) risultava proprietà della Mensa vescovile di Piacenza. Anche al Veratto di Santimento era attrezzato un porto: appare in una precisa mappa del 14 giugno 1749.

Davanti al Mezzano di Calendasco era l’isola dei Germani - di proprietà di San Sisto-  e che rendeva anch’essa un profitto in ottimo legname, questi enormi ballottini (isole nel fiume circondate dalle acque), venivano sfruttati e rivendicati apertamente, ed anche a Piacenza al Bergantino era un ottimo grande porto come indica una chiara mappa del febbraio del 1641.

Una delle mappe che ha fatto la storia del Po, per la sua precisione, rimane quella voluta dai Farnese e fatta tra il 1587 e 1588 da Paolo Bolzoni ingegnere e topografo ducale di chiara fama, conservata in Archivio di Stato di Parma, e insieme alle mappe successive dei secoli a venire si è potuto ricostruire il meandro del Grande Fiume ed i suoi spostamenti riuscendo a capire come si sono create queste due grandi anse al nord-ovest della città.

Ancora nel XVIII secolo possiamo ritrovare su tante mappe il porto di Cotrebbia (Vecchia per intenderci) che trasversalmente andava a cadere sull’altra sponda tra Valoria ed il Berghente (oggi territorio di Guardamiglio per intenderci) e tra fine ’800 e l’inizio del 1900 era dato in fitto dallo Stato ad un lodigiano.

Guardando nel particolare si vede bene che il porto, parte dall'abitato di Cotrebbia, approda davanti all’abitato di Valoria ed una strada dalla riva sabbiosa porta verso il percorso lodigiano. Dalla parte di Cotrebbia la strada locale punta su quella che le mappe chiaramente indicano come "Strada de Calendascho", da qui si procede per la città di Piacenza: questa via sbucava dritta in via Campagna proprio dove sorge il santuario mariano.


In altre antiche mappe è evidenziato il percorso trasversale della chiatta tracciando alcuni trattini mentre da carte amministrative sappiamo del costo annuale dell'affitto di gestione di questo porto ed di altri, assai importante per questa area soprattutto per spostare carichi di prodotti agricoli sui carri dall'una all'altra sponda del Po.

Circa l'antichità di questo porto sul fiume già nel medioevo ci sono ottimi studi pubblicati nei libri; di fondamentale importanza per avere rilevanti notizie sono ad esempio quelli pubblicati dal Solmi ed anche in anni recenti da storici universitari: davvero la documentazione d'archivio citata è tanta e chiarissima al riguardo.

Altro posto di passo del Po molto antico e secolare è il Porto del Botto, che era situato tra la località con cascina agricola Bosco di Calendasco e, appunto, la località di “Botto” sulla sponda opposta in territorio lombardo. Viene chiamato Porto del Botto per Cavalli: era una chiatta per guadare il Po che permetteva di portare da una riva all'altra i carri carichi di prodotti ovviamente trainati da cavalli da tiro.

La posizione è strategica: primo perché è vicina al borgo di Calendasco e quindi con ottime strade per quel tempo, poi perché qui il letto del fiume manteneva sempre un ottimo corso d'acque abbastanza fondo, il che permetteva alle chiatte di attraversare anche con carichi pesanti che potevano certamente abbassare il pescaggio, ma evitare il pericolo di insabbiamento.

Sempre dal 1800 rimane attivissima la Stazione di Barca per cavalli del Boscone Cusani con chiatta, indicato nelle mappe del demanio appena sopra l’abitato prima della curva di Corte Sant’Andrea in territorio lombardo. Anche questo ha un regolamento daziario statale ben definito mentre più a monte rimane la Stazione di Barca per cavalli delle Gabbiane, dopo foce Lambro, e più giù ancora quello del Veratto di Santimento. Un’area di fiume storicamente molto vivace e vissuta, portata all’attenzione da chi ancora oggi sente un legame con questo lungo serpentone che si staglia nella valle padana chiamato Eridano, Pado, Po e ricco del mito di Fetonte.

Oggi dalla via Po dinanzi al palazzo del comune di Calendasco una strada rettilinea di circa un  chilometro porta all’attracco del Masero. Qui è ancora vivo nella memoria quando a fine anni ’60 ed inizi del ’70 i militari del II° Reggimento Pontieri hanno realizzato un grande accampamento d’addestramento al Masero, in area demaniale, per montare sul Po un possente ponte di barche.

Dall’alto dell’argine maestro alcuni militari di guardia non permettevano a nessuno di avvicinare quell’immenso accampamento brulicante di uomini e mezzi. Per i bambini (c’ero anch’io) questi giovani militari di leva chiudevano un occhio e sotto al loro divertito sorriso, dall’alto dell’argine, seguivamo stupitissimi tutte quelle operazioni. Chissà quanto avremmo pagato per poter mettere il nostro piede su quel grande ponte poggiato sul maestoso Po.

Umberto Battini

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