Cancellata qualsiasi traccia delle peculiarità dalle quali è derivato il toponimo di “Placentia”

Puntate conclusiva sul viaggio tra cronaca e storia delle frazioni del capoluogo Piacenza

Si potrebbe dire che Piacenza ha voltato le spalle al Po come le ha voltate a tante frazioni sulle quali ha aggiunto continue servitù, lapalissiano il caso del Capitolo! Altre frazioni già lontane ed isolate, sono state allontanate dai servizi ancor più di quanto lo fossero state per loro collocazione geografica, come il caso de Ivaccari, di Borghetto o di Mortizza.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di spostare il tracciato delle autostrade per avvicinare la Città al suo fiume, o di spostare il tracciato dell’Alta Velocità per non allontanare le frazioni alle città. Sono proposte equiparabili a quella avanzata in una trasmissione televisiva dove si proponeva di “tagliare” le Alpi per evitare il formarsi della nebbia nella Pianura Padana.

Oramai queste opere è evidente che non possono essere più “deviate”, il tracciato come il destino è immodificabile. Bisognava pensarci in tempo, essere un po’ più lungimiranti sugli effetti che avrebbero avuto questi manufatti sul territorio. Nel caso dell’Alta velocità addirittura la ricaduta sulla città, in termini di trasporti e mobilità, è stata inesistente!

Si sa, è inutile piangere sul latte versato, comunque è logico che se sulle divine cose non ci è dato intervenire, sulle umane sì, soprattutto quando delle idee ci sono. I vari comitati che si sono formati, che si sono sciolti o che imperterriti (come quello de Ivaccari) da decenni continuano ad operare sul territorio, ne hanno avanzate tante. Dalle piste ciclabili e pedonali sicure, come sistema primitivo ed essenziale di collegamento con la città, alla richiesta di verdi spazi aperti come luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, a strutture per attività assistenziali e ludiche – locali inutilizzati ce ne sono -. Servizi navetta che assicurino un collegamento continuo, tra le frazioni e tra queste e il centro cittadino. Favorire punti vendita o vendite ambulanti, con un sistema di esenzioni fiscale e di incentivi per quanto di competenza degli Enti Locali. Favorire la formazione di cooperative giovanili che possano supportare le esigenze di una popolazione sempre meno autosufficiente e sempre più isolata e sola.

Le Amministrazioni dovrebbero prestare più attenzione alla collocazione di attività produttive, soprattutto a quelle che, con le loro opere effettuano rilevanti trasformazioni ambientali sul suolo, come le attività estrattive che trasformano la pianura in una “regione di grandi laghi” (tra Mortizza e Roncaglia) o la lavorazione di inerti in golena (argine del Po, direzione est). Maggior controllo sugli insediamenti industriali che incidono sulla qualità dell’aria con le loro emissioni. Controllo su tutte quelle attività che comunque generano un indotto più che economico-occupazionale, dannoso per la collettività, generando un danno irreversibile alla salubrità dell’aria e conseguente danno per il sistema respiratorio dell’uomo.

Tutti conosciamo la storia de “L’uomo che piantava gli alberi” del francese Jean Giono, una storia forse inventata ma verosimile, tant’è che nell’ isola di Lussino in Croazia, un certo signor Ambroz Haračić, da pensionato, piantando tanti pini marittimi, ha trasformato la pietrosa isola in un meraviglioso e verde luogo turistico, quale oggi lo conosciamo. Una storia francese, una storia reale croata. (Avrà a vedere qualcosa col risultato finale del campionato del mondo di quest’anno? la Francia Campione del Mondo e la Croazia, seconda?).

Si potrebbe iniziare anche da noi. La Pianura Padana è stata desertificata, un’agricoltura intensiva ed estensiva hanno cancellato qualsiasi traccia di quei boschi che erano stati uno dei motivi cui è derivato il toponimo di “Placentia”. Nell’area golenale unica alberatura quella della coltura dei pioppi, destinati comunque ai previsti tagli periodici. Isolare tutte le vie di comunicazioni, strade, autostrade e linee ferrate, con delle bordure di alberi, ne basterebbero pochi filari, migliorerebbe l’estetica del paesaggio e la sostanziale pulizia dell’aria. Anche i sotto viadotti che circondano la città ed attraversano le frazioni potrebbero essere comunque utilizzati anziché abbandonati a depositi improvvisati ed invasi da sterpaglie.

Come si può vedere la soluzione al miglioramento della vivibilità delle frazioni è connesso al miglioramento generale della città. Alcune scelte sono connesse ed interscambiabili. Caso emblematico la richiesta da parte della cittadinanza di far dell’area della Pertite un Parco Pubblico, utile alla frazione di Sant’Antonio e nello stesso tempo un polmone verde per la città intera.  Nella stessa area si era affacciata l’ipotesi di potervi costruire un nuovo ospedale, adesso sembra un’idea accantonata, ma non credo definitivamente, è necessario sempre un’attenta vigilanza da parte dei cittadini, di quei cittadini che in tutti i modi si sono mobilitati per potere acquisire un’area verde così importante per tutta la città. A proposito di sanità e di presidi, come la mettiamo con la loro quasi totale assenza nelle frazioni?

Per finire: siamo sicuri che il fegato etrusco, vanto del nostro museo, sia uno strumento usato dagli aruspici per le divinazioni? Secondo l’architetto Franco Purrini il fegato riproduce le mura di Roma, a ben vedere, per rimanere coerentemente in ambito locale (non a caso è stato ritrovato nella nostra provincia), sembra somigliare alle numerose frazioni piacentine, attraversate da un groviglio di vie (stradali, autostradali e ferroviarie) e da inconsapevoli corsi d’acqua!

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