Casa del Fanciullo: settant'anni anni di educazione integrale per donare alla società "giovani rinnovati"

In settant'anni di attività la Casa del Fanciullo, fondata nel dicembre del 1948 da Padre Gherardo Gubertini, ha mantenuto con coerenza e costanza la sua mission: quella di un’educazione integrale “per donarli rinnovati alla società”, prevenendo con l’affetto la caduta

Un momento della conferenza

In settant'anni di attività la Casa del Fanciullo, fondata nel dicembre del 1948 da Padre Gherardo Gubertini, ha mantenuto con coerenza e costanza la sua mission: quella di un’educazione integrale “per donarli rinnovati alla società”, prevenendo con l’affetto la caduta. Certo erano altri tempi e la società piacentina era profondamente diversa, come del resto l’Italia che usciva faticosamente dalla guerra, oggi però, pur nel modificarsi dei tempi «la cooperativa educativa - come ha evidenziato la presidente Barbara Vaciago - si sviluppa attorno a quattro servizi principali che operano in maniera capillare sul territorio, per continuare l’opera di sostegno ai bambini che vivono situazioni di disagio, ma aperti al contempo a tutte quelle famiglie che sposano la filosofia e la mission formativa della cooperativa stessa». Si è svolto alla Residenza Gasparini della Cattolica un convegno per ricordare i settant'anni della Casa del Fanciullo, per esaminare la sua genesi storica e prospettive future della realtà socio-educativa, un incontro organizzato dalla facoltà di Scienze di Formazione dell’Università Cattolica, giunta ai 20 anni di attività.

Dopo il saluto della presidente, ha preso la parola Anna Debè (Università Cattolica) che ha ripercorso la storia di questa meritoria istituzione. «La Casa del Fanciullo - ha ricordato - fu fondata appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, in una città molto diversa da quella attuale, dove erano numerosissime le situazioni di disagio materiale: famiglie povere, disgregate, bambini e ragazzi abbandonati nelle strade dove apprendevano la dura legge della sopravvivenza. Insomma, come nel resto d’Italia, molta gioventù sviata, preda di miseria morale e materiale». Molte famiglie erano sfollate a Palazzo Farnese (o alla Caserma della Neve ndr). Per i ragazzi solitudine, vita da girovaghi per le strade, lavoretti (come confezionare sigarette dai mozziconi raccolti per strada), piccoli furti. «Padre Gherardo decise - prosegue Debè - mettendo al centro i bambini, di aiutare sia loro sia le famiglie. Per riuscire in ciò, la sua idea non fu quella di dare vita a un collegio o a un istituto, come poteva essere normale all’epoca, ma piuttosto un semi convitto. In questa realtà i bambini erano seguiti sia per quanto riguarda l’aspetto formativo, ludico, ma anche materiale, potendo poi alla sera rientrare a casa delle proprie famiglie. Un idea, quella di Padre Gherardo, che oggi rientra nella norma, ma che all’epoca rappresentò un vero e proprio ribaltamento di paradigma».

La Debè ha ricordato la Bellotta di don Giuseppe De Micheli e le colonie e la parrocchia di Santa Maria di Torricella di don Giovanni Dieci. Padre Gherado, come don Gnocchi, era stato cappellano militare. Entrambi decisero di dedicarsi alla gioventù sofferente. Il secondo decise di dedicare la sua vita ai mutilati, padre Gherardo, attivissimo fino in tarda età, ai ragazzi ed alle loro famiglie. Le sue idee, supportato dalle sue “storiche” collaboratrici (Lidia Speroni e Paola Danesi) erano basate sulla centralità del bambino e l’importanza della relazione tra famiglie e bambini, anche quando queste sono in difficoltà. Padre Gherardo ha creduto molto in questi principi e nella necessità di un educazione integrale, che non fosse solo scolastica, ma che toccasse tutte le dimensioni della vita.

Dare risposte reali a bisogni reali, con il minore al centro! Così è nato il semi convitto di fianco alla basilica di S. Maria di Campagna, oggi Centro socio- educativo “Tandem” per adolescenti e preadolescenti, il soggiorno estivo di Carenno, che quest’anno compirà 60 anni di età e la scuola primaria paritaria a I Vaccari, frazione di Piacenza, dove esiste anche una comunità residenziale per minori, sette posti più uno per le emergenze, numeri ridotti perché sempre deve prefigurarsi il concetto di famiglia.

Una istituzione però al passo con i tempi come ha evidenziato Matteo Marchetti che con Angelo Calza e Valeria Rossi lavora come educatore nella struttura, e quindi che porta avanti, oltre alle “storiche” attività, nuovi indirizzi e nuovi progetti rivolti anche

ad altre scuole di Piacenza, “da quella dell’infanzia fino alle superiori, su tematiche come il cyberbullismo ed attività di Pet Education, volte a migliorare la conoscenza degli animali famigliari, scoprendone le modalità di comunicazione.

Ma pure i nuovi bisogni degli emigrati, l’utilizzo delle nuove tecnologie, lavori su empatia e senso, per contrastare l’apatia sociale, la mancata progettualità, il tutto con attività specifiche”. E si lavora sulla formazione interculturale, con emigrazione di seconda e terza generazione, quindi con adolescenti che sovente presentano complessità di inserimento ed integrazione.

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“Aiutare - come ha spiegato il prof. Pierpaolo Triani pedagogista della Cattolica- i ragazzi a crescere in un contesto sociale di grande trasformazione, valutando i rischi di una Piacenza multiculturale ed adottando adeguate linee pedagogiche”.

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