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Lunedì, 23 Maggio 2022
Attualità

Cavalleria ed epica nei Costantiniani nei secoli XVI e XVII

I contributi scientifici degli studiosi protagonisti del recente convegno sulla dinastia farnesiana

Notevole interesse ha accompagnato la giornata di studi del convegno internazionale organizzato dall’Istituto Araldico Genealogico Italiano e dalla Banca di Piacenza al PalabancaEventi, con il patrocinio della Confédération Internationale de Généalogie etd’Héraldique dal titolo “I Farnese, una grande dinastia, nascita, affermazione ed alleanze nella storia europea”.  La cortese disponibilità del presidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano – IAGI, Pier Felice degli Uberti, unitamente a quella di Marco Horak, ci consente di offrire in lettura un’estesa sintesi delle relazioni presentate dai numerosi studiosi protagonisti del Convegno

Oggi presentiamo la seconda e ultima parte del contributo sulla doppia natura dell’Ordine Costantiniano, cavalleresca ed epica, ed il ruolo importante svolto dalla città di Piacenza nel merito.

L’AUTORE: GIONATA BARBIERI. Profondo conoscitore del contesto culturale dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, si sta affermando come uno dei ricercatori emergenti più autorevoli in relazione alla storia ed al profilo etico e giuridico dell'Ordine, per il quale segue pure diverse iniziative istituzionali.

Nella prima parte del mio intervento ho riassunto il contenuto di precedenti studi, adesso propongo di fare alcuni passi in avanti benché il tema sia complesso.

Ritorno, allora, ad un punto chiave della presente trattazione, ossia la confusione sull’identità dei Cinquanta Cavalieri de “La Gierusalemme Liberata” di Torquato Tasso, o meglio la confusione di appartenenza tra l’Ordine Costantiniano, l’Ordine del Santo Sepolcro ed il pontificio Collegio equestre di San Giorgio. Oltre a quanto già descritto, bisogna aggiungere che alcuni eventi storici e la documentazione effettiva riguardo la milizia cavalleresca e canonica nei pressi del Santo Sepolcro portano effettivamente ad ingenerare una certa confusione. Infatti alcuni dati certi ed utilissimi su codesta questione ci provengono dal testo del frate francescano casertano Michele Piccirillo, pubblicato nel 2006 dalla Custodia di Terra Santa nella collana Studium Biblicum Franciscanum – Collectio Maior n. 46, intitolato Registrum Equitum SSmi Sepulchri D.N.J.C. (1561-1848). Ivi vengono indagati i documenti di investitura e di ascrizione superstiti del collegio cavalleresco del Santo Sepolcro in Gerusalemme. Per tutte le investiture che avvengono prima dell’anno 1561, viene dichiarato nelle pagine introduttive dell’opera del Piccirillo, è necessario rifarsi alle descrizioni dei pellegrini giunti in Gerusalemme. A tal proposito, si apprende che comunque l’investitura dei cavalieri del Santo Sepolcro sulla tomba del Cristo da parte del Padre Custode di Terra Santa è attestata sicuramente dal 1496, con l’azione di Padre Bartolomeo di Piacenza, individuato come primo “Magnus Ordinis S. Sepulchri Magister”. Di grande interesse, dunque, sono le testimonianze comprese tra il 1480 e il 1483, ove è centrale la figura del francescano Fra’ Giovanni di Prussia, quale “Procurator Fratres Montis Syon”. Di costui sia il domenicano Fra’ Felix Fabri che il diplomatico milanese Santo Brasca, in visita entrambi in quell’epoca a Gerusalemme, scrivono che Fra’ Giovanni aveva la facoltà di creare cavalieri i pellegrini che giungevano a Gerusalemme, per l’autorità a lui concessa da parte del Papa e da parte dell’Imperatore, ed anzi che il suddetto Fra’ Giovanni di Prussia era da considerarsi legato imperiale. Il titolo di questi cavalieri era anche esplicitamente dichiarato di Militi Aurati. All’epoca l’Imperatore del Sacro Romano Impero fu Federico III d’Asburgo (imperabat: 1452-1493), di cui si tramanda fosse membro dell’Ordine del Santo Sepolcro . Da ciò deriva che i Cavalieri del Santo Sepolcro dell’epoca sono anche Militi Aurati, come i Cavalieri Costantiniani delle origini, per diretta volontà papale ed imperiale. Pensando alle descrizioni di Felix Fabri e di Santo Brasca è facile immaginare che l’autorizzazione ed il riconoscimento degli imperatori germanici giunse almeno nel secolo XV con gli Asburgo, mentre non è chiaro se questo privilegio della milizia del Santo Sepolcro corrispondente al titolo Aureato fosse stato precedente, o risalente all’epoca del primo e mitico fondatore della suddetta milizia Goffredo di Buglione. Del resto quest’ultimo aveva accettato restìo il nominale vassallaggio all’Imperatore bizantino quando giunse in Terra Santa durante la Prima Crociata. Sicuramente però, già nel secolo XVI, alcuni diplomi definiscono i Cavalieri del Santo Sepolcro anche come Cavalieri Aurati di San Giorgio, avvicinando apparentemente le due identità, tra Cavalieri del Santo Sepolcro e Cavalieri Costantiniani, sempre di più. Probabilmente, allora, anche queste definizioni dei titoli cavallereschi concessi a Gerusalemme possono aver portato ad una confusione, o magari ad una parziale sovrapposizione, delle corrispondenze dei Cavalieri citati dal Torquato Tasso, anche perché queste informazioni risalgono tutte ad una cronologia strettamente precedente la stesura de “La Gierusalemme Liberata”. In realtà tra la fine del secolo XV e l’inizio del secolo XVI, abbondano le milizie cavalleresche intitolate esplicitamente a San Giorgio, basta considerare infatti l’Ordine cavalleresco di San Giorgio ufficialmente istituito il I gennaio 1469 nella Basilica Lateranense di Roma sotto il patrocinio di Papa Paolo II e del succitato imperatore Federico III, che aveva però una proiezione legata principalmente ai territori dell’attuale Austria meridionale, oppure l’Ordine di San Giorgio di Papa Alessandro VI creato in Roma nel 1498 e che non sopravvisse alla fine del pontificato alessandrino, o ancora il già citato collegio dei signori militi di San Giorgio, fondato nel 1544 da Papa Paolo III e durato meno di un trentennio. Avendo scarso materiale d’archivio, è oggi difficile poter asserire con certezza se uno qualsiasi di questi Ordini, o tutti insieme, magari anche con il Costantiniano, potrebbero aver influito sulla doppia titolatura del rango cavalleresco del Santo Sepolcro e di San Giorgio, poiché essa si evince a partire dal secolo XVI. Certamente il rimando al titolo Aurato per i Cavalieri del Santo Sepolcro è almeno quattrocentesco, e questo restringe la possibile influenza diretta, in termini di ispirazione, a due soli casi potenziali: appunto l’Ordine austriaco di San Giorgio, o la Milizia Aureata come distinzione intesa in senso generico, e quindi l’Ordine Costantiniano secondo l’arcaica propria nomenclatura, in quanto sono le uniche due possibilità in cui è confermata la doppia collazione pontificia ed imperiale. Ma, a ben vedere, entrambe le menzionate possibilità costituiscono un tutt’uno, un unico corpo, ossia hanno l’origine comune nelle prerogative fondative della milizia cavalleresca secondo la tradizione epica cristiana, ossia l’Ordine di Cavalleria che deriva dall’Imperatore romano Costantino il Grande e dal Papa Silvestro I. A conferma di ciò possono essere avanzati vari esempi poco noti ma importanti. Il primo riguarda una citazione dello scrittore e storico bizantino Pachimere), vissuto nella seconda metà del secolo XIII, ed esattamente contenute nel capitolo XI del libro IX dell’opera Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum, ove si accenna al fatto che nel Monastero dei Santi Cosma e Damiano di Costantinopoli alcuni gentiluomini furono elevati alla dignità cavalleresca Costantiniana già dopo il 1265, sotto l’Imperatore Michele VIII Paleologo (imperabat: 1259-1282) oppure sotto l’Imperatore Andronico II Paleologo (imperabat: 1282-1328). Poi, ancora più importante per il presente discorso, è un epitaffio funebre composto ed inciso nella città di Costanza per il famoso umanista bizantino Emanuele Crisolara o Crisolora , ivi deceduto nel 1415 e posto sulla sua sepoltura presso la locale chiesa dei Domenicani. In questo epitaffio su lastra, che oggi purtroppo non esiste più, si leggeva che il Crisolara era Cavaliere e Conte Palatino (dunque milite aurato) e Costantiniano, titolo che gli fu probabilmente conferito dal suo grande amico l’Imperatore Manuele II Paleologo (imperabat: 1391-1425) intorno alla metà degli anni ’90 del secolo XIV. Inoltre anche l’umanista Francesco Filelfo , imparentato con il Crisolora, gli conferma il titolo di Cavaliere Aureato. Ed ancora, intorno al 1590, nella biblioteca del Califfo ottomano di Costantinopoli, veniva fatto presente che era qui conservato un libro dove erano trascritti i nominativi dei cavalieri armati dall’Imperatore bizantino, che erano denominati Aurati e di San Giorgio. Questo manoscritto era raccolto in una apposita sezione della biblioteca insieme ad altri 127 testi greci, tutti quanti abbandonati all’epoca della caduta in mano turca della capitale bizantina.

Per quanto ho descritto consegue, dunque, oltre l’influenza diretta che ancora oggi è alquanto incerta, l’unica opzione sicura, ossia l’indiretta ed arcaica derivazione della distinzione del cavalierato del Santo Sepolcro dalla Milizia Aurata, e quindi dal primigenio Ordine di Cavalleria che è Costantiniano e di San Giorgio, poiché tutti gli altri collegi equestri quattro-cinquecenteschi, che siano papali, imperiali bizantini o imperiali germanici, hanno origine comune e discendente all’Ordine Costantiniano stesso.

Una conferma su questo punto della discussione, seppur assai generica, che può anche essere vista come un indizio dell’ascendenza imperiale bizantina, quindi Aureata e Costantiniana, del collegio cavalleresco del Santo Sepolcro e che rimonta sino all’epoca della Prima Crociata, ci può essere fornita da un altro testo, ed in questo la città di Piacenza ha un ruolo centrale. Si tratta cioè degli Statuti dell’Ordine Costantiniano pubblicati proprio in questa città nell’anno 1575 , per mandato del Gran Maestro il Principe Andrea Angelo Flavio Comneno e dell’associato successore Pietro Angelo Flavio Comneno, così come del loro plenipotenziario il Conte e Cavaliere Costantiniano Androando dalla Gorcha, attraverso la traduzione dal latino alla lingua volgare da parte del Conte e Cavaliere Costantiniano Francesco Malvezzi, uscito dalla stamperia di Francesco Conti. Infatti alla p. 14 (non numerata) del testo si legge: «[…] Di più ch’à pigliar cotal habito vi son venuti Prencipi, & altri personaggi di riputatione & valore singolare fra quali nel tempo di Papa Urbano II. Combatete contra infedeli valorosissimamente sotto l’habito nostro il Duca Roberto di Normandia figlio di Guglielmo Rè d’Ingliterra nel racquisto di terra santa Boemundo Duca di Calabria, Ugo magno fratello di Filippo primo Rè di Francia & infiniti altri», chiara e sottointesa allusione al legame con tutti gli altri capi crociati, tra cui Goffredo di Buglione.

Questa informazione di tipo ufficiale dell’Ordine Costantiniano si inserisce, comunque e nella sua pienezza, nel solco della tradizione epica del genere letterario Costantiniano di cui ho descritto in precedenza, sia per contenuti che per cronologia della pubblicazione.

Concludo questa discussione con due interessanti considerazioni.

La prima è una straordinaria coincidenza, e concerne l’indicazione di “Boemundo Duca di Calabria”, ossia Boemondo I d’Altavilla Principe di Taranto e di Antiochia (mandabat: 1088-1111 su Taranto, regnabat: 1098-1111 su Antiochia), figlio del normanno Duca di Puglia e Calabria Roberto il Guiscardo. La titolatura di Duca di Calabria adottata negli Statuti Costantiniani per Boemondo può essere considerata corretta, perché molta letteratura storica adoperò questa dignità per descriverlo, ma anche perché egli sempre reclamò il diritto di successione al ducato appulo-calabrese che invece giunse al fratellastro minore Ruggero Borsa. Orbene, la titolatura cavalleresca Costantiniana sul predicato di Calabria, essendo il testo cinquecentesco, anticipa curiosamente questa associazione di circa due secoli e mezzo, quando il Gran Magistero passò alla Casa Reale di Borbone delle Due Sicilie, con l’erede legittimo al trono intitolato Duca di Calabria. Tale titolo persiste tuttora come appannaggio del Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie che è anche Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano.

La seconda considerazione, anche essa una bella coincidenza, riguarda strettamente la città di Piacenza. Gli statuti qui pubblicati nel 1575 sono dedicati al Duca Ottavio Farnese (regnabat: 1547-1586). Benché una parte della letteratura reputi la dedica misteriosa e oscura, la spiegazione è semplice e la si evince dal testo stesso. Ottavio Farnese è il nipote di Papa Paolo III, il quale concede vari privilegi all’Ordine Costantiniano ed al suo Gran Maestro Andrea Angelo Flavio Comneno e, proprio per tale ragione, si intercede presso il Duca Ottavio per chiederne un protettorato, come garantito dal Sommo Pontefice. Come si apprende dai prologhi di tali costituzioni, Ottavio Farnese chiese, dunque, di studiare i documenti concernenti l’Ordine proprio al Malvezzi, che rispose in modo positivo alla richiesta. A fronte di ciò è molto probabile che una qualche forma di protezione fosse stata accordata dal Duca Ottavio, tanto che proprio in Piacenza fu pubblicata questa edizione degli Statuti. Questo episodio recondito anticipa curiosamente i tempi, ossia il passaggio del supremo ufficio magistrale Costantiniano ai Farnese di Parma e Piacenza che avvenne 124 anni dopo la pubblicazione dei suddetti Statuti piacentini

 

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