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Sabato, 22 Giugno 2024
Attualità

Il ritratto di Alessandro Manzoni a 150 anni dalla sua morte

La conferenza del professor Giuseppe Dossena su Alessandro Manzoni

Il 22 maggio 1878 moriva uno dei maggiori esponenti della letteratura italiana: Alessandro Manzoni, sovente affiancato solo al romanzo “I promessi sposi” e, al più, a qualche composizione poetica particolarmente nota; ma ben poco si riflette sul ruolo da lui rappresentato nella storia della letteratura italiana, dal biografico al poetico, dal filosofico allo spirituale, dal linguistico alla tragedia, ed ovviamente con il suo capolavoro gettando le basi per il romanzo moderno e patrocinando l'unità linguistica italiana. Un intenso incontro in tal senso si è svolto con una conferenza del prof. Giuseppe Dossena, su organizzazione della Società “Dante Alighieri”, nel Salone della “Famiglia Piasinteina”, in ricordo del corrente 150° anniversario della morte del letterato.

Di certo Manzoni non ebbe vita facile, al di là dei notevoli e vari riconoscimenti pubblici e onorificenze (fu anche senatore a vita del Regno d'Italia: odiose nevrosi e gravi lutti familiari lo afflissero, portandolo talora  ad  isolarsi, pur mantenendo contatti con importanti esponenti della Cultura. Figlio di Giulia Beccaria (il cui padre era il Cesare autore del trattato “Dei delitti e delle pene”, nonno che Alessandro conobbe una sola volta) e di “Don” Pietro Manzoni  (benché il padre “naturale” pare fosse Giovanni Verri, con cui Giulia aveva una relazione pre-matrimoniale), Alessandro visse la sua prima infanzia in campagna a Galbiate (Lecco), a balia da una contadina, e poi, separatisi i genitori nel 1792, da collegiale dai Padri Somaschi, dove, pur imparando molto, ebbe duri rapporti con compagni sovente violenti (racconterà che durante la ricreazione, chiuso in camera, la letteratura era per lui  un conforto), indi a Milano dai Barnabiti. Conoscerà alcuni veri amici, e con forte emozione l’ “idolo letterario” del momento, Vincenzo Monti, il quale lo allontanerà dal vizio del gioco a cui Alessandro stava dandosi frequentando “salotti” di alta borghesia milanese. Ha qualche giovanile flash amoroso, scrive i “Sermoni”; ama i classici; ascolta docenti del giansenismo (si salvano solo uomini “scelti da Dio”, e per volontà divina; la massa è “abbandonata” al suo predestino) di cui però non si infatua;  si ricongiunge felicemente con la madre dal 1795 legatasi al ricco possidente Carlo Imbonati a Parigi, ove poi Alessandro nel 1805 si recò, senza però fare in tempo a conoscere l’Imbonati di pochissimo premorto lasciando tutto il patrimonio a Giulia. Frequenta ambienti intellettuali parigini con la madre con cui il rapporto è ormai profondo; anticipa tematiche “concrete”, quali l’attenzione alle classi povere e alle emozioni e sentimenti, staccandosi dalle forme salottiere, in piena sintonia con il grande amico Claude Fauriel;  gli  muore il padre a Milano, ne eredita i beni; conosce e sposa a Milano nel 1808 la giovanissima e dolce Enrichetta Blondel, nozze felici da cui nasceranno 10 figli (ma ben 8 gli premorranno). Al rito civile fa seguire dopo un’ora il rito calvinista (la famiglia Blondel era di tal fede); fa battezzare la prima figlia a Parigi con rito cattolico, segno di mutamento radicale nella propria sensibilità spirituale dapprima indifferente; fervente cattolico (come pure Enrichetta) dopo profonde riflessioni sui significati veri della vita, nel 1806 scrive a un amico sulla fondamentalità della speranza/certezza della vita eterna, dimostrando intenso spirito cristiano. In accordo con la moglie e su autorizzazione papale, ri-celebra  il suo matrimonio secondo il rito cattolico, e la sua vita e arte saranno pienamente conformi alla fede e alla divulgazione con l'esempio e con le opere. Nel 1812 scrive gli Inni sacri, ideati in 12, ma realizzatine 5, canti di lode a Dio unica sicurezza contro il male sempre imperante nella Storia, dimensione corale emergente soprattutto nella Pentecoste. Spazia dalla poesia sacra a quella civile; compone due tragedie (Il Conte di Carmagnola” e l’“Adelchi”), con cui, staccandosi dall’aristotelica unità di luogo, tempo e azione (= tutto in un sol giorno), pone il criterio della verosimiglianza con la realtà intorno, cominciando a profilarsi dunque la visione narrativa del romanzo con la presenza dei sentimenti e della vita concreta della gente umile e comune. Ormai il bel mondo non esercita più alcun fascino su di lui. Tra villa di Brusuglio e Milano, sempre con la famiglia, alterna scrittura e giardinaggio. Stende le prime due forme del romanzo (Fermo e Lucia, 1821-23), ma non lo soddisfano nella lingua. E nel 1827 si reca a Firenze con la famiglia, dimorandovi 4 mesi, per “sciacquare i panni in Arno”, cioè per “pulire” la propria lingua letteraria da ogni impurità “vivendo realisticamente” il “fiorentino dantesco”, illustre ma sostanzialmente  “parlato”. E che sarà alla fine il linguaggio del romanzo.  Ma la morte di Enrichetta (1833) lo prostrerà, assieme ad altri gravi lutti, quali la morte nel 1841 della madre Giulia, e indi degli amici Rosmini, Grossi, Fauriel, nonché della figlia Matilde per tisi e della seconda  moglie Teresa. Vive quasi estraneo ad eventi mondani e distante dall'impegno politico benché culturalmente e moralmente favorevole alla causa dell'Unità. Muore il 22 maggio 1878, dopo alcuni mesi di sofferenze, e per meningite conseguente alla caduta mesi prima sui gradini della chiesa di san Fedele a Milano, battendo la testa. Ai funerali più che solenni in una Milano affranta partecipò anche il re d’Italia. Tuttavia cattolici e clericali “intransigenti” giudicarono banale e quasi ridicolo il suo cattolicesimo, e i personaggi del romanzo “fuori della realtà”. Ma la totalità lo ritenne lo scrittore cattolico per eccellenza. Nel 1°anniversario della morte, Verdi, che “venerava” Manzoni per l’alto valore morale, ne onorò la memoria componendo e dirigendo la messa di requiem. Letterariamente, Manzoni sentì sempre più necessaria la ricerca della "verità oggettiva" condannando la commistione tra inventio e historia. Il palcoscenico deve indurre lo spettatore a meditare su quanto assiste, secondo verità fedele alla realtà storica. Realismo che dominerà poi ne “I promessi sposi”, con un “finale” di “ripresa di vita quotidiana veritiera” da parte dei due protagonisti. Sarà la Provvidenza di Dio ad agire per la Salvezza dei suoi figli. E di certo, Manzoni  aborra il pessimismo "cosmico giansenista": e partecipò agli eventi servendosi più della penna e dell'intelletto, che non della mera parola e delle manifestazioni pubbliche.

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