Cinquant’anni fa la prima vittoria del volley azzurro: in campo c’era anche il bettolese Carlo Devoti

La pallavolo italiana celebra a Parma e a Berceto i cinquant’anni dell’oro alle Universiadi 1970 a Torino

Berceto, il “Gioiello di pietra” dell’Appennino Parmense, causa l’emergenza Covid-19, quest’anno non ha potuto ospitare i giovani interculturali del Festival Internazionale dei Giovani - la manifestazione che nei precedenti 16 anni era stata ospitata a Casa Montagna Ferriere - ha comunque svolto un’intensa attività di campo estivo per i ragazzi della zona e ora sta preparando per il 5 settembre, una carlo devoti-5manifestazione di livello nazionale: la celebrazione dei 50 anni delle Universiadi Torino 70, l’evento che segnò l’esaltante affermazione della squadra italiana di pallavolo che per la prima volta saliva sullo scalino più alto del podio, al di sopra delle squadre dell'Unione Sovietica, Corea del Sud, Giappone, Cecoslovacchia, che sino ad allora sembravano irraggiungibili.

Il programma prevede alle 9,30 l’incontro a Parma con il rettore dell’Università Prof. Paolo Andrei e in successione nella Sala del Consiglio Comunale, il saluto delle Autorità, di dirigenti sportivi, la proiezione di un filmato che racconta la vittoria alle UNIVERSIADI 70 e la consegna di targhe ricordo.

Alle ore 11.45 è prevista la partenza per Berceto per la mostra fotografica e la rassegna stampa della conquista dell’oro olimpico, poi il pranzo a base di prodotti tipici dei territori di Piacenza e Parma, con proiezione di un filmato realizzato da Carlo Alberto Cova. Alle 15 il saluto del Sindaco Luigi Lucchi e la consegna del Testimone ad un gruppo di giovani pallavolisti di Berceto.

Della mitica squadra azzurra olimpica faceva parte il piacentino (bettolese) Maestro dello sport Carlo Devoti, con il ruolo di schiacciatore Carlo Devoti-5che ora ci annota alcuni pensieri sull’eclatante esperienza:

Questo 50esimo della vittoria alle Universiadi di Torino rappresenta, per noi giocatori una buona occasione per ricordare e ringraziare tutti coloro che ci hanno accompagnato lungo questa piacevole e importante percorso di vita e ci piace pensare che possa rappresentare un’utile eredità per quei giovani che si affacciano alla vita e che intendono percorrerla animati dalla nostra stessa passione. Non si tratta certo di un’autocelebrazione, anche se l'essere ricordati ci fa piacere, ma soprattutto serve a educarci a riconoscere il merito di coloro che, venuti prima di noi, ci hanno consegnato un testimone frutto di dedizione, di fatica, di talento che necessita di avviarsi ad un traguardo sempre più ambizioso grazie a quelle fondamenta ben solide su cui costruire il futuro.

A Torino attorno a noi c'era l'attenzione che normalmente si riserva alla squadra blasonata di calcio e ciò ci esaltava non poco e ci ripagava di tutti quei sacrifici cui c’eravamo sottoposti con entusiasmo senza pensare, nemmeno lontanamente, al risultato che avremmo conseguito.   Era la prima volta che giornali di tiratura nazionale, vedi La Stampa di Torino e il Tuttosport, ci riservavano addirittura una pagina con alcune fotografie, commentando con sincera ammirazione le nostre gesta. Era la prima volta che il Segretario Generale del CONI, Mario Saini, ci veniva a congratulare dicendoci «Fatevi onore, tutta l'Italia vi sta a guardare». Ma non posso nemmeno dimenticare l'incontro che ebbe prima della finale con il Giappone con l'allora presidente della Federazione Pallavolo Giancarlo Giannozzi il quale ci promise, in caso di vittoria finale, un premio di L. 100.000: questo a testimoniare in quale considerazione venisse tenuto l'incentivo economico dal nostro ambiente. Ricordo che rivolgendosi a me disse: “Tu Devoti sei dipendente del CONI e dunque non li potrai ricevere”. Era quella, infatti, la Nazionale dei tre dollari il giorno che non servivano neppure a spedire le cartoline alle nostre famiglie e alle nostre ragazze. Era la Nazionale che i nostri allenatori di allora, il ceco-slovacco Josef KozaK e Oddo Federzoni, chiamavano il capitale della nostra Federazione.  Una nazionale fatta interamente di seri studenti universitari, molti dei quali si sono poi laureati a pieni voti e poi diventati stimati medici, avvocati, ingegneri e insegnanti che sapevano dosare intelligentemente i loro sforzi in occasione degli impegni sportivi e scolastici.

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Torino rappresentò una svolta importante per la nostra pallavolo e neanche la brutta figura che ci toccò da lì a qualche giorno in Bulgaria, in occasione dei Campionati Mondiali, riuscì a scalfirne lo splendore. Da lì in avanti si incominciò a giocare ad armi pari con le altre Nazionali, sino ad allora al di fuori della nostra portata, soprattutto per una sorta di timore riverenziale di cui subivamo il riflesso. C'erano la volontà e la segreta speranza, in ciascuno di noi, che la nostra nazionale potesse diventare l'immagine del successo della nostra pallavolo, un successo che avevamo vissuto, che avevamo sofferto insieme e che era giunto dopo tante umiliazioni.    

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