Colnago: «Quella volta che Fiorenzo Magni sul Penice ci riempì l’auto di pioggia»

Il racconto della tappa del 1956 sul passo del Penice nel libro di Marco Pastonesi (“Il maestro e la bicicletta”) dedicato alla vita dell’imprenditore Ernesto Colnago, papà dei noti telai di biciclette

Ernesto Colnago con il telaio della bici di Pogacar, vincitore dell'ultimo Tour

Natale, si sa, è un tempo ideale – neve da spalare permettendo - anche per leggere. Tra le pubblicazioni delle ultime settimane c’è anche il bel libro “Il maestro e la bicicletta”, la conversazione di Ernesto Colnago con il giornalista Marco Pastonesi (editore 66th and 2nd). Il celebre produttore di telai di biciclette ripercorre la sua storia - l’infanzia povera, le avventure come corridore, l’inizio dell'attività da garzone a operaio, la dura strada da meccanico ad artigiano, le creazioni da eccellenza del Made in Italy – aprendo il cassetto dei ricordi. Al centro della sua vita, ovviamente, la bicicletta: «Pedalare è un bellissimo verbo di movimento: ci sono i piedi come radice, ci sono le ali come suffisso, e c'è lo stesso infinito - are - di andare e volare, ma anche di pensare e immaginare, disegnare e organizzare».

Nella carrellata di aneddoti compare anche il Piacentino. Colnago racconta un episodio capitato durante una tappa al Giro del ’56 sul Passo del Penice, che già all’epoca non brillava per la manutenzione stradale. Protagonista il “Leone delle Fiandre”, Fiorenzo Magni, capitano della “Nivea”, la formazione dove il giovane Colnago, oggi 89enne, prestava servizio. «Ogni occasione era buona per imparare: e a darci lezioni era Magni in persona. Come quella volta sul Penice, Giro d’Italia del 1956, strade scadenti e tempo infame. Magni alzò il braccio per chiedere assistenza, sull’ammiraglia – una Fiat 1100 – Giordano e il ragioniere Pagani non se ne accorsero, io sì, ma loro non mi dettero retta. Così Magni s’imbestialì, si sfilò a fine gruppo e ci investì. Non con la bici, ma con le parole. «È da dieci minuti che vi chiamo. Adesso tirate giù la capote, così siamo pari». L’ammiraglia si riempì di pioggia e navigò nell’acqua. Faceva freddo e da bagnati fradici, senza pedalare, ci saremmo ammalati. Cercai di salvare la situazione, presi un cacciavite e feci un forellino nel pianale della carrozzeria, almeno per non sguazzare con i piedi a mollo. Andava così, non che fosse meglio, ma s’imparava presto a crescere».

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