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Rane fritte e un bicchiere di vino: la colazione del pellegrino a Piacenza

Cavalli, carri, barche, locande e usanze: come si viaggiava sulla via Francigena

Una strada storica che attraversa tutta la provincia di Piacenza, partendo dal guado detto “di Sigerico” nella località sul Po di Soprarivo di Calendasco, fino alla città e poi dritti verso il confine di Alseno dopo Fiorenzuola, puntando su Fidenza terra parmigiana.

E’ la Via Francigena: ma c’erano delle regole generiche e ben specifiche che riguardavano il viaggio di chi andava pellegrinando e non solo, lungo la vasta pianura e la collina piacentina per poi proseguire oltre puntando in genere su Roma, città Santa.

Il viaggio medievale e perlomeno anche quello di qualche secolo dopo, aveva certo tre incognite: il tipo di terreno percorso, il clima stagionale ed il tempo che poteva variare improvvisamente. Le strade erano solitamente “bianche” di sassi e polverose, e dai diari antichi sappiamo che in prevalenza erano “strade piene derba segnate dai solchi lasciati dai carri”. Viaggiare su di un carro era scomodissimo, dato la mancanza di ammortizzatori e c’era chi preferiva addirittura affittare cavalli da sella che poi però rivendeva appena giunto a destinazione.

Il viaggio in barca per via fluviale risultava più sicuro, percorrendo lunghi tratti di fiume, tra di questi senza dubbio il Po. Infatti non c’era il pericolo di brutte imboscate da parte di ladroni e briganti che infestavano non di rado i boschi prossimi alle strade battute da mercanti e pellegrini: in più sappiamo che il viaggio in barca costava molto meno, era a buon mercato ed anch’esso a tappe giornaliere.

Le barche navigavano per legge solo di giorno, per la cena e il pernottamento si attraccava alla riva e dove possibile c’erano locande a disposizione dei più ricchi. Ad esempio all’Archivio di Stato di Milano abbiamo rinvenuto carte originali medievali relative al porticciolo e locanda di Soprarivo di Calendasco che offriva appunto ai viaggiatori un posto per la notte a pagamento. Diverso il discorso per l’ospitale di Calendasco, governato nel 1200 da frati laici terziari francescani, che davano riparo e vitto gratuitamente ai pellegrini meno abbienti.

Certamente ben protetto era il passo del fiume Po qui nel piacentino in quanto il comune di Piacenza aveva stipulato con i Ferraresi e quindi a favore dei mercanti veneti, un definito programma di protezione che ovviamente aveva un piccolo costo, dovuto con un dazio di passaggio e attracco della nave. Lo stesso valeva per i piacentini diretti per via fluviale verso quelle terre al ridosso dell’Adriatico e lo stabilisce chiaramente ad esempio un accordo del 1181 conservato nel Registrum Magnum del Comune di Piacenza. Si pagavano a Roncarolo di Caorso ed a Soprarivo “due soldi” per attraccare al palo del porticciolo, oppure per il semplice passaggio dell’imbarcazione in direzione Pavia “due libbre di pepe” spezia assai preziosa.

Ma il viaggio a piedi o a cavallo rimane prediletto: infatti le più antiche relazioni che sono rimaste a noi sono principalmente scritte da pellegrini e mercanti. Nei loro diari le strade sono misurate in miglia (un chilometro e mezzo circa), ci trasmettono le distanze tra una località ed un’altra e danno delle dritte sul pernottamento. Certamente di due tipi: povero, da pellegrino “puro” in un ospitale oppure in una locanda per chi può spendere qualche soldo.  Nei diari di viaggio è rarissimo trovare la spiegazione “turistica” dei luoghi come intendiamo oggi, si mirava all’utile.

Nelle locande il viaggiatore non di rado sapeva di trovare nei letti pulci, zecche e sporcizia. E la sporcizia per l’epoca medievale era anche il segnale universale di trovarsi in mezzo a gente che viveva in un luogo misero, arretrato e povero. La locanda comunque offriva a colazione un uovo fritto, un pezzo di pane e un bicchiere di vino, per dar energia al pellegrino che a forza di gambe doveva conquistarsi la meta. Ma dalle nostre parti di pianura, ricche di canali d’acque, tra le pietanze delle locande medievali si trovavano anche le rane fritte, cibo che nel Piacentino fino a non pochi decenni fa era ancora ben apprezzato sulle tavole locali.

Sappiamo bene come sia stato pubblicizzato già nel medioevo l’uso per il viaggiatore in genere di lavarsi all’arrivo mani, braccia e piedi: lo raccomandavano già al tempo di San Benedetto, prima dell’Anno mille, ed era un’uso obbligato in tutti i monasteri accogliere il pellegrino con un bacino d’acqua per rinfrescare i piedi di chiunque arrivasse.

Una maniera di viaggiar sicuro era quella di unirsi occasionalmente ad altri viaggiatori, meglio se mercanti, questi in genere conoscono bene luoghi e usanze locali. Ma il viaggiare “armato” non era sconsigliato, infatti boscaglie e strade adiacenti erano luogo prediletto di briganti per imboscate e ruberie. Al limite quando si arrivava alle porte della città, come ad esempio qui a Piacenza, gli armigeri che controllavano ingressi ed uscite e la riscossione dei dazi, si premunivano di far depositare al viaggiatore eventuali armi da offesa, che poi avrebbero restituito loro alla ripartenza.

Viaggiare a piedi oppure per via fluviale sul Grande Fiume o su di un cavallo, anche nel territorio piacentino era una prassi usuale e conosciuta, sfruttata da pellegrini e mercanti in genere. Un piccolo mondo anche questo, con le sue regole non scritte e le sue particolarità tra i diversi modi d’accoglienza e di viaggio.

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