Da Palazzo Costa alla Danimarca due dipinti di Carlo Dolci

Saranno esposti alla mostra “Mitologie–l’inizio e la fine delle civiltà”, esposizione che sembra calarsi apposta nel momento drammatico che stiamo vivendo

Carlo Dolci - Angelo annunziante, Palazzo Costa

La città danese di Aarhus, già capitale europea della cultura nel 2017, ospiterà dal 4 aprile al 18 ottobre 2020 un’importante mostra all’ARoS Museum, il museo civico che con i suoi modernissimi ed avveniristici 10 piani e gli oltre 20.000mq espositivi rappresenta il più grande museo del Nord Europa. Il titolo della mostra “Mitologie – L’inizio e la fine delle civiltà” ci appare quanto mai attuale, stante la drammatica situazione che si sta vivendo in Europa e in particolare in Italia. In effetti le storie mitologiche contengono potenti forze che possono essere sia costruttive che distruttive. La mostra “Mythologies - The Beginning and End of Civilizations” che si svolgerà all'AroS Museum, ha lo scopo di esporre, attraverso le arti visive, il pensiero e le narrazioni che nelle varie epoche storiche hanno costituito il fondamento della società e ne hanno governato sia il progredire della civiltà, sia il suo declino attraverso le guerre e la distruzione. In Carlo Dolci-2questo risiede la dualità delle mitologie.

Piacenza sarà presente con due suggestivi e delicati dipinti, normalmente esposti alla Fondazione Horak di Palazzo Costa, realizzati da Carlo Dolci (Firenze, 1616 – Firenze, 1687), il maggior pittore fiorentino del Seicento. Secondo le intenzioni dei curatori i due dipinti piacentini assumeranno un ruolo di rilievo nell’ambito della mostra, proprio perché testimoni di quel particolare periodo successivo al contesto culturale sorto dal contrasto fra Riforma e Controriforma che segnerà poi il lento tramonto della mitologia cristiana fino al successivo linguaggio rivoluzionario del neoclassicismo, dove non è più una mitologia religiosa ma politica ad assumere il ruolo di protagonista.  I dipinti della Fondazione Horak di Palazzo Costa, realizzati da Carlo Dolci nel terzo quarto del Seicento, raffigurano rispettivamente una Mater dolorosa e un Angelo annunziante, e sono opere che esprimono tutto il misticismo e l’estrema cura dei particolari che il grande pittore seicentesco sapeva infondere nei suoi lavori. Carlo Dolci nacque il 25 maggio 1616 e sappiamo attraverso le notizie che ci sono state tramandate dal Baldinucci, l’erudito cronista fiorentino suo contemporaneo cui si deve la biografia completa del pittore, che aveva un carattere timido e un forte senso religioso, accompagnato da grande devozione e misticismo. Narra il Baldinucci che sin da giovanissimo il Dolci prese a frequentare la “Compagnia di San Benedetto, nella quale crescono ogni dì nella devozione, e aveva fatto un molto fermo proponimento di non mai in vita sua voler altro dipingere che Sacre Immagini, o Sacre Istorie, talmente rappresentate, che potessero partorir frutti di Cristiana pietà in chi le mirava”.

A conferma del particolare misticismo devozionale del pittore, il Baldinucci narra che il giorno delle nozze (sposò Teresa Bucherelli nel 1654) il Dolci non si faceva trovare. “Si cerca e si ricerca Carlino e alla compagnia e alla casa e per diverse chiese, e Carlino non si trova: e finalmente essendo vicinissima l’ora del desinare, chi con non poca speranza di più trovarlo il cercava, nella Chiesa della Santissima Nunziata lo ritrovò nella cappella del Crocifisso de’ morti ben rincantucciato in atto di orazione”.  In vita Carlo Dolci fu molto laborioso e salvo in un’unica occasione, quando si recò a Innsbruck per ritrarre l’imperatrice Claudia Felicita, figlia di Ferdinando Carlo e Anna de’ Medici, per le nozze di costei con Leopoldo, restò sempre fedele alla sua Firenze: possiamo oggi affermare che fu la sua fama a viaggiare per lui. In età avanzata ebbe numerosi problemi fisici e negli ultimi anni di vita le sue condizioni di salute peggiorarono sensibilmente con la morte della moglie, a cui era molto legato e che gli diede otto figli, sette femmine e un unico maschio, Andrea, che preso dalla stessa religiosità del padre si fece prete. Dolci si spense nel 1687 e venne sepolto nella Basilica della Santissima Annunziata a Firenze, proprio la chiesa in cui si rifugiò a pregare il giorno del suo matrimonio.  Indubbiamente la presenza in mostre a caratura internazionale di opere che provengono dalla nostra città favorisce la conoscenza di Piacenza nel mondo e sotto questo aspetto possiamo affermare che le opere d’arte rappresentano in qualche misura degli autentici ed efficaci ambasciatori culturali per il nostro territorio, soprattutto in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo - la cui durata è impossibile da ipotizzare - in cui i turisti non possono recarsi a Piacenza.  Pertanto, senza scomodare Maometto, è il caso di dire che se le persone non possono spostarsi per andare a visitare le opere d’arte...sono le opere d’arte a muoversi al posto loro!

Con questa mostra, ARoS Museum si prefigge lo scopo di convincere il pubblico a relazionarsi con le mitologie che definiscono e creano il quadro della società di cui tutti facciamo parte e contribuiamo al suo sviluppo. Una delle tesi principali della mostra è che miti e storie sono ancora ciò che ci unisce. Abbattendo una serie di luoghi comuni ancora insiti nella storia, “Mythologies - The Beginning and End of Civilizations” metterà in contrasto vecchi e nuovi racconti, evidenziando come i punti di rottura siano spesso radicali. Il percorso ideale proposto dalla mostra ha inizio con le prime mitologie greche, nelle quali il divino assume forma umana. La mostra passa poi al contesto conflittuale fra Riforma e Controriforma che segnerà l’inizio del tramonto della mitologia cristiana fino al successivo linguaggio rivoluzionario del neoclassicismo, dove non è più una mitologia religiosa ma politica ad assumere il ruolo di protagonista e dove la mitologia classica ritorna ad essere lo specchio della rivoluzione, in una sorta di ricorso storico che caratterizza oltre duemila anni di civiltà. La mostra tratta anche di mitologie più recenti - come le narrazioni relative alla formazione dei nuovi stati nazionali, con accenni e confronti sul loro passato che legittimano il diritto di una popolazione alla sovranità su di una determinata area – fino alle tragiche esperienze del nazismo e del fascismo, per giungere infine all’attuale stato sociale, che ha sostituito le comunità mitologiche del passato.

Dai principali musei europei sono confluiti alla grande mostra dell’ARoS Museum opere dei massimi protagonisti della pittura di ogni tempo come, per citare qualche esempio, Pieter Paul Rubens, Ludovico Carracci, Albrect Dürer, Lucas Cranach, Francois Boucher, Carlo Dolci, Gian Pietro Rizzoli detto il Giampietrino, Jan Brueghel, Nicolas Regnier e molti altri; mentre tra i protagonisti dell’arte contemporanea saranno esposte opere di Damien Hirst, Anselm Kiefer, John Akomfrah, Marguerite Humeau, Shana Moulton, Robert Boyd, Christian Jankowski, Anika Schwarzlose, Raphaela Vogel, Kader Attia, Anri Sala, Pauline Curnier Jardin, Sam Durant ecc.

Come si può evincere dalla eterogeneità delle opere esposte, dal numero delle stesse e dall’importanza degli autori, la mostra “Mitologie – L’inizio e la fine delle civiltà”, che resterà aperta al pubblico per sei mesi salvo proroghe, costituirà una tra le più ricche offerte culturali proposte in ambito europeo in questo difficile e anomalo 2020.  A questo proposito, l’evento che si propone di indurre nei visitatori riflessioni sull’inizio e la fine delle civiltà, sembra calarsi apposta nel momento drammatico che stiamo vivendo, alle prese con un’emergenza sanitaria di portata internazionale alla quale non eravamo certo né abituati, né preparati. Per questa ragione la Danimarca, che in un primo momento stava valutando la possibilità di annullare la mostra, ha invece deciso di dar corso comunque a tale evento culturale e ciò proprio perché mai come in questo difficile periodo, caratterizzato da contagi e perdite di vite umane, appare d’attualità una riflessione sull’inizio ed il tramonto di ogni civiltà. 

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