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Dalla Dante Alighieri una cartolina storico culturale di Gradara e Urbino

Le due località offrono un ritorno al passato, attraverso le proprie bellezze storiche e artistiche, benché “centri” aperti alla vita moderna

Nella piena osservanza di tutte le misure anti-Covid, la Società “Dante Alighieri” di Piacenza, a corollario delle celebrazioni del 700° dantesco (Gradara) e del 500° della morte di Raffaello Sanzio (Urbino) ha realizzato una visita turistico-culturale alle due località, nelle quali i Malatesta e poi gli Sforza e Della Rovere (Gradara), nonché i Montefeltro (Urbino) espressero le Signorie tra il ‘200 e il ‘500.

Il ricordo dalla riuscita e coinvolgente passeggiata turistico-culturale. Aria di “borgo medieval-rinascimentale”: Gradara e Urbino offrono un ritorno al passato, attraverso le proprie bellezze storiche e artistiche, benché “centri” aperti alla vita moderna. E Urbino in particolare, alla vitalità universitaria con ben 16mila studenti che si aggiungono ai 14mila suoi abitanti. Il Castello di Gradara vide consumarsi tragicamente la vicenda d’amore di Paolo Malatesta e di Francesca da Rimini, intensamente ricordata da Dante nel Canto V dell’Inferno (i “lussuriosi”), ove i “dannati” sono trascinati da un vorticoso continuo vento per il girone infernale. 

Così avviene anche per Paolo e Francesca, uniti peraltro nel vortice, così come li unì in vita il loro amore, in un desiderio che mai sarà soddisfatto. Il poeta prova però una sincera “pietà” verso i due giovani, costretti entrambi a contrarre matrimoni imposti delle loro famiglie, a fini di maggior egemonia politica. Paolo e Francesca davvero innamorati di un amore sincero e profondo, ma ovviamente adulteri, sono purtroppo nell’Inferno, ma Dante è intimamente addolorato per tale sorte, benché, per ragioni morali, non possa assolverli, in quanto la ragione deve sempre prevalere su un’impropria passione. Il marito di Francesca, Gianciotto Malatesta, zoppo e assai poco attraente, fratello di Paolo, informato dal terzo fratello minore, fece in modo di sorprendere in flagrante i due, e li uccise di spada entrambi.  E anche Francesca, che per difendere l’amato, gli si parò dinanzi, cadde trafitta. È l’amara storia di questi due innamorati, cui Dante dèdica uno dei canti più famosi, e sono celeberrimi i versi : “La bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: da quel giorno, più non leggemmo avante”. La visita al Castello trova ovviamente il suo fulcro nella stanza del misfatto (quanto meno secondo la tradizione). 

A propria volta,  Urbino fu il feudo dei Montefeltro, e in particolare di quel Federico conte, poi duca, guerriero, mecenate, uomo di cultura, il quale rese “scenografico” il Palazzo Ducale, con la costruzione della facciata ornata dai due “torricini”. Il Duca Federico fu sempre dipinto di profilo (notissimo il dipinto di Pier della Francesca) affinché non si vedesse la cicatrice del suo occhio destro, perduto per una ferita in battaglia, e che determinò nel Duca la decisione del taglio setto nasale, per poter guardare con l’occhio sinistro anche di traverso.

Bellezza e arte pervadono gli innumerevoli “dipinti” della Galleria del Palazzo Ducale, fra i quali alcune opere del padre di Raffaello, Giovanni Santi, da cui il figlio apprese le nozioni di base delle tecniche artistiche. Presenti anche opere di Raffaello, fra cui la “Muta”, celebre figura di Nobil Donna, dallo sguardo misterioso, e che ritrarrebbe Giovanna Feltria, figlia di Federico.

D’obbligo la visita alla Casa di Raffaello, dotata di interessanti elementi, fra cui, nel cortile, la pietra utilizzata da padre e figlio per pestare e mescolare i colori, nonché il pozzo-cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Bellissima, all’interno della casa, la “Madonna di Casa Santi”, opera di Raffaello adolescente. A conclusione dell’intensa giornat, il Duomo, Il Palazzo degli ex-Padri Scolòpi (ove studiò il Pascoli, che sul vicino Colle dei Cappuccini ambientò la poesia “L’aquilone”), l’imponente monumento a Raffaello, la Fortezza Albornoz, con l’incantevole veduta urbinate, e le cosiddette “piole” medievali (ripide stradine ad agevole gradinata).

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