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Dante, il poeta della patria e “padre” della lingua italiana

Giovedì 25 marzo ricorre il “Dante-Dì”

Il Comitato Piacentino della Dante Alighieri aveva programmato una serie di iniziative culturali per  celebrare al meglio questo 2021, l’anno del 700esimo anniversario dalla morte di Dante Alighieri. La pandemia ha reso vano lo sforzo organizzativo.

Il Presidente Roberto Laurenzano, con questo suo interessante articolo, ci affida la memoria del “Dante-Dì” e comunica che il denso programma delle celebrazioni piacentine, NON E' ANNULLATO ma soltanto RINVIATO", sia pure con effetto ... retroattivo, non appena la situazione pandemica sarà migliorata.

1321-2021: 7° centenario della morte di Dante Alighieri. In tutta l’Italia vengono celebrati l’evento e la figura del Sommo Poeta, e la “Società Dante Alighieri” di Piacenza, avendo necessariamente rinviato (a causa della persistente emergenza sanitaria) il proprio densissimo Programma, intende comunque ricordare un “Nome” eccellente della letteratura e storia italiana, al quale il Governo stesso, con proprio provvedimento del 2020, ha inteso dedicare una “Data” calendariale (il 25 Marzo di ogni anno, col “Dante-Dì”) celebrativa di Dante quale “padre della Lingua Italiana”. Ma perché Dante è tale? Sappiamo che nel lungo periodo della “Romanità” pre-imperiale ed imperiale, la lingua “parlata” era il latino, sia pure in forme differenti stanti le forti diversità delle popolazioni territoriali nell’ambito del vastissimo Impero Romano (dal Nord e Centro-Europa all’Asia, dall’Occidente all’Africa, e ovviamente alla stessa varia nostra penisola italica). Il Latino “classico-letterario” e scritto (quello cioè dei poeti latini e dei dotti) era altra cosa rispetto al latino “parlato” dal popolo. Ma la lingua è “naturalmente” soggetta a modifiche nel corso del tempo; e già da prima della caduta dell’impero romano d’Occidente (476. d.C), e poi con le successive “invasioni barbariche” ci si allontanò sempre più dal latino “parlato” in precedenza, e la lingua venne man mano integrandosi con nuove forme, fino ad assurgere  a quel linguaggio che poi, in secoli successivi, sarebbe stato qualificato “Volgare” (da “vulgus=popolo). Il “latino letterario” rimaneva, con le sue regole e strutture fisse e determinate, solo come lingua colta di letterati, della Chiesa, e per atti pubblici istituzionali. Ma nel 960 d.C. si ritrovò un atto “notarile” (il “Placito Cassinese” o “Carta Capuana”, scritto in terra campano-laziale) non più in latino, pur se risentiva di ancor qualche sfumatura di esso: era un atto giuridico con cui venivano restituiti, sulla base di testimonianze, talune terre all’Abbazia Benedettina di Cassino, in precedenza abbandonate coattivamente dai Monaci a causa di vicende storiche. Tale documento fu scritto in un italico che era un po’ il “primordio” di quello che sarebbe  stato successivamente il vero e proprio “Volgare italico” poi “parlato” (dico “italico”, e non “italiano”, essendo in quei tempi la nostra penisola una pluralità di territori autonomi e distinti).

Dopo la nota Scuola Siciliana (sec.XII-XIII, nata alla Corte di Federico II° di Svevia nel regno di Sicilia) la quale si esprimeva in un “italico scritto colto”, ma già tuttavia segnale di esigenza di una lingua che, pur restando colta, si avvicinasse al “volgo” (cioè al “parlato”), tale esigenza di lingua “volgare” col sec.XIII incontrò in Dante la massima attuazione. Invero, Dante nel suo “De vulgari eloquentia” (scritto in latino per le persone di cultura) ebbe a sottolineare l’importanza vitale di uno “scriver letterario” vicino al “parlato” della gente. Ed esaminate le varie “parlate locali” della penisola (vere e proprie lingue locali “parlate”), individuò nel “fiorentino del ‘300” la miglior lingua degna di valere come “letteraria scritta” ma anche vicina al “volgo. In tal senso Dante avvertì l’importanza vitale di una lingua “comune” a tutti della penisola italica ben cinque secoli prima dell’effettiva Unità d’Italia (avvenuta solo nel corso dell’ 800).

Perché tale necessità di “lingua comune”? Perché è proprio la lingua ad esprimere le “radici naturali” e quindi l’ “identità”  di un popolo, sulla base di vicende storiche, costumanze, tradizioni, religione “comuni”. Con Dante tale verità trovò la sua prima espressione, benché poi sia stato nell’‘800 Alessandro Manzoni con i “I promessi sposi” ad attuare - elevando il “fiorentino” a modello nazionale linguistico, in piena coerenza con l’Alighieri - un linguaggio che, depurato di lombardismi, francesismi e di termini troppo tipici di lingua letteraria, era chiaramente comprensibile alla popolazione. Il “battesimo” dato già nel ‘300 da Dante alla “lingua” quale elemento fondamentale della “identità” di un “popolo”, in particolare attuandola già col proprio stesso capolavoro (la “Divina Commedia”), trovava nell’‘800 il crisma con Manzoni.

Il “padre” però era stato Dante Alighieri. Ecco perché Dante è quindi giustamente definito “il padre” della lingua italiana: Dante è stato il “primo” a credere nell’italiano, a capire l’importanza del “Volgare”, e a scrivere in questa lingua quale mezzo espressivo “unitario”, cioè capace di andare oltre i confini regionali, tant’è che il buon 90% dei termini della sua “Commedia” sono parole che “oggi” fanno parte della “comune” lingua italiana, sia essa  “scritta” o “ parlata.

Ma Dante rimane grande anche per un’altra ragione: la sua “Divina” Commedia non è un’opera meramente poetica: essa persiste immortale non in quanto densa di richiami storici, personaggi, dialoghi, o per l’alta poesia, ma perché essa – attraverso l’immaginario viaggio nell’oltretomba - esprime il viaggio stesso “interiore” di ogni Uomo-Essere Umano”, in ogni tempo e in ogni luogo, alla ricerca della propria intima identità e del proprio senso della vita; e di “quel qualcosa” che egli “avverte” superiore a se stesso e alla propria limitata ragione, e a cui tendere come forma di redenzione e di piena realizzazione di sé. Ma questo è un altro discorso.

Roberto Laurenzano

Presidente della Società “Dante Alighieri”

Sede di Piacenza

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