Mercoledì, 22 Settembre 2021
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«Superiamo i fantasmi dell’emarginazione e lanciamo un messaggio contro la solitudine, non è educativo?»

Andrea Pancini, docente 36enne di Piacenza, è una delle drag queen che si sarebbe dovuta esibire questa sera a Spazio4. «Lo spettacolo è un modo per promuovere l’inclusione, le giustificazioni erano l'ultima cosa di cui avevamo bisogno»

La drag queen Ivana K.

«Lanciamo un messaggio d’inclusione e contro la solitudine, come può non essere educativo?». Alla domanda sullo scopo dello spettacolo previsto e poi annullato al centro di aggregazione giovanile Spazio4, risponde Andrea Pancini, docente 36enne di Piacenza – da tre anni in arte Ivana K. - una delle drag queen che questa sera si sarebbe dovuta esibire in occasione della festa organizzata in ricordo dei moti di Stonewall. «Ci sarò anche se non faremo il nostro show, perché potremo comunque stare con le persone e intrattenerle chiacchierando, questo penso che nessuno ce lo possa vietare».

La bocciatura parla di mancate finalità educative dello spettacolo - non ritenuto idoneo al luogo - dal suo punto di vista sono presenti? «Non vorrei dilungarmi troppo, ma sì. Innanzitutto, il travestimento in sé è una delle prime attività ludiche che fanno i bambini, scambiandosi i vestiti, indossando abiti anche del genere opposto, in maniera giocosa ed espressiva, anche le scienze umane hanno prodotto fior fior di lettura sull’argomento. I genitori poi - non tutti - impongono fin da subito regole piuttosto rigide, improntate sul fatto che vestirsi in un modo che non appartiene al genere attribuito non vada bene. Il messaggio che vogliamo lanciare quindi, pensando all’infanzia, è che la libertà di giocare e di esprimere sé stessi non deve essere repressa o soggetta a “sgridate”. Per quanto riguarda gli adolescenti e l’età adulta il messaggio è più complesso. Ai primi, soprattutto a quelli della comunità LGBTQ+, che non ha molti luoghi di ritrovo, far sapere che esiste uno spazio sicuro dove possono essere sé stessi.

Agli adulti invece? «Mostrare che siamo persone come tutte le altre, che ci divertiamo, che non facciamo del male a nessuno, che abbiamo una storia alle spalle, spesso di discriminazione. Giocare con il nostro genere – sia che si tratti di drag queen come di drag king (versione “maschile” delle prime, nda) - per noi è un modo per superare i fantasmi dell’emarginazione e accettarci per come siamo in una società che ci ha sempre voluto convincere di essere sbagliati. Un messaggio importante, per l’inclusione e contro la solitudine, più educativo di così!»

C’è anche una dimensione storico-culturale in questo tipo di spettacolo? «Di questo si potrebbe parlare per giorni: il travestitismo e l’ambiguità di costumi e mosse ha sempre esercitato un enorme fascino teatrale in tutte le culture ed epoche storiche, dall’antica Grecia al Giappone. Dal punto di vista antropologico fa parte dell’essere umano, per divertirsi e divertire gli altri, ma anche per riscoprire una parte di sé stesso. La capacità che ha l’espressione teatrale di effetto psicoterapeutico è cosa nota e risaputa. C’è solo una parvenza di “eccesso” e volgarità in questi show, ma questo è solo un giudizio superficiale, che non ci aspettavamo da una istituzione pubblica, che dovrebbe supportare la cultura, l’inclusione e combattere l’isolamento giovanile. Nascondersi dietro a un dito e le giustificazioni erano l’ultima cosa di cui avevamo bisogno».

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