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Martedì, 6 Dicembre 2022
Attualità

«Dunque il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo»

Il Grande Fiume e Giovannino Guareschi, un legame indissolubile. Nel cinquantesimo della sua scomparsa lo scrittore bassaiolo è stato ricordato in tanti modi nella sua terra. Nel “Mondo piccolo” il fiume Po raccontato “nasce” e parte da Piacenza

Il Mondo piccolo intorno al fiume è terra di forti passioni ed esasperazioni: lo scrittore insiste sulla correlazione tra queste tensioni e lo scorrere dell’acqua. Quasi che il fiume segni sulla cartina italiana quest’area ricca di avvenimenti politici, scontri, polemiche e rappresaglie del dopoguerra.

…sapevano che là, in quella fettaccia di terra grassa spaparanzata lungo la riva destra del grande fiume, c’è gente che si scalda facilmente[1].

Questa è una delle solite storie di paese e per capirla bene bisognerebbe abitare un po’ nelle case basse della piana lungo il fiume, sentire sul cervello il sole di luglio, veder spuntare, qualche sera d’agosto, la luna enorme e rossa dietro l’argine. Tutto pare immobile, nella piana della Bassa, e uno ha l’idea che non succeda mai niente lungo quegli argini deserti, e che non possa succedere niente dentro quelle case rosse o blu dalle finestre piccole. Invece succedono più cose che al monte e nelle città perché quel sole dannato va dentro nel sangue della gente. E quella luna rossa e smisurata non è la solita luna gelida degli altri posti, ma scotta anch’essa e, la notte, scalda il cervello dei vivi e le ossa dei morti. E, d’inverno, quando il freddo e la nebbia premono sulla gente non ha il cervello sufficientemente fresco per ripensare alle cose fatte durante l’estate e così, ogni tanto, una doppietta sputa fuoco da dietro una siepe, o una ragazza fa piena-fiume-po-2-2 quel che non dovrebbe fare[2].

La sera del secondo giorno, mentre don Camillo tornava in bicicletta dal paese vicino, cinque diavolacci saltarono su dall’argine e, senza che si sentisse un sette, gli insaccarono la testa in un tabarro e poi gli diedero un temporale di legnate da lasciarlo lungo disteso sull’argine con la testa piena di nebbia[3].

Peppone lo conoscevano tutti, lungo il fiume, e sapevano che nessuno sarebbe mai riuscito a fargli cambiare idea[4].

Un fiume che è il centro della vita dei paesi, nel bene e nel male. Il Po dà tanto agli abitanti della bassa padana: l’acqua viene convogliata per dissetare i campi. Gli agricoltori benedicono l’acqua del fiume che permette ai poderi di essere rigogliosi. Questa è una delle zone più fertili d’Italia, con una variegata varietà di colture. Ma il fiume sa anche togliere il sonno a chi abita lungo il suo corso.

Ma, un brutto giorno, il fiume grosso s’incapricciò del podere che costituiva il beneficio e che, disgraziatamente, faceva parte della fertile fascia di terra tra il fiume e l’argine.  Piacciono, al fiume grosso, questi scherzi: per mille anni lambisce una terra senza che niente succeda ed ecco che, d’improvviso, l’acqua incomincia a rosicchiare la sponda e, un boccone dopo l’altro, si mangia tutto[5].

L’acqua fa paura: toglie terreno, esonda dagli argini, invade territori non suoi e distrugge anche ciò che l’uomo ha costruito nei dintorni. La devastante alluvione del 1951 nel Polesine lungo tutti gli argini del Po ispirerà alcuni racconti di don Camillo. Il triste evento rappresenterà una ferita profonda nel suo cuore di scrittore[6].conca monticelli ongina fiume po-2

Il grande fiume aveva incominciato a fare il cattivo e, quando il grande fiume si sveglia, non si può mai dire come andrà a finire. E andò a finir male perché il fiume combinò uno dei suoi famosi scherzi. Sfondò l’arginello in un certo punto delle Ghiare ed entrò a dare una passatina alla terra del fu Minta. Non fece gran danno: difatti, visto che tutto andava bene, si ritirò subito. Ma non abbandonò tutta la terra. Il grande fiume aveva sfondato l’argine che difendeva la fetta di terra della Casa Rossa e si prese la fetta di terra della Casa Rossa. Il grande fiume, ogni tanto, combina queste bizzarrie: toglie terra da una parte, per donarla a un’altra parte. Impoverisce Tizio, per arricchire Caio o Sempronio. Il fiume scavò profondo nella fetta di terra della Casa Rossa e si portò via tutto[7].

Il paese era completamente isolato: tagliati i fili, tagliati i ponti, assediato da fiumi in piena che premevano contro tutti gli argini e con acqua che continuava a venir giù a torrenti dalle nuvole[8].

…quando venne la piena, la casa si sciolse dentro l’acqua. E quando l’acqua si ritirò, dell’edificio era rimasto soltanto un mucchietto di mattoni coperti di fanghiglia[9].

L’acqua incominciò a invadere il primo podere oltre la Strada Nuova, poi il secondo e via discorrendo[10].

Girando per la Bassa, si possono vedere delle lapidi sui muri delle case, con segnata una riga e un’altezza indicata in metri. «Qui» dicono «arrivò l’acqua durante l’alluvione del 1951». Non è difficile evocare i paesi, le strade, i campi sommersi. I casali ridotti a isole in mezzo a un mare di acqua e di fango. Immagini in bianco e nero consegnate alla memoria dei filmati dell’epoca. Difficili da passare col colore del racconto. Eppure Guareschi - come fa notare Alessandro Gnocchi - riuscì a tracciare almeno una riga di rosso in quegli orizzonti bassi e opprimenti. Fece balenare un sole che comunque riesce sempre a sorgere[11]. Gli uomini del Mondo piccolo si affidano a Dio, alla Fede[12], alla speranza: non vogliono essere spazzati via insieme alle loro cose.

 

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