Cambio di location

Festival di Veleia, stasera Marco Baliani con la prima nazionale di "Quando gli dèi erano tanti"

L'evento si svolgerà al secondo piano di Palazzo Xnl a Piacenza in via Santa Franca 36, location al chiuso scelta in alternativa all’area archeologica a causa della pioggia

Marco Baliani, tra i protagonisti e fondatori del teatro di narrazione contemporaneo, ha scelto il Festival di Veleia per la prima nazionale del suo nuovo spettacolo, Quando gli dèi erano tanti dedicato alle scritture dell’intellettuale ed editore di Adelphi Roberto Calasso. Il festival ospiterà stasera 25 giugno alle 21.30 la prima nazionale di Quando gli Dei erano tanti, al secondo piano di Palazzo XNL a Piacenza (in via Santa Franca 36), location al chiuso scelta in alternativa all’area archeologica a causa della pioggia. «Un grazie speciale a Marco Baliani per aver accolto il mio invito ad elaborare un testo dedicato all’opera di Roberto Calasso che il festival desidera omaggiare», commenta Paola Pedrazzini, direttrice artistica del Festival di Teatro Antico di Veleia».

«Al dispiacere di non poter ospitare questa prima nazionale nella splendida cornice dell’area archeologica per la quale era stata pensata, si unisce comunque la gioia di ritrovarci tutti insieme con Baliani in un luogo speciale per noi come il secondo piano di Xnl, sede della Sezione Cinema e Teatro e di Bottega Xnl, in cui lui ha lavorato per due anni come nostro regista e docente nel 2022 e nel 2023, edizioni culminate al festival di Veleia con la rappresentazione delle tragedie Antigone ed Edipo con venti giovani attori e attrici in scena».

Prendendo le mosse in particolare da Le nozze di Cadmo e Armonia, Baliani costruisce uno spettacolo che «nasce dal desiderio di intrecciare quelle narrazioni mitiche che nel tempo sono affiorate sulla superficie del mio mare e che stanno lì come isole su cui è sempre possibile tornare ad abbeverarsi e nutrirsi». Partendo da questi miti Baliani costruisce un universo di rimandi, di mappe immaginarie, di viaggi letterari in cui la classicità incontra Leopardi, Pavese, Rilke e Brodskij, aprendo la narrazione «a pensieri imprevisti, a sorprese della percezione, che riguardano il nostro presente, che rimettono in gioco la memoria e allacciano il racconto ad altre narrazioni, a incontri con altre opere, in un dialogo con altri artisti. Quello che ne esce è una mappa di eventi da percorrere nello stupore, e nell’incantamento della voce che li fa rivivere».

«Come Ismaele nell’incipit del Moby Dick di Melville, quando l’orizzonte si incupisce e la percezione del mondo mi si offusca, è tempo di salpare, di uscire dalla gabbia dei giorni per aprirsi verso l’ignoto. E se il mare oceano non è lì a portata di corpo, le pagine di Roberto Calasso mi faranno viaggiare lo stesso, salpando in altri lidi. Questo spettacolo nasce dal desiderio di intrecciare quelle narrazioni mitiche che nel tempo sono affiorate sulla superficie del mio mare e che stanno lì come isole su cui è sempre possibile tornare ad abbeverarsi e nutrirsi. Ma l’oralità del mio narrare non si esaurisce nell’offrire la visione o, meglio, l’ascolto di quei territori numinosi e misteriosi. Ognuno di quei miti racchiude altre strade, un susseguirsi di rimandi, di crocicchio in crocicchio, verso altre mappe immaginative, mappe che si possono percorrere. Ognuna di quelle strade illumina anche esperienze del mio vivere, i crocicchi della mia esistenza, quelle “linee d’ombra” che segnano i passaggi generazionali. Così il racconto apre a pensieri imprevisti, a sorprese della percezione, che riguardano il nostro presente, che rimettono in gioco la memoria e allacciano il racconto ad altre narrazioni, a incontri con altre opere, in un dialogo con altri artisti. Quello che ne esce è una mappa di eventi da percorrere nello stupore, e nell’incantamento della voce che li fa rivivere. Grotte, boschi, mari, scogli, la natura tutta parla con le voci potenti degli Dei che l’hanno abitata, e che sono ancora lì, nascosti alla nostra vista assetata solo di merci e votata al consumo della natura stessa. Sono ancora lì anche quando ai boschi si sostituisce l’intrico di una metropoli, o di strade brulicanti di esistenze in corsa.  Anche lì, a saperle ascoltare, ci sono voci antiche che ci parlano. Sono ancora lì a ricordarci del tempo in cui il frondire delle foglie aveva una voce, un ascolto e una necessità. Mi piacerebbe con questo spettacolo ritrovare quell’ascolto». 

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