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«Forse non è andato tutto bene, si torna a vivere un’esperienza surreale»

Le riflessioni di Carla, una delle operatrici sanitarie in servizio all’ospedale di Fiorenzuola, da poche ore chiamato nuovamente ad accogliere pazienti covid positivi

“Speravo di non avere più a che fare da vicino con questo maledetto grande male, un virus terribile che uccide. Pensavo di non dover più stare in prima linea e rischiare la vita restando al mio posto con i colleghi medici, infermieri, operatorio sociosanitari, fisioterapisti e personale di pulizia. Adesso che so cosa ci aspetta, allora ancora non sapevo. Forse non è andato tutto bene ma ora dobbiamo rifarci su le maniche e lottare di nuovo per uscirne vincitori. Resisteremo sul campo con onore, con turni snervanti in situazioni mai immaginate, infaticabili contro il dolore del nostro prossimo e contro il nostro”. Sono riflessioni di Carla, una delle operatrici sanitarie in servizio all’ospedale di Fiorenzuola, da poche ore chiamato nuovamente ad accogliere pazienti covid positivi.

La professionista, come altri suoi colleghi, ha pubblicato su Facebook alcune considerazioni personali, raccontando le emozioni dei sanitari, che si trovano a dover affrontare la seconda ondata. Durante l’estate il sistema sanitario piacentino ha lavorato per essere pronto: sono stati preparati i piani, modificata l’organizzazione, acquisito personale. Ma il ritorno di un numero consistente di pazienti in ospedale non lascia certo indifferenti i professionisti che hanno già visto a marzo e aprile gli effetti devastanti del virus sui loro pazienti. Ecco ancora le parole di Carla: “Già era nell'aria da qualche giorno: troppi contagi, troppi ricoveri, speravo di poter lavorare con pazienti non contagiati ma purtroppo anche l’ospedale di Fiorenzuola non sarà più covid free. Non è per la paura del virus, non è per i tutoni da indossare o le maschere da portare e nemmeno perché non si potrà bere un sorso d 'acqua se avremo sete o andare in bagno se saremo vestiti. A questo purtroppo ci siamo abituati".

"Non volevo tornare reparto covid per le ferite della prima ondata e per l’emotività che ci scorre ancora dentro, che abbiamo il dovere di asciugare, anche se pure dice molto di quello che è avvenuto. Non volevamo tornare dove abbiamo combattuto, abbiamo pianto e alla fine abbiamo riso sperando di aver vinto. Non vorrei pazienti covid perché non so se avrò la forza di superare anche questa guerra. Si, perché è una vera e propria battaglia. Si torna a vivere un’esperienza surreale che mai avremmo immaginato di vivere. Ed è, qui, adesso, sapendo di tornare reparto covid, che ti assalgono i ricordi che avevi rimosso ma che avevi ancora in fondo ai tuoi occhi e in fondo al cuore. Pazienti che entrano e stanno male e non puoi far altro che curarli stando il più distante possibile, vedere che sono soli e spaventati e non poterli aiutare più di tanto perché ti devi dividere fra tutti, vederli morire e ricordarti del numero infinito di bare quando scendevi in camera mortuaria. Pazienti che di te vedranno solo gli occhi e nulla più, pazienti che non avevamo neanche il tempo di conoscere, di cui ci ricordavamo solo i nomi. Ti tornano in mente giorni di persone in coma farmacologico e speranze di un risveglio che forse non sarebbe arrivato. Giorni di ossigeno e maschere c pap, di difficoltà respiratorie che a pensarci ci manca ancora il fiato. Pazienti portati via dai loro affetti, da quegli affetti che tu vedevi alla porta del reparto quando portavano la biancheria pulita e mentre ti allontanavi li vedevi guardare dallo spioncino nella speranza di vedere il loro caro. Giorni di video chiamate finché si poteva, giorni di telefoni che squillavano sui comodini e rimanevano inesorabilmente muti. Questo virus ci ha reso e ci rende impauriti, vulnerabili e senza maschere, questo ci porta ad aprirci, aprire la nostra anima, mostrando a tutti, ma prima di tutto a noi stessi, che esseri siamo, umani”.

“E allora mi armerò di speranza e di forza, la dividerò con i miei colleghi e insieme a loro combatteremo ancora perché fa parte del lavoro che amiamo anche per questo, perché ci offre il privilegio di poter essere il sorriso triste dei nostri malati. Come diceva Fogar: "È la forza della vita che ti insegna a non mollare mai, anche quando sei sul punto di dire basta".

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