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Sabato, 28 Maggio 2022
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Fra Gorgone da Piacenza e i frati godenti

Non ebbero mai monasteri, però vestivano una tunica bianca con "crociona" rossa

A Piacenza tutti rimasero di stucco in quel 1260 quando processioni più o meno numerose di uomini e donne passarono per le vie cittadine: erano i “flagellanti” che percuotendosi con fruste fatte di corda o cuoio lanciavano un grido di penitenza tra la gente cercando conversione per il mondo.

Intanto appena un anno dopo, nel 1261, a Bologna un frate francescano dei minori, scriveva la Regola dei Cavalieri della Beata Vergine Maria: si trattava di un frate che aveva fatto “carriera” presso papa Urbano IV come penitenziere cioè confessore ed era di Piacenza: fra Ruffino Gorgone, del quale osservando le fonti sia locali che romane, ben poco sappiamo.

Su istanza di alcuni nobili cavalieri tra i quali due ex Podestà della città di Bologna, cioè Loderingo Andalò ghibellino, accanito antipapale, e Catalano dei Malavolti guelfo papalino e pure lui piacentino, nasce questa Milizia religiosa. Di fra Gorgone e di Catalano Malavolti, entrambi di Piacenza, poco trapela e questo è ciò che ci raccontano le fonti storiche più precise.

La Regola (approvata dal papa) comunque è certamente “Composita et ordinata fuit Militum B. M. V. mediante frate Rufino Gorgone de Placentia...”: lo scrive un importante volume storico del 1787 stampato a Roma. Questo Ordine laico di fatto venne poi associato ai terziari Domenicani e resta un evento quasi inspiegabile per il fatto che sia stato un frate francescano a scrivere la Regola e non un domenicano.

Non ebbero mai monasteri, però vestivano una tunica bianca con crociona rossa (tipo quella dei Templari) che sui due bracci della stessa aveva due stelle a sei punte e portavano un mantello grigio; furono associati ai Terziari Domenicani, una “specie” di brutta copia del più diffuso terzo ordine francescano “de penitentia nuncu-pato” e i Godenti furono pure un doppione mal riuscito dell’Ordine Templare.

Lo scopo del loro Statuto era risolvere conflitti e fare negoziati tra guelfi e ghibellini, che in quel medioevo dominavano aspramente la scena in ogni città compresa Piacenza: infatti i due “capi” erano appunto il ghibellino Andalò ed il guelfo Malavolti.

Tanto erano amati questi frati Godenti con i Flagellanti che il Pelavicino, Signore di Cremona, ne proibì il loro ingresso in città, e fece innalzare sulla riva del Po cremonese dinanzi alla riva del territorio piacentino, alcune decine di forche come monito: il primo che avesse osato passar il Po finiva lì impiccato senza sé e senza ma.

Il racconto storico più nostrano e vero ci viene da un testimone oculare: fra Salimbene de Adam francescano dei minori di Parma la cui “Cronaca” è un vero caposaldo storico importantissimo, dal quale attingere certi aspetti di quegli anni nel più scrupoloso dettaglio.

Il testo scritto in latino ha avuto ottime traduzioni, e noi ci atterremo a quella fatta dal noto filologo Giuseppe Tonna che ne pubblicò una traduzione perfetta però a sua volta riportata in quel parlare volgare medievale e per questo ancor più fascinosa e accattivante.

Scrive il Salimbene: “costoro son chiamati dai rusteghi, per beffa e canzonatura, li Godenti: e intendono dire che non voglion far parte dei loro beni agli altri ma li tengono per se”, ebbero anche qui a Piacenza un piccolo numero di adepti ma non presero piede causa forse la già nota loro poco serietà. Ancora leggiamo “i Godenti si moltiplicano come il pane in mano al famolento... non fanno opere di carità... con tutti i soldi che hanno non costruiscono nè monasteri, nè ospedali per i poveri nè ponti o chiese”. Lo scritto del Salimbene è ironico e canzonatorio, l’esempio del “famolento” ne è la prova, amavano gozzoviglia e denaro.

E aggiunge “son gente avarissima... si danno a godoviglie e al mangiare con gli istrioni... e vorrebbero far parte dei monasteri dei religiosi” e cosa peggiore “non si sa a cosa servano alla Chiesa di Dio, cioè a cosa sian utili”.

Avendo travisato il loro principale ideale della Regola, cioè la pacificazione tra fazioni opposte, con questa scusa “strappano beni agli altri con ruberie, arrogandosi il loro potere, e non hanno mai a nessuno restituito il maltolto”.

Dice fra Salimbene di aver potuto vedere dei Cavalieri di Santa Maria il buon inizio ma poi in poco tempo il loro venir meno, cioè letteralmente vide “l’inizio e la fine, ben pochi entravano nel loro Ordine” e furono zimbello del popolo tra Parma, Reggio Emilia, Bologna e Piacenza.

Storicamente quindi questo Ordine Militare laico tra il popolo ebbe triste nomea per il mal esempio e nell’Historia Ecclesiastica del Campi piacentino possiamo attingere ben poche notizie e tra queste relative all’anno 1261 scrive circa i Godenti “la qual militia indi a poco in Piacenza, forse per l’opera del medesimo fra Ruffino, un simil consorzio fondato fù”.

Nonostante il frate minore Gorgone, che ne stese la Regola ed il nobile Malavolti fondatore, entrambi di Piacenza, pochissimo sappiamo di loro, delle loro famiglie, così come quasi nulla trapela sulla evoluzione della Milizia Godente piacentina, che non ha lasciato traccia tra i nostri storici locali più attenti. Probabilmente, per lo scandalo e la derisione che avevano tra il popolo piacentino, questi cavalieri delle “godoviglie” furono un fuoco di paglia che senza lode e senza infamia svanirono nell’oblio della storia piacentina.

Umberto Battini

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