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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Attualità Caorso

Stoccaggio rifiuti nucleari, «Sito di Caorso a distanza non adeguata dai centri abitati e in zona a rischio idrogeologico»

È quanto sottolinea Legambiente nel nuovo report “Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani: un problema collettivo”. «Ormai inaccettabili i ritardi che si sono accumulati nella gestione del decommissioning»

Stoccaggio di materiali e rifiuti nucleari, «Sito di Caorso a distanza non adeguata dai centri abitati e in zona a rischio idrogeologico». È l’analisi di Legambiente inserita nel nuovo report “Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani: un problema collettivo” lanciato in vista del X anniversario dall’incidente di Fukushima, in cui tratta la questione facendo anche una panoramica della situazione a livello nazionale ed europeo. Nel report si parla anche della provincia di Piacenza, nella sezione dedicata alla storia e alle criticità dei siti temporanei di stoccaggio in Italia. 

«La centrale di Caorso, attivata nel dicembre 1981, è stata la centrale nucleare italiana con la maggiore potenza installata: 2.651 MWt (860 NWe). Al suo arresto definitivo, avvenuto il 25 ottobre 1986, aveva totalizzato una produzione elettrica complessiva di 29 miliardi di kWh. Nel luglio del 1990 il Cipe ha decretato la sua chiusura definitiva. Sono passati 40 anni dall'entrata in esercizio della centrale nucleare di Caorso - che a Piacenza chiamano "familiarmente" Arturo -, 34 dal suo arresto, 31 dalla chiusura ufficiale e 22 dall'inizio del Decommissioning da parte di Sogin» si legge nel report. «Più che una storia infinita la possiamo definire un incubo con cui il territorio di Piacenza continua a misurarsi da anni e che sembra anche oggi non avere una fine certa. Infatti, nonostante la pubblicazione della Cnapi - la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico - abbia escluso Caorso e la provincia di Piacenza dai siti idonei ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, sono ormai inaccettabili i ritardi che si sono accumulati nella gestione del decommissioning da parte di Sogin: è stato spostato sempre più avanti negli anni il cosiddetto “brown field” (prato marrone), che prevede quindi la demolizione completa dell'impianto e lo stoccaggio di tutti i rifiuti radioattivi riprocessati nei depositi temporanei, che ora è previsto al 2031; ancora assolutamente imprecisato l'anno del “green field” (prato verde) che sarebbe il momento della tanto desiderata restituzione alla collettività piacentina dell'intera area, la fine dell'incubo». «Il sito non è adeguato allo stoccaggio di materiale e rifiuti nucleari - prosegue il report -  perché: L’area della Centrale rientra nella area MAB Unesco Po Grande, a forte rischio esondazione. È un’area quindi caratterizzata da rischio e/o pericolosità geomorfologica e/o idraulica di qualsiasi grado (CE04); - Area a non adeguata distanza dai centri abitati (CE12). Restano ben presenti nel sito i rischi di incidenti dovuti sia allo smantellamento, sia ad esondazioni del Po ma anche il rischio di attentati da non sottovalutare, a fronte di un allentarsi dei controlli esterni alla centrale in questi ultimi anni».

«L’Italia no nuke, oltre a dover gestire la pesante eredità lasciata dalle centrali e dai depositi nucleari collocati in siti inidonei, pericolosi e spesso a rischio di esondazione, si trova a dover far i conti con il grande problema del traffico illecito di rifiuti radioattivi, causati anche dall’elevato costo di smaltimento. Un settore su cui la criminalità organizzata ha già da tempo puntato gli occhi come descritto dai numerosi rapporti di Legambiente pubblicati a partire dalla metà degli anni ‘90» spiega la nota dell'associazione di presentazione del report. «In particolare preoccupano nella Penisola i numeri sulle illegalità nella gestione dei rifiuti radioattivi: in Italia dal 2015 al 2019, il lavoro svolto dall’Arma dei carabinieri, attraverso il Comando Tutela Ambiente e il Cufa, ha portato alla denuncia di 29 persone, con 5 ordinanze di custodia cautelare, 38 sanzioni penali comminate e 15 sequestri effettuati a seguito dei 130 controlli effettuati. L’esistenza di un’illegalità “sommersa” viene confermata anche dai dati del Ministero della giustizia pubblicati nel Rapporto Ecomafia 2020: dal 2015 (anno di entrata in vigore dei delitti contro l’ambiente tra cui quello di traffico e l’abbandono di materiale ad alta radioattività) al 2019 i procedimenti penali avviati sono stati 25, di cui ben 14 contro ignoti (anche a causa del fenomeno delle cosiddette "sorgenti orfane" abbandonate tra i rifiuti e di cui non si riesce a tracciare l'origine), con 10 persone denunciate e un arresto. Tra le inchieste, l’ultima in ordine di tempo, ha visto impegnata lo scorso febbraio la Direzione distrettuale antimafia di Milano che è riuscita a smantellare un’associazione a delinquere, con forti connessioni con la ‘ndrangheta, attiva nel traffico illecito di rifiuti, tra cui anche 16 tonnellate di rame trinciato contaminato radioattivamente». Dati che per Legambiente dimostrano come il Paese si trovi in uno stato di insicurezza. «Per questo per fermare la rincorsa alla “radioattività in nero”, oltre alla realizzazione del deposito nazionale di rifiuti a media e bassa attività e alla piena applicazione della legge 68/2015 che ha introdotto i delitti ambientali nel codice penale, per l’associazione ambientalista è indispensabile anche la rapida entrata a regime del Sistema informatico di tracciabilità di tutta la filiera legata all’uso di materiali e/o sorgenti radioattive, dal commercio alla detenzione, previsto dal decreto legislativo 101 entrato in vigore nell’agosto dello scorso anno e che ha finalmente recepito nel nostro Paese la direttiva Euratom del 2013. Tale decreto ha introdotto l’obbligo di comunicare i dati sulla produzione e gestione di questa tipologia di rifiuti, con sanzioni penali e amministrative nel caso di violazioni: si va dai 10mila euro di sanzione amministrativa per l’inottemperanza agli “obblighi di comunicazione, informazione, registrazione o trasmissione”, ai tre anni di arresto per “chiunque effettua lo smaltimento, il riciclo o il riutilizzo di rifiuti radioattivi senza l’autorizzazione”».«In Italia – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non c’è solo il problema dei depositi di rifiuti radioattivi realizzati in luoghi inidonei o addirittura pericolosi, ma anche il rischio dei loro traffici illegali. Un problema che la nostra associazione denuncia ormai da anni, da quando nel 1995 pubblicammo il nostro primo dossier sull’eredità nucleare portando in primo piano le vicende giudiziarie connesse all’affondamento di navi contenenti rifiuti radioattivi nel Mediterraneo al largo delle coste italiane e in acque internazionali. Da allora sono seguiti tanti altri dossier di denuncia uniti alla nostra battaglia storica per l’introduzione dei delitti ambientali nel codice penale che si è conclusa con l’approvazione della legge n.68/2015 che ha introdotto come nuovi ecoreati anche il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo. Tracciabilità e lotta ai traffici illegali, che vedono anche il coinvolgimento di organizzazioni criminali, devono essere al centro delle nuove politiche di gestione dei rifiuti radioattivi a media e bassa radioattività di origine sanitaria, industriale e da attività di ricerca da smaltire nel futuro deposito nazionale».

Uno sguardo all’Italia: nel report Legambiente ricorda che in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili (riferiti a dicembre 2019), ci sono 31mila metri cubi di rifiuti radioattivi collocati in 24 impianti distribuiti su 16 siti in 8 Regioni.« A questi numeri – prosegue la nota - andranno poi aggiunti nei prossimi anni i rifiuti radioattivi ad alta attività che torneranno nella Penisola dopo il ritrattamento all’estero del combustibile esausto proveniente dagli ex impianti nucleari italiani, e quelli di media attività che si verranno a generare dalle attività di smantellamento degli impianti dismessi. Occorre poi ricordare che l’Italia è in ritardo sulla realizzazione del deposito unico nazionale per i rifiuti a media e bassa attività. La pubblicazione della Cnapi, arrivata ad inizio gennaio, rappresenta un primo passo al quale deve però seguire per Legambiente un percorso trasparente, partecipato e condiviso con i territori». Nel report si guarda anche ai territori con 17 storie sulle condizioni in cui si trovano gli impianti e le strutture di stoccaggio di materiale radioattivo più importanti della Penisola, facendo riferimento agli impianti che, al 31 dicembre 2019, detengono rifiuti, combustibile esaurito, sorgenti dismesse e materiali nucleari. «Siti come l’ex centrale nucleare di Borgo Sabotino, a Latina, posta a meno di un chilometro dall’attuale linea di costa, o come le ex centrali di Garigliano e di Caorso, rispettivamente in provincia di Caserta e di Piacenza, entrambe poste in aree ad elevato rischio idrogeologico in quanto costruite a ridosso di due importanti fiumi come il Garigliano ed il Po. Analogo discorso vale per Saluggia, nel vercellese, dove in un punto a ridosso della Dora Baltea e a soli tre chilometri dalla confluenza con il Po, sono collocati ben tre impianti diversi (Eurex, LivaNova ed il deposito Avogadro), che hanno spesso corso il rischio di essere alluvionati e dove sono stoccati i rifiuti con la carica radioattiva più elevata (circa il 70% del totale presente in Italia). Non va meglio nel deposito di Rotondella (Mt) in Basilicata o di Statte (Ta) in Puglia, dove nel primo caso è stata accertata una grave ed illecita attività di scarico a mare dell’acqua contaminata, che non veniva in alcun modo trattata, e nell’altro i rifiuti attualmente gestiti si trovano in una situazione “seriamente preoccupante” a causa del “diffuso deterioramento della struttura”».

In Europa - «Secondo i dati della Commissione Europea – ricorda Legambiente - sono 126 le centrali nucleari attive distribuite in 14 Paesi (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Olanda, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito) che detengono, insieme ai due Stati che hanno intrapreso la strada del decommissioning (Italia e Lituania), circa il 99,7% del volume totale dei rifiuti radioattivi stoccati nel continente. Le ultime stime, riferite al 2016, vedono 3,46 milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi costituiti prevalentemente da rifiuti a molto basso e basso livello di radioattività (il 90% circa), per il trattamento e lo stoccaggio di questi rifiuti sono in funzione 30 impianti distribuiti in 12 Stati Membri. Oltre alle centrali nucleari attive per la produzione di energia, in UE ci sono 90 impianti spenti, 3 in fase di decommissioning e 82 impianti utilizzati in ambito di ricerca, distribuiti in 19 Stati Membri (ai 16 elencati precedentemente si aggiungono Croazia, Polonia e Svizzera) che comunque producono rifiuti radioattivi. Le stime prevedono entro il 2030 un raddoppio dei rifiuti a molto bassa attività, mentre per le altre classi l’incremento sarà tra il 20% e il 50% e molti Stati si stanno preparando ad aumentare il numero di depositi idonei». «Se da una parte l’eredità del nucleare per i Paesi che ancora ne fanno uso comporterà inevitabilmente l’aumento di rifiuti radioattivi nei prossimi secoli, dall’altra parte non è da sottovalutare l’apporto di quei settori, come quello della ricerca, medico, industriale, che continueranno a produrre rifiuti da gestire in tutti i Paesi, compresa l’Italia. Nella nostra Penisola - spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente - al di là dei 24 siti temporanei che gestiscono attualmente i rifiuti radioattivi, esistono anche 95 strutture autorizzate all’impiego di radioisotopi e macchine radiogene ben distribuite nelle varie regioni italiane a cui si aggiungono tutte le strutture ospedaliere o di laboratorio che fanno uso di tali macchinari. A livello comunitario occorre da subito trovare accordi internazionali per gestire e stoccare i nostri piccoli quantitativi di rifiuti ad alta attività, quelli più pericolosi. A livello nazionale invece il tema della gestione dei rifiuti nucleari a media e bassa attività deve essere accompagnato, da parte delle istituzioni, da una comunicazione e informazione chiara e trasparente nei confronti dei cittadini. Servono tempistiche certe, scelte, progetti e programmi per il Deposito nazionale che non siano calati dall’alto ma inseriti in processi partecipati e di dibattito pubblico. Infine - conclude Minutolo - bisogna risolvere le lacune presenti nel Programma nazionale, arrivato in forte ritardo e con tanto di procedura di infrazione da parte della Commissione europea nei confronti dell’Italia».

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