Mercoledì, 17 Luglio 2024
Il traguardo

Quel «lavoro vero» partito da Piacenza e giunto lontano: Armani compie 90 anni

Oggi il compleanno di re Giorgio, stilista e imprenditore celebre in tutto il mondo: gli inizi, la carriera e il futuro dell'ambasciatore (piacentino) dello stile italiano nel mondo

È nato l’11 luglio del 1934, a Piacenza, alle 7.20, figlio di Ugo e Maria Raimondi, venuto al mondo prima dei fratelli Sergio e Rosanna. Il padre impiegato era anche calciatore del Piacenza Calcio. Il nonno faceva le parrucche per il nostro Teatro Municipale. Giorgio Armani compie oggi novant’anni. Un traguardo di vita speciale.

Un nome, quello di Armani, conosciuto da tutte le generazioni. Stilista, imprenditore, ambasciatore dello stile italiano. Un “self made man” partito da Piacenza, approdato a Milano e poi in tutto il mondo. Simbolo della creatività italiana, espressione all’ennesima potenza di quel “Made in Italy” del quale spesso abusiamo. Una figura che ha dedicato la sua vita al lavoro, alla passione. Armani il perfezionista, lo stakanovista che si è conquistato il titolo di “Re Giorgio”, il re della moda.

Nel ’48 da Piacenza si trasferì con la famiglia a Milano, zona Porta Ticinese. Nel ’57 il primo lavoro alla Rinascente, poi nel ’64 la collaborazione con Nino Cerruti alla “Hitman” per otto anni. Nel ’66 l’incontro decisivo, quello con Sergio Galeotti, l’amico che lo convincerà a mettersi in proprio. Nel ’75 il primo marchio Armani, la sua primissima azienda. Poi, è storia notissima. Il film “American Gigolò” con Richard Gere vestito da lui lo rende famoso e un’icona di stile maschile mondiale.

La scalata da quel momento è stata vertiginosa: acquisizioni e partnership di successo (con Luxottica di Leonardo Del Vecchio su tutte), espansioni, negozi in ogni angolo della terra, fatturato alle stelle, copertine e premi.

Un imprenditore internazionale dalle grandi ambizioni che ha imparato sul campo da solo. Già famoso si metteva a fare le vetrine con le sue mani, maniacale in ogni dettaglio. A Natalia Aspesi nel 1984 in un’intervista disse: «Confusamente sapevo che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di non banale, di non grigio, ma penso che tanti giovani che poi si accontentano sognano agli inizi per sé una strada creativa interessante, speciale».

Un successo che, stando alle sue frequenti dichiarazioni, non si è mai goduto fino in fondo. Durante la pandemia è stato uno dei primissimi imprenditori a capire cosa stava succedendo, decidendo di chiudere al pubblico a febbraio 2020 la sua sfilata, trasmettendola in streaming. Convertì le sue aziende alla produzione di camici e mascherine e sui giornali invitò a rallentare ritmi e avidità, rivedendo i meccanismi della moda.

Tanti sono i piacentini che si sono realizzati a Milano. Lui più di tutti. Una volta la definì la «città delle tre D, discrezione, disciplina, dovere». Per restituire qualcosa alla realtà che lo ha accolto, ne ha salvato e rilanciato la storica squadra di basket. Ecco, forse un paio di aspetti che ai piacentini non vanno giù. Milano, dove ha trascorso gran parte della sua esistenza, tranne l’infanzia, gli ha dato il terreno fertile dove creare e lavorare a tal punto che si è sempre sentito più milanese.  

IL FUTURO DEL GRUPPO

Armani compie 90 anni e da qualche tempo il mondo della borsa e dell’economia s’interrogano sul futuro del suo gruppo. «Al momento - ha spiegato solo tre mesi fa in un’intervista a Bloomberg - non prevedo un'acquisizione da parte di un grande conglomerato del lusso (i colossi francesi “Lvmh” e “Kering” sembrano molto interessati, nda). Ma non voglio escludere nulla a priori, perché sarebbe un modo di agire poco imprenditoriale». Si parla anche di un approdo in Borsa. «La quotazione è qualcosa di cui non abbiamo ancora discusso, ma è un'opzione che potrebbe essere presa in considerazione, si spera in un lontano futuro».

Sull'assetto che prenderà l'azienda alla sua successione ha confermato quanto già deciso con la nascita della “Fondazione Giorgio Armani” che per ora detiene lo 0,1% della holding del gruppo mentre il restante 99,9% è nelle sue mani. «Quando si parla di successione, penso che la soluzione migliore sarebbe un pool di persone fidate a me vicine e scelte da me. Questa sarebbe anche l'opzione più strategica, vista l'ampiezza delle attività in cui è coinvolto il gruppo», ha spiegato ribadendo che «La fondazione deciderà e governerà il futuro del gruppo Armani perché le persone più vicine a me sono al timone». Si tratta di dell'amico e manager Leo Dell’Orco, delle nipoti Silvana e Roberta Armani, figlie del fratello Sergio, e del nipote Andrea Camerana, figlio della sorella Rosanna.

Lo stilista e imprenditore ha aggiunto che non vede una singola persona prendere il suo posto alla guida del suo impero. «Ho iniziato da solo con una piccola azienda e l'ho trasformata, pezzo dopo pezzo, in un gruppo di rilevanza internazionale, grazie anche al prezioso contributo dei collaboratori che ho scelto strada facendo. Lo scenario adesso è molto diverso rispetto a quando ho iniziato, quindi immagino più funzioni coordinate per chi verrà dopo di me, il che è molto più efficiente». La sensazione è che tutto sia già deciso da tempo e ben programmato, un po’ come avvenuto per l’impero creato da Silvio Berlusconi e passato senza scossoni ai cinque figli.

LE SUE PAROLE AGLI STUDENTI PIACENTINI

«La mia storia sia di stimolo, il lavoro vero porta lontano». Così aveva detto Armani solo un anno fa agli studenti piacentini dell’Università Cattolica, ricevendo dall’ateneo una laurea honoris causa in “Global Business Management”. Pergamena che ricevette con tutti gli onori del caso nella sua città Natale, «un luogo magico, che da bambino mi affascinava». «Da Piacenza sono partito - spiegò alla platea - per cercare la mia strada, poi trovata a Milano. Ma le mie radici sono sempre rimaste qua. Oggi ho visto una Piacenza splendente, non la ricordavo così».

Armani nella sua relazione ricordò il sodalizio con Sergio Galeotti, sempre citato ogni volta che negli anni ha ricordato gli albori della sua attività. «Fu il primo a credere nel mio talento. I primi dieci anni di lavoro sono serviti per costruire le basi del successo. Lui si occupava del business, io della creatività. Dopo la scomparsa del mio socio ho dovuto occuparmi dell’azienda oltre l’aspetto stilistico. Molti pensavano che non ce la facessi, ma grazie a caparbietà e alle persone a me vicine, sono riuscito ad andare avanti. È stato un percorso lungo e complesso, intrapreso con impegno, dedizione e rigore. Valori che ho assimilato in famiglia e che consiglio di seguire per dare forma a ciò in cui si crede, in un momento di successi effimeri. Con coraggio e fiducia ho sempre difeso la mia indipendenza. Ascolto il parere degli altri, ma poi la decisione la prendo io».

Riassunse così quello che ha creato. «Ho sempre avuto la passione per questo lavoro e bruciavo dal desiderio di realizzare un’idea. Questo mestiere per me è la vita, è la coltivazione di un amore. Ho pensato agli studenti scrivendo questo discorso. La mia storia sia di stimolo a voi, perché il lavoro vero porta lontano».

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