Venerdì, 19 Luglio 2024
Cultura

«Giorgio Kienerk, un "macchiaiolo" meno noto ma non meno importante»

Il resoconto della conferenza del presidente della Società Dante Roberto Laurenzano sull’artista toscano

La Storia dell’arte è giustamente portata a ricordare e a descrivere le opere dei maggiori esponenti che nel corso dei secoli hanno lasciato un’impronta indelebile attraverso le loro creazioni. Ma ciò non vuol dire che non vi siano stati anche artisti non meno validi, anzi sovente alla pari, il cui "cognome", per motivi vari di vita o anche incurie pubbliche, sia rimasto noto solo a livelli territoriali ove essi hanno operato. È il caso di Giorgio Kienerk, italianissimo nato a Firenze (il cognome deriva dal padre, della Svizzera tedesca, poi sistematosi in Italia), per trent’anni Direttore della Scuola Civica di Pittura di Pavia, amato e stimato da tutti i suoi allievi, e che fu a propria volta allievo di Silvestro Lega, uno dei maggiori esponenti "macchiaioli" con Giovanni Fattori. Kienerk, di dna "macchiaiolo", pur con alle spalle successi e stima di alto rilievo e con varie apprezzatissime "esposizioni" nelle maggiori metropoli italiane (Milano, Torino, Venezia, Firenze, e altre città) ed europee (in particolare a Parigi e in Germania), non ha avuto la più che meritata e legittima fama, un po' per sua innata modestia di animo, un po' per la succitata sua impegnativa e lunga professionalità pavese, un po' per probabile incuria pubblica. Di Giorgio Kienerk ha parlato con una corposa esposizione, integrata dalla visione di una notevole produzione artistica dell’autore, il presidente della "Società Dante Alighieri", Roberto Laurenzano, in una conferenza presso la "Famiglia Piasinteina": "Giorgio Kienerk: un 'macchiaiolo' meno noto, ma non meno importante". Kienerk, "macchiaiolo" di base, ed autore di una miriade di mirabili dipinti denotanti delicatezza di spirito e di tecnica, oltre che ampia cultura, ha avuto come suo principio di vita artistica la libertà di espressione, cosa che, pur non distaccandolo mai dalla sua formazione macchiaiola, ha significato la capacità personale di coniugare, in talune opere, richiami al "simbolismo" e all’ "impressionismo", ben amalgamati peraltro volta per volta, e idonei a suscitare, oltre che la percezione della realisticità raffigurata, anche tutta la serenità profusa da scene campagnole. L’eccellente "gioco" con la luce delle differenti ore quotidiane attraverso una produzione pittorica realizzata "all’aria aperta", proprio come il precetto macchiaiolo ed impressionista dettavano (vedansi Fattori, Lega, e rispettivamente, gli impressionisti Renoir e Monet) è stato il "comandamento-primo" del movimento di cui Kienerk è stato validissimo esponente, così come per gli "impressionisti". In sostanza, Giorgio Kienerk, pur mai abbandonando il proprio dna naturale, è stato un "eclettico", non nel senso di "beccare qua e là", ma invece nel senso culturale e artistico più alto, cioè esprimendo "libertà" di spirito con pienezza realizzativa. Ed anche quando ha dipinto "ritratti" o "momenti di interni", il gioco della "luce" e della delicatezza dei colori hanno sempre fatto percepire armonia, quiete, serenità di vita campagnola, o di piacere relazionale umano. E nemmeno è stato assente nelle sue opere talora un "simbolismo", soprattutto nella ritrattistica la cui "essenza" si imprime negli "sguardi" penetranti del soggetto, significativi di una pluralità di emozioni o sentimenti, dal dolore al silenzio, dal piacere alla malinconia, dalla paura alla nostalgia, dalla serenità alla dolcezza, dall’ansia alla semplicità del lavoro di campagna o della lettura della propria figlia Vittoria, frequentemente ritratta in vari momenti della sua infanzia ed adolescenza. Non è possibile in questa sede elencare o raffigurare la miriade di opere del nostro artista, che fu non solo pittore, ma anche scultore e illustratore di Riviste (da lui meglio qualificate, elevandole da un sia pur gradevole aspetto commerciale ad un’editorialità culturale e ad un "boom" di tirature), nonché disegnatore e grafico ispiratosi all’ "Art Nouveau" che, nata in Francia, in Italia approdò quale "stile Liberty". Tuttavia non si può negare che il citato "simbolismo" espresso da Kienerk non si è mai tradotto in "mistero oscuro" da decifrare (come invece la corrente-base "simbolista" attuava rifiutando il realismo oggettivo, e a voler esprimere invece un significato che andava "oltre", non facile da percepire, e ad interpretare lo stato d’animo dell’autore e il "simbolo" oscuro e profondo da questi inteso). A mo' di richiamo ed esempio, ne "L’enigma umano", capolavoro fra i tanti di Kienerk, si comprende con lucidità e rigore la pluralità di emozioni che l’artista attraverso gli "sguardi" rappresentati intende concretizzare: dalla sofferenza alla paura, dal silenzio al piacere, dalla nostalgia alla malinconia; o quanto forte, negli "sguardi" di Irma Grammatica (amica di famiglia e nota attrice teatrale di prosa fino a metà '900 insieme con la sorella Emma) si percepisca la seriosità caratteriale e l’austerità della suddetta attrice. Insomma, sempre un "simbolismo" chiaro, non oscuro, non celato, ma offerto in tutta immediatezza di percezione. Laurenzano, nel puntualizzare tutta l’arte soprattutto pittorica e scultorea (anche in quest’ultima Kienerk è stato grande nell’esprimere "gli sguardi" e la forza dei loro significati), ha peraltro richiamato i vari "movimenti" artistici caratterizzanti (talora susseguentisi, talaltra contestuali l’un l’altro) il periodo tra il 1855 e il 1910/15: dal simbolismo all’impressionismo, dal puntinismo al divisionismo, fra cui il celeberrimo "Il quarto stato", di Giuseppe Pellizza da Volpedo, divisionista/simbolista, e primo simbolismo di contenuto politico, a rappresentare l’emancipazione della classe operaia e contadina in un cammino fiducioso verso un nuovo futuro: movimenti tutti "con-vissuti" nell’arco di solo mezzo secolo, salvo singole espressioni pre - e post -, come d’altronde avvenuto con lo stesso Kienerk (1869-1948), una cui molteplicità di opere egli realizzò "all’aria aperta campagnola" della "sua" Fauglia, in provincia di Pisa, dove amava recarsi periodicamente da Pavia con la moglie Margherita e la figlia Vittoria, nonché poi quale sua residenza fissa dopo il pensionamento da Pavia. Ed è stata proprio la figlia Vittoria, scomparsa nel 2013, a rendere il giusto omaggio al padre, donando al Museo Civico del Comune di Fauglia l’intero patrimonio artistico del padre, e rendendo giustizia ad un artista degno di essere apprezzato e di essere, conosciuto molto più di quanto non lo sia stato, espressione di delicatezza spirituale e di arte che lo hanno intensamente caratterizzato.

Conferenza molto seguita dai numerosi intervenuti, ed esaustiva.

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