Guareschi e il Po: al suo funerale una benna di terra scavata dal greto del Grande Fiume

Il Grande Fiume e Giovannino Guareschi: nel cinquantesimo della sua scomparsa lo scrittore bassaiolo è stato ricordato in tanti modi nella sua terra. Nel “Mondo piccolo” è evidente il suo legame: tanto che qua decide di passare gli ultimi anni della sua vita. Quarta e ultima puntata del viaggio guareschiano lungo il Po

Giovannino Guareschi

IL VIAGGIO GUARESCHIANO LUNGO IL PO

Ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla scomparsa di Giovannino Guareschi, lo scrittore della Bassa, letto e tradotto in tutto il Mondo. Diverse le iniziative in Emilia-Romagna che lo hanno ricordato: un plauso alla Regione per aver valorizzato un autore in passato dimenticato dalle istituzioni politiche e letterarie. Su IlPiacenza.it vogliamo ricordarlo riportando a galla il suo legame con il fiume Po nei racconti del “Mondo piccolo”, quelli che hanno per protagonisti Peppone e don Camillo.

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

QUARTA E ULTIMA PUNTATA: 

Guareschi ama attribuire due aggettivi ricorrenti al Po. Il corso d’acqua è “grande”, ma anche “ampio e profondo”: Guardò l’acqua morta del fossatello: levò gli occhi e si ricordò di una cosa molto importante: oltre l’argine c’era il fiume. Il fiume che lì si allargava e pareva immenso. Pensò a quell’acqua e gli parve che l’aspettasse. Provo quasi una gioia. Il fiume ampio e profondo. (…) La faccia cupa di Ganassa e le sue mani enormi gli fecero paura. Poi pensò al fiume, al grande fiume che aspettava e, improvvisamente, si sentì tranquillo. (…) Il giovanotto pensò al grande fiume che lo aspettava e sentì quasi un malvagio piacere per quel che gli stava accadendo. (…) Il vino? La grappa? Il miraggio del grande fiume che aspettava?[1]

«Perché è l’ampio, eterno respiro del fiume che pulisce l’aria. Del fiume placido e maestoso, sull’argine del quale, verso sera, passa rapida la Morte in bicicletta. O passi tu sull’argine di notte, e ti fermi e ti metti a sedere e guardi dentro un piccolo cimitero che è lì, sotto l’argine[2]».

Le caratteristiche del fiume sembrano quasi sposarsi con quelle della scrittura guareschiana. Lo scrittore parmense non trovava di meglio che stare a contemplare la sua Bassa dalla curva maestosa che il grande fiume compie a Stagno di Roccabianca. Guardava le storie salire dall’acqua danzando al comando del maestro Verdi. «E tendeva l’orecchio alla musica del Peppino di quelle parti, che somiglia tanto alla sua scrittura. Larga e immensa come il Po, quando si gonfia e trabocca oltre gli argini. Esile e indifesa come il corso del fiume che si inserpentisce durante le secche, tra sassi bianchi come ossa e isole malinconiche di erba ingiallita»[3]. Guareschi mostra con precisione le tracce di questa maturazione letteraria. Giovannino correva finalmente in riva al Po e, nei pressi di Ficarolo, scorse un mulino galleggiante. Si fermò a guardarlo e nacque una storia: «(…) Nel mulino navigante non c’è nessuno, la le mole girano e macinano frumento. Sull’argine l’erba è alta e piena di fiori rossi, gialli, bianchi, rosa: i fiori dei libri della mia fanciullezza (…). Il vecchio parla con naturalezza. «Quando il Po si gonfia, nelle notti dei temporali invernali, appare il mulino fantasma: è tutto bianco e non c’è scritto niente. Naviga un po’ lungo la corrente poi si ferma davanti a qualche paese. Chi lo vede corre a casa, giovanninoguareschi_1_originalprende un sacchettino di frumento e lo porta sull’argine. Allora dal mulino fantasma scende il mugnaio fantasma che prende il grano e lo macina. Poi il mulino fantasma riprende la corrente e scompare. (…) «Il vecchio se ne va: risaliamo sulla bicicletta e vediamo di pedalare molto alla sveltina. Perché io penso, ogni pedalata di più, di aver incontrato il vecchio contadino fantasma che va in giro a raccontare la leggenda del suscettibile mugnaio fantasma del mulino fantasma. Tutto è possibile, in riva a questo meraviglioso Po». Era la cifra di Mondo piccolo[4]. Il fiume Po è al centro di lunghe descrizioni che chiamano in causa il meteo e il clima. L’autore ci offre articolate riflessioni sulle condizioni del fiume, sul suo ambiente, gli animali che lo popolano.

La descrizione, anzi, incominciava dal mezzogiorno. E qui il marchese aveva visto giusto perché, alla mattina, un fiume non conta niente, è come se non ci fosse. Il fiume è una cosa che incomincia a mezzogiorno, quando il sole spacca i sassi e le galline fanno eco alle campane che hanno richiamato nelle case buie e fresche la gente dai campi[5].

Sull’acqua placida del grande fiume, come un velo di sonno, scivola ancora la nebbiolina leggera e azzurrina della notte. Poi il sole mette fuori la testa di dietro la siepe lontana dei pioppi e incomincia a buttare pagliuzze d’oro luccicante sull’acqua. Allora l’allodola si alza di mezzo a un prato e va su dritta nel cielo lasciandosi dietro un sottile solco pieno di trilli[6]. Erano arrivati al limite ovest delle Ghiaie, dove il podere aveva, un canale, e, proprio sulla riva del canalaccio sassoso, più una pietraia che levava le sue antiche fronde un olmo secolare[7].

La primavera era oramai in viaggio e la terra gelata ridiventava pantano molle sotto le ruote del Leopardo. E la neve dei monti stava sciogliendosi e le piogge scrosciavano al piano e al monte. Il fiume grande s’era andato gonfiando paurosamente e tutti i fiumi piccoli che sfociavano in esso si riempivano sempre più d’acqua per il rigurgito del fiume grande[8]. (…) Anche lo Stivone aveva alzato il suo livello e l’acqua non tardò a lambire le ruote del Leopardo[9].

Come ricorda Massimo Greco[10] Il «grande fiume» è testimone di molte stranezze: se il campione di boxe della locale sezione comunista va sotto dal campione della federazione, c’è qualcuno pronto a vendicare l’onore sportivo paesano; se il cantante lirico provetto Radames stecca dinanzi all’esigente platea del Regio, scattano provvidenziali calci nel sedere per restituirgli le corrette tonalità; se il cantante di successo Empòrio Pitaciò, in uno degli episodi più spassosi e più commoventi del repertorio guareschiano, accetta di tornare in paese, ritrova vecchie e mai sopite umiliazioni nella figuraccia canora (il paese ha la memoria lunga...) ma si riscatta poi con la migliore interpretazione nel ricordo dei genitori scomparsi.

 

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