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Giovedì, 19 Maggio 2022
Attualità

I dazi nel medioevo a Piacenza per navigare sul fiume Po

Nell’epoca medievale nessuno sfuggiva a qualche tipo di dazio per qualsivoglia attività

Da sempre Piacenza convive con il fiume Po, ai nostri giorni rimane un semi-romantico serpentone d’acque più o meno frequentato, ma in secoli ormai lontani oltre che fonte di lavoro per barcaioli o pescatori professionisti, era per le autorità di governo, una fonte di reddito. Nell’epoca medievale nessuno sfuggiva a qualche tipo di dazio per qualsivoglia attività e quindi anche tutto quel mondo che girava intorno al Grande Fiume era occasione per riscuotere una tassa più o meno “salata”.

Il Po piacentino in quei secoli era suddiviso tra vari enti, proprietari di diritti quali la pesca (jus piscandi) in un tratto della sponda, il suo passaggio da riva a riva (va-dum) o il poter mettere mulini e attraccare con imbarcazioni. Coloro che possedevano diritti sulla sponda erano il Comune cittadino ed il monastero di San Sisto, ma addirittura vantava diritti sul Po quello delle monache di Santa Giulia di Brescia ed ovviamente il Vescovado cittadino. Le suore bresciane per lungo tempo riscuoteranno un lauto affitto per il Porto Piacentino e ponte dal Comune e proprio per questo fatto, visto il buon giro di moneta sonante, non rare e protratte negli anni furono le liti, che possiamo conoscere al dettaglio leggendo nei fondi d’Archivio di questi enti così come nel Registrum Magnum.

Il concetto di diritto relativo al fiume e ad un Porto o ponte di barche non era solo codificato in un ben distinto luogo situato sulla sponda del Po ma riguardava un lungo tratto dello stesso, relativo ovviamente alla sponda piacentina, che poteva es-sere anche di ben oltre un chilometro sia a monte (direzione Pavia per capirci) che a valle e uomini a cavallo pattugliavano le rive per impedire traversate di frodo con barcaioli più o meno consenzienti.

Il tratto di fiume più ambito (e che ci ha lasciato una fitta documentazione coeva) era quello posto al nord-ovest cioè dalla foce del fiume Lambro e in giù fino alla città: San Sisto la farà da padrone nel tratto che andava dal Mezzano di Calendasco fino alla confluenza del Trebbia e poi in su per quest’ultimo fino a poco prima del guado o ponte a Case di Rocco che era dei cistercensi di Quartazzola. Al Comune sarà dato di gestire il porto di Piacenza (che aveva in fitto da S. Giulia di Brescia), e lo stesso Comune lo sub-affittava ed era situato più o meno davanti a Porta Borghetto, men-tre il porto sul Po ad est della città era di dominio del Vescovo ed era chiamato Portatorio.

Fatto salvo che i documenti regi e papali circa la concessioni di diritti sul Po a Piacenza e territorio sono antichissimi, basti ad esempio citare tra i tanti quello di Carlo Magno del 787 circa il “Portus qui dicitur Lambro et Placentia” o ancora l’accordo tra Piacenza e Ferrara del 1181, vediamo nel dettaglio come erano chiamate queste gabelle di fiume.

Per passare da un lato all’altro sopra a nave o battello troviamo ad esempio il fatto di dover pagare un dazio detto “naulum” oppure più facilmente il “ripaticum” (attracco sulla riva) e il monastero di San Sisto ne riscuoteva sia per “Padum vivum che mor-tuum”; per chi navigava ed era un mercante diretto da o per Pavia o viceversa Ferrara e poi Venezia, pagava il dazio di fune così come leggiamo nell’accordo importantissimo del 1181: “nisi due solidos de fune navis” per la sosta oppure per il solo passaggio “una libram piperis Supra Rivum” e altra a Roncarolo piacentino.

Quindi i conduttori di barche si ritrovavano a dover versare gabelle che erano così suddivise: il “ripaticum” per attracco alla riva, la “palifactura” per attaccare naviglio ad un palo nel Po, la “transitura” che come detto riguarda il transito o traverso sull’alveo senza nessuna sosta ed il “portonaticum” che è la sosta ad un porto riconosciuto.

Già l’Editto di Rotari del 643 scritto in latino, regola questo dato di fatto con alcune leggi relative al “De Portonario qui super flumen portum custodit” cioè “Del Portonario che custodisce un porto sul fiume” che quindi aveva obblighi e diritti tra questi appunto la riscossione di ripatico e portonatico.

Il “Portonario” medievale governa le barche, traghetta da riva a riva e appunto si occupa di riscuotere la gabella da chi è dovuta, altre volte possiamo vederlo chiamato “Telonario” da teloneo che indica una tassa, per evitare però esborsi, gli enti sopra nominati avevano attestazioni giuridiche che li facevano esenti da qualsivoglia tassa che valeva pure per i loro sottoposti e massari addetti al lavoro delle terre e al trasporto di prodotti agricoli, non è raro quindi anche il riconoscimento di “liberum transitum” in barca sul Po.

Se si transitava su di un ponte di barche si versava il “Pontaticum” e il dazio variava in questo caso a seconda del tipo di carico, di persone o animali al seguito ed esiste tutta una interessante casistica con un prezzario definito e come attesta una carta del 1149 al Porto i “romeos” (i romei, pellegrini) pagavano un denaro “pro capite”.

Il luogo di esazione era detto Berghente, dentro a questa casa galleggiante, montata su di un grande barcone, risiedeva il Portonario, ad esempio il porto di Piacenza aveva il Berghentino galleggiante a Porta Borghetto mentre poco a monte sulla sponda lombarda ma soggetta a San Sisto, era il Berghente questa volta però con una propria costruzione poco discosta dalla riva del Po ed è qui che si pagava il ripatico.

Una precisa mappa topografica del 1641 conservata in Archivio di Stato a Parma circa il fiume Po a Piacenza ci mostra nel dettaglio il Porto della città così come era esattamente: nell’alveo una lunga fila di pali piantati (le famose puntazze, un lungo palo con la parte da sotterrare nell’acqua a forma conica ricavate da un tronco d’albero, delle quali una è stata rinvenuta poco tempo fa davanti a foce Lambro al Boscone Cusani di Calendasco) con barche da trasporto merci ormeggiate alla maniera “fune navis” o “palifactura” ed altre ormeggiate a modo di “ripaticum” cioè accanto alla riva ed anche vediamo riprodotto sulla mappa il Berghentino del custode-esattore con la esatta ubicazione della “strada del Porto”.

In sintesi queste erano le varie forme di pagamento per navigare sul Po attestate nei documenti piacentini, che partono addirittura dall’epoca longobarda e queste tassa-zioni saranno nei secoli a venire sempre meglio regolamentate. Tra XII e XV secolo i notai piacentini avranno il loro buon daffare nel redigere, confermare o rinnovare patti, esenzioni, concessioni e diritti di riscossione tra i vari enti civici e religiosi piacentini. Il Grande Fiume era parte integrante della vita politica, sociale ed economica di quel sempre più sorprendente medioevo piacentino, che ci presenta mille sfaccettature e che leggendole nel particolare ci permettono di conoscere meglio le nostre radici.

Umberto Battini

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