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Attilio Manfredi e Filippo Mazzocchi

Attilio Manfredi e Filippo Mazzocchi

«I giovani non hanno smesso di credere nella montagna, ma abitare altrove è una scelta obbligata»

Attilio Manfredi e Filippo Mazzocchi. entrambi di Pradovera di Farini, lavorano a San Nicolò e vivono in pianura: «Se il lavoro fosse più vicino tanti coetanei si trasferirebbero in Alta Valnure. Una sofferenza non stare nel nostro paese»

«Il mio sogno più grande, da montanaro quale sono, è quello di vivere in quella che considero casa mia, Pradovera di Farini. Purtroppo non ci riesco». Filippo Mazzocchi, 31enne dell’Alta Valnure, si sente in dovere di intervenire nel dibattito sul presente e sul futuro della montagna piacentina, sempre più spopolata e impoverita. Il giovane risiede a Rivergaro, in Valtrebbia, e lavora in una raccorderia a San Nicolò. «Purtroppo devo aspettare la fine della mia settimana lavorativa per andare al mio paese». Se avessi il lavoro più vicino ti trasferiresti tutto l’anno? «Ma certo - risponde senza esitazioni. Mi spezza il cuore questa situazione. Il costo della vita attuale è troppo alto per immaginare di costruire una famiglia in montagna con un reddito basso. Un giovane è obbligato a mantenere un’occupazione con un’entrata fissa, non si può pensare di coltivare tutti patate o altro e campare diFilippo Mazzocchi con il padre a una gara di tiro a segno-2 quello, perché di occupazioni non ce ne sono tante a disposizione».

Ad ascoltare le riflessioni dei giovani della montagna, sono diverse similitudini con i coetanei del Sud. Troppi i giovani costretti a trasferirsi. Per rimanere a vivere in zona le opportunità di lavoro sono ridotte al minimo, il ventaglio di opzioni è ristretto. Guardare alle offerte di impiego che mettono sul piatto la città, e i comuni della cintura urbana, è l’unica soluzione.  

Filippo ammira chi riesce a resistere in Appennino. «Sono pochi quelli che ce la fanno, perché magari hanno alle spalle una famiglia che può aiutare o un’esperienza di tanti anni o dispongono di bestiame. Guardandomi intorno noto che sono pochissimi quelli che lavorano nei dintorni di casa propria. Hanno avuto le giuste intuizioni, sapendo investire con un ritorno economico».

Insomma, chi decide di stare altrove non va demonizzato. Anche perché appena può torna sui monti. «Noi giovani ci accorgiamo che per fare una famiglia ci vogliono delle basi solide, altrimenti si cade facilmente in una situazione di fragilità. Non la farei così facile: non basta solo la forza di volontà per vivere a Pradovera. I giovani della montagna sono molto legati. Siamo radicati, abbiamo le nostre passioni. Diversi fanno addirittura il pane in casa come i loro nonni, conservano le tradizioni. Non abbiamo smesso di credere nella montagna come qualcuno vuol far credere, semplicemente non riusciamo però a lavorarci e viverci a tempo pieno. È un discorso prettamente economico».

«Non è questione di comodità - il giovane risponde indirettamente alle considerazioni del regista Pierpaolo Verdecchi, trasferitosi a Zerba – ma proprio una scelta obbligata, dettata dai costi della vita odierna, che ci costringe ad avere un’entrata fissa considerevole per farcela. Non è tutto “rose e fiori” vivere in montagna. Fare l’agricoltore qui non è come farlo in pianura, sei molto più a rischio per una serie di fattori. E anche vendere la legna non è più remunerativo come un tempo. Prima si piazzava a 8-9 euro al quintale. Oggi, a causa della concorrenza straniera, si paga 5,5-6. Di fronte a grossi quantitativi, si parla di migliaia di euro andati in fumo».

Fare il pendolare Pradovera-San Nicolò sarebbe troppo complicato. «Lavoro otto ore al giorno nell’azienda - replica - più un’ora di pausa a pranzo. Da Pradovera ci metterei un’ora e 10 per andare a lavoro, sarebbero altre due ore e venti minuti di tempo. E se poi dovessi occuparmi della casa o di altro, come farei? Per questo viviamo giù, risparmiamo sui consumi di benzina e delle gomme, oltre che sul tempo perso in auto, e aspettiamo il fine settimana».

Filippo quando parla di politiche per la montagna e questioni sociali si infervora. «Auspico un ritorno da parte della gente, quella che ama sul serio la montagna. Non vorrei che scoppiassero conflitti come è capitato in Francia, dove è servita una legge per tutelare quello che dovrebbe far parte della quotidianità: i cani che abbaiano, il gallo che canta, gli odori delle stalle, il campanile che rintocca. Oltralpe molti, esasperati dalla vita in città, hanno deciso di passare la pensione o i momenti liberi nelle zone più rurali del Paese. Credevano di trovare un posto tranquillo e in ordine, invece hanno scoperto cosa significa abitare davvero in zone isolate. A ogni temporale, ad esempio, i blackout elettrici sono dietro l’angolo, così come le frane che rovinano le strade. Per noi è la normalità, come non ci si può stupire se si chiede al vicino di dare una mano a togliere le foglie dalle fontane del paese. I nostri Appennini non sono certo le Dolomiti, è un mondo che si conosce poco da fuori».

ATTILIO: «DOVREI SVEGLIARMI ALLE 3 DI NOTTE PER ESSERE A LAVORO» Attilio-2

Anche il 30enne Attilio Manfredioriginario anch’egli di Pradovera di Farini - la pensa così. «Ci sono tanti giovani che vorrebbero vivere in Alta Valnure – spiega - ma non ce la fanno, non ci riescono proprio». Attilio lavora a San Nicolò come il quasi coetaneo Filippo, viaggiando da Pontedellolio. «Vorrei tanto vivere a Pradovera, ma sia dal lato economico che da quello degli spostamenti non ce la faccio». «Se uno lavora dieci ore tutti giorni, aggiungerne altre due per spostarsi non è una cosa da poco. Già parto alle 5 di mattina da Pontedellolio. Da Pradovera, per essere sicuro di arrivare puntuale, dovrei svegliarmi alle 3 di notte».

Attilio ci aveva provato, intorno ai vent’anni, a vivere e lavorare in montagna. «Ero occupato nei dintorni. Però ho trovato un lavoro migliore - come retribuzione e che preferivo -, del quale sono contento, a San Nicolò. La scelta non è tanta per lavorare vicino a casa. E chi viaggia facendo il pendolare dalla montagna alla pianura si stanca».

Se ci fossero più opportunità di lavoro in montagna non avresti dubbi? «Io e la maggior parte dei miei amici, sia quelli cresciuti in montagna, sia quelli che venivano qua solo al weekend con la famiglia, vivrebbero volentieri qui senza indugi. Se solo avessero il lavoro vicino, non esiterebbero. Farebbero rivivere i nostri paesi. Purtroppo la situazione è questa: si è costretti a stare a Piacenza o in pianura e attendere il fine settimana per tornare in quella che sentiamo come la nostra vera casa».

Il 30enne valnurese, che è legato anche al paese di Solaro (Ferriere), ha letto con interesse gli spunti offerti dal regista Verdecchi. «Da un lato –Solaro innevata-2 commenta - apprezzo che uno come lui, non originario di questi posti, abbia scelto di trasferirsi a Zerba, ridando linfa a uno dei comuni più piccoli d’Italia. Non è da tutti partire da una città come Roma, la più grande d’Italia, e finire a vivere in Val Boreca, dove ci sono pochissimi servizi. Dall’altro lato non punterei il dito contro la voglia di comodità della gente di montagna che decide di trasferirsi, sono spesso scelte obbligate prese a malincuore, con sofferenza».

Come mai questo attaccamento alla montagna da parte chi non ci può vivere? «La famiglia, l’ambiente, la libertà che si respira, il senso di comunità che si percepisce. Non tutti possono comprendere questo legame. Non è che in montagna si vada tutti “d’amore e d’accordo”, perché delle volte ci sono tensioni anche qui, però c’è un diverso modo di vivere il proprio paese e la comunità. Altrove si tende sempre a voltare la faccia dall’altra parte».

Attilio a Pradovera-2

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