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I luoghi e le regole per i pellegrini nella Piacenza medievale

Numerose le strutture che ospitavano i pellegrini di passaggio nel nostro territorio. Qualcuna faceva pagare vitto e alloggio (e offriva anche altri servizi), qualcun’altra no

Quasi non ci facciamo caso: passano con i loro zaini più o meno gonfi delle cose da viaggio, sono i moderni pellegrini francigeni, attraversano lenti e a volte curiosi le strade cittadine e percorrono parte della provincia.

Piacenza nel medioevo era un attrezzato luogo d’ospitalità, soprattutto negli anni cruciali degli ideali di pellegrinaggio cioè tra XI e XIV secolo. Lo storico Campi ci ha lasciato un ottimo elenco di “hospitali” attivi in città e nel territorio. Sono alcune decine e senza dubbio l’elenco non è affatto completo e questo ci fa comprendere come l’accoglienza fosse ben radicata nel territorio piacentino, luogo di transito e crocevia di passo del fiume Po.

Questi ospitali sono fondati da monasteri, dai vescovi locali, nobili e membri di confraternite laiche. Fornivano una ospitalità completamente gratuita cioè vitto e alloggio, ma verso il tardo 1200 si cominciò a far pagare un piccolo obolo ai viaggiatori sani e la causa è legata ai costi di gestione.

Basta ricordare che il pellegrino arrivato al passaggio sul ponte di barche sul Po o al traghettamento doveva pagare qui a Piacenza un soldo: non erano ammessi sconti e in generale si sviluppa anche un’ospitalità in due categorie: gratuita presso chiese, hospitali e ospizi ed a pagamento (commerciale) nelle tante taverne.

La strada che portava verso questi luoghi, soprattutto nel boscoso contado, era indicata da segnavia, proprio come ai nostri giorni e i gestori di ospitali non raramente si occupavano anche di far manutenzione a tratti di strada lì vicino, agli imbarcaderi ed ai ponti. Storicamente è assodato che ad esempio i terziari laici francescani si dedicavano proprio anche a questi lavori da aggiungersi alla gestione dell’ospedale, come è desumibile ad esempio pensando all’ospedale di Calendasco (tappa francigena) guidato da un certo fra Aristide almeno dal 1280.

Il monastero di San Sisto, in città già nell’anno 896, ottiene dall’imperatore Arnolfo il permesso di tenere una fiera annuale vicino al suo xenodochio, che accoglieva i mercanti a pagamento. Così si riusciva a provvedere al mantenimento gratuito dei poveri.

Lo “xenodochio” (luogo per ospitare i forestieri) è quello che in latino sarà poi chiamato “hospitium”, luogo di accoglienza di pellegrini e viaggiatori disagiati bisognosi magari anche di cure. La distinzione è netta: “l’hospitium” è un luogo rispettabile (venerabile si legge nelle carte) poi c’è la “taberna” (taverna, locanda) una semplice capanna di legno e mattoni con alcune camere da letto spartane al piano superiore con accanto una piccola stalla per i cavalli. Infine la “caupona” che è una osteria dozzinale, gestita da un “caupo” cioè un oste o piccolo rivenditore e dove non si offre alloggio.

Infatti leggiamo dalle carte che la “taberna” accoglie l’ospite dietro al pagamento di denari (recipere hospites pro denarios) e coloro che erano disposti a sborsare moneta sonante ricevevano ovviamente anche ottimi servizi.

Il pasto del classico ospizio romeo - sappiamo dalle fonti - consisteva in pane, carne, vino e ovviamente consistenti zuppe di ottimi cereali. In certi luoghi, il pellegrino robusto e sano, durante l’estate, doveva accontentarsi di dormire sotto ad un portico ma non raramente anche per il vitto doveva pagare una piccola somma, viceversa con cattivo tempo o in inverno l’accoglienza era certa tra le mura.

Alcuni ospedali erano riservati prettamente a certi tipi di viaggiatori, ad esempio in quello di Santa Brigida (in piazza Borgo a Piacenza) si dava riparo agli irlandesi, mentre già nel 1180 dato il grande numero di viaggiatori, tra i quali soldati diretti alle Crociate, è eretta la Casa per i Crociati (Domui Cruciatorum de Argine) detto poi ospedale di San Cristoforo all’Argine, vicino al Po e il santo scelto è il protettore di barcaroli, traghettatori e dei pellegrini che dovevano guadare un corso d’acqua.

Come leggiamo dai documenti pubblicati dal Campi, nel 1106 l’ospedale di S. Matteo dava riparo a “peregrini, pauperes et debiles” (pellegrini, poveri e invalidi) e nel 1055 l’hospitale gestito dal monastero di S. Sepolcro presso le mura di Piacenza, dà gratuita accoglienza a numerosi forestieri e pellegrini (xenodochium advenientum peregrinorum).

Tra gli ordini cavallereschi prenderanno la gestione dell’ospedale in città detto di Sant’Egidio i Templari che lì avevano anche chiesa e “domus”, mentre nell’ospedale di San Lazzaro si dava piena cura ai lebbrosi. I frati del Tau presso la chiesa e ospedale di Sant’Antonio a Trebbia “extra muros” curavano con impacchi di morbida sugna di maiale il temuto “fuoco di S. Antonio”.

Quello degli ospedali per pellegrini rimane un argomento molto ricco ed entrare nel dettaglio delle forme di gestione di questi luoghi ci fa scoprire l’indole sociale e religiosa che permeava il tessuto piacentino, coinvolgendo non solo enti monastici ma anche laici e nobili che ne fondarono una buona parte.

L’occasione data dal percorso della Via Francigena che attraversa il territorio e la città resta un forte incentivo a tenere vive queste radici storiche e il tema dell’ospitalità ne è uno dei cardini.

Umberto Battini

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