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I ponti che crollano dopo lavori e riaperture nell'Italia che va in pezzi quando piove

Ieri nel piemontese un viadotto che era stato riaperto "in sicurezza" dopo un'ora e mezza è crollato. Il ponte Lenzino è andato giù anche se la manutenzione era stata fatta un anno fa. Sotto quasi tutti i campanili d’Italia si muove una frana o si prepara un’alluvione

Alessandro Carini e Daniele Baglione, sindaci di Romagnano e Gattinara, ieri in diretta Facebook alle 12 annunciavano la riapertura del ponte sul fiume Sesia dopo i controlli in seguito all'alluvione che aveva colpito ampie zone del Piemonte e della Liguria. Alle 13,45, quando i due primi cittadini avevano comunque rinnovato alla popolazione l'invito a restare a casa, il ponte è crollato. 

I ponti che crollano dopo lavori e riaperture...

Nel gennaio scorso il ponte Lenzino di Corte Brugnatella, sulla strada statale 45, in Alta Valtrebbia, nel Piacentino, era stato sottoposto a parziali interventi di messa in sicurezza. Ieri è crollato dopo la piena del fiume Trebbia. Nessuna vittima, così come a Romagnano, dove erano stati fatti lavori negli anni precedenti che però evidentemente non sono bastati o serviti. Il Lenzino era  danneggiato da tempo e, date le sue pessime condizioni di salute, era stato oggetto di vari interventi e verifiche, le ultime eseguite all’inizio del 2019 con prove di carico che avevano aperto il passaggio ai mezzi pesanti. L’Anas annuncia una indagine per capire le ragioni del cedimento e il governatore dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini chiede di chiarire le responsabilità», considerando il crollo «un fatto grave». 

Il ponte sul fiume Sesia è stato edificato alla fine degli anni Sessanta nello stesso punto in cui ne crollò un altro. Quando nel 2009 venne rifatto l’asfalto, sopraelevandolo, il parapetto risultò troppo basso e pericoloso. I lavori ricominciarono per essere definitivamente conclusi nel 2018. Oggi a Limone Piemonte la strada statale 20 è interrotta perché il torrente Vermenagna si è portato via una parte della carreggiata. Il ponte Bagnasco sul Tanaro è invece crollato ieri notte dopo che nel 1994 era stato danneggiato e poi ricostruito ma diventando soltanto pedonale. 

La ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli ha annunciato "l'avvio di un'indagine immediata per accertare le cause del crollo". Nei prossimi giorni "sarò a Ponte Lenzino per valutare personalmente la situazione e definire insieme alle autorità locali le modalità di ricostruzione del viadotto". Mattia Gussoni, meteorologo del portale ilMeteo.it, spiega che nel cuneese "in un giorno è venuta giù oltre metà dell’acqua che scende in un anno. E i danni sono stati pesantissimi".

Un piano nazionale di manutenzione (che non parte mai)

Armando Zambrano, presidente da nove anni del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, dice invece in un'intervista al Messaggero che "all'Italia serve un piano nazionale di manutenzione" perché "gli italiani hanno poca cultura dellamanutenzione. I governi degli ultimi anni, Renzi e successivi, hanno cercato di fare qualcosa. Tempo fa partirono i progetti Cura Italia e Casa Italia. Poi sono stati abbandonati e poi parzialmente ripresi. Non c’è ancora abbastanza consapevolezza". 

Le Province (Upi) da anni stanno cercando di attirare l'attenzione sulla grave situazione delle infrastrutture italiane, in particolare ponti e strade. Soltanto ad aprile scorso hanno chiesto al governo l'avvio di un piano di investimenti da 2 miliardi, che comprenda anche gallerie e scuole superiori. Nel 2018 le Province avevano presentato un lungo e complesso report nel quale si lanciava un allarme per il 65% dei ponti e viadotti italiani, in tutto circa 30mila infrastrutture, con un costo che eccedeva di poco i 3 miliardi di euro. Sul totale, 1.918 opere erano state stimate dai tecnici in 'priorità 1', necessitanti cioè di interventi urgenti, con alcune già soggette a limitazione del transito, se non chiuse; altre 14.089 venivano considerate sempre dai tecnici come opere da sottoporre a indagini tecnico-diagnostiche urgenti, il cui costo, all'epoca, ammontava a quasi 600 milioni. 

E l'Italia che va in pezzi quando piove

Eppure, spiega oggi il geologo Mario Tozzi su La Stampa, il problema sembra essere ancora più ampio e soprattutto più complesso:

In Italia avviene, in media, uno smottamento ogni 45 minuti e periscono, per frana, sette persone al mese. Già questo è un dato poco compatibile con un Paese moderno, ma se si scende nel dettaglio si vede che, dal 1918 al 2018, si sono riscontrate addirittura 17.000 gravi frane. Praticamente in tutta Italia, e non solo frane, ma anche alluvioni (oltre 5.000 le gravi, sempre dal 1918), spesso intimamente connesse agli smottamenti. L’Ispra certifica che sono oltre sette milioni gli italiani che vivono in zone a rischio di frana e alluvione e quasi il 90% i comuni coinvolti (7145 per la precisione).

Come a dire, in pratica, che sotto quasi tutti i campanili d’Italia si muove una frana o si prepara un’alluvione. Addirittura sette regioni italiane hanno il 100% delle aree comunali a rischio di dissesto idrogeologico (Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Molise e Lucania), mentre le altre arrivano tranquillamente al 90%. Centinaia di migliaia di persone lavorano in aree a rischio e quasi il 20% del patrimonio architettonico, monumentale e archeologico si trova in quelle aree pericolose. 

Perché, aggiunge il divulgatore scientifico, se si toglie spazio al fiume, il fiume prima o poi se lo riprende, a prescindere dalla presenza dell’uomo: "E se nello stesso luogo ci sono le case e l’acqua, nel luogo sbagliato si trovano le case, non l’acqua". E infatti quando l'uomo costruisce argini e facendo colare cemento il risultato è sempre lo stesso: qualche anno di tranquillità e poi una tragedia, per fortuna nell'occasione soltanto sfiorata. È ora di smettere di "metterci una pezza" e di prendere atto che l'alluvione è colpa è dell'uomo, non della natura. 

Alessandro D'Amato

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