Il cancro “un intruso”, la testimonianza del manager-scrittore Riccardo Ruggeri

Una possibile strategia da scegliere per chi è raggiunto dallo straziante verdetto è suggerita da “Il cancro è una comunicazione di Dio”

FOTO CARLO MISTRALETTI

“Lei ha un cancro”. Sono le parole più difficili da ascoltare, ma anche da comunicare. Dire a un malato di tumore che non resta molto da fare è come spegnere le luci nella sua vita. Una possibile strategia da scegliere per chi è raggiunto dallo straziante verdetto è suggerita da “Il cancro è una comunicazione di Dio”, libro formato cm. 12 x 16,5, pagine 158, Grantorino Libri, le cui pagine presentano la reazione di una persona che ha da poco ricevuto una diagnosi di cancro. La peculiarità è che la persona è Riccardo Ruggeri, da circa dieci anni scrittore e analista politico, polemista, saggista, con alle spalle una carriera professionale di grande successo come imprenditore, manager e CEO di multinazionali, che sceglie di reagire alla diagnosi usando gli strumenti di quella sua professionalità.

Le pagine di questo piccolo-importante libro - euro 8, disponibile via mail all’indirizzo info@grantorinolibri.it e sui siti specializzati on line - sono state tema di conversazione al Circolo dell’’Unione, dove una attenta platea, dopo il saluto introduttivo del presidente Stefano Sfulcini, ha ascoltato l’autore, opportunamente sollecitato dalle domande del giornalista Gaetano Rizzuto e in dialogo con il prof. Luigi Cavanna. Dalle loro risposte sono fluiti concetti nuovi e stimolanti anche per il prof. Cavanna; apparso sorpreso in modo positivo dal pensiero dell'autore, ha anche affermato come il messaggio chiave del libro sia una buona alternativa alla obbligatorietà del consenso informato: “tu parli, ma spesso il paziente non ti ascolta perché i suoi pensieri sono già tutti concentrati sulla malattia”. In ogni caso sono gli oncologi a doversi far carico del problema, in questo modo il paziente è più rilassato anche se comunque deve mantenere un atteggiamento di collaborazione.  “Dico sempre ai miei collaboratori che chi arriva ha una grossa difficoltà, il nostro compito è di farlo uscire dall'ospedale con quel problema ridotto”. Tra gli intervenuti anche l’ex questore Michele Rosato e la giornalista Antonella Lenti, autrice di un volume su un'esperienza di tumore.

IL LIBRO. Entrato in quella che chiama la decade della morte (80-90 anni) tre anni fa, Ruggeri ha scoperto di avere un carcinoma alla prostata di grado Gleason alto. “Per una decina di giorni sprofondai in una crisi all’apparenza senza sbocchi, continuavo a scrivere i miei Camei (il mio lavoro), mangiavo appena, ero diventato muto, come il servo di Zorro, sempre focalizzato sul carcinoma. Lo pensavo, lo sognavo, mi addormentavo esausto nelle sue spire, mi risvegliavo subito, ero intellettualmente un suo schiavo. Al decimo giorno dissi “basta!”. Tornai il manager che ero stato, dovevo trovare una soluzione, sciogliere un difficile dilemma.

Sapevo che tutti quelli colpiti dal cancro si affidavano come ovvio ai medici e poi, se credenti, al proprio Dio. Altri lo consideravano un «nemico» mortale, si affidavano ai medici ma al contempo si trasformavano in «guerrieri», in certi casi in «eroi». Io nella mia vita non ho mai considerato nessuno un «avversario». Secondo logiche rigorosamente manageriali, degradai il cancro da «nemico» a «intruso». Ruggeri non ha voluto sapere il perché e il percome, ha scelto di ottenere meno notizie possibili e ha “delegato” il cancro a due professori torinesi in modo totale e assoluto. Loro decidono cosa fare lui esegue. Si è ricordato di quando, a 19 anni operaio alla Fiat si permise di avanzare una proposta “Lei è qui per lavorare, non per pensare - fu la risposta del Capo -, ci sono io che ne so più di lei.

Per gestire il suo carcinoma Ruggeri non ha accettato di farsi curare da celebrità dell’oncologia di New York, Londra, Zurigo, come proposto da alcuni amici internazionali. Ha scelto l’Italia, Torino, l’ospedale pubblico delle Molinette, dove non avendo diritto al SSN come residente all’estero, si è curato nel «pubblico» a pagamento, apprezzando l'equità di trattamento e l’accoppiata professionalità medica-umanità (solo italiana). Questo – scrive Ruggeri è un libro di management, con un'idea forte: considerare il cancro una bad company, che nei processi di salvataggio di aziende tecnicamente fallite consideravo un’escrescenza tumorale, prima da configurare, poi da espellere. “Aver scritto questo libretto mi ha placato. Ora so che cosa è il cancro. Il cancro è una comunicazione di Dio”.

NOTA.  Diritti e ricavi dal libro sono devoluti a Bartolomeo & C. organizzazione di volontariato torinese che prende il nome da un clochard trovato morto di freddo sotto un cumulo di stracci e di cartoni nel 1979.

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