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Giovedì, 26 Maggio 2022
Attualità

Il caso di Erasmo II Malvicini Fontana

I contributi scientifici degli studiosi protagonisti del recente convegno sulla dinastia farnesiana

Notevole interesse ha accompagnato la giornata di studi del convegno internazionale organizzato dall’Istituto Araldico Genealogico Italiano e dalla Banca di Piacenza al PalabancaEventi, con il patrocinio della Confédération Internationale de Généalogie etd’Héraldique dal titolo “I Farnese, una grande dinastia, nascita, affermazione ed alleanze nella storia europea”. La cortese disponibilità del presidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano – IAGI, Pier Felice degli Uberti, unitamente a quella di Marco Horak, ci consente di offrire in lettura una estesa sintesi delle relazioni presentate dai numerosi studiosi protagonisti del Convegno. Oggi presentiamo il contributo scientifico del dottor Giorgio Eremo sul tema Il caso di Erasmo - II Malvicini Fontana: bandito dal Ducato, ma sempre nelle grazie di Ottavio Farnese”.

Nella “Vita” di Erasmo II Malvicini Fontana, scritta dal figlio Lazzaro arciprete di Pieve Dugliara e terminata nel 1605, si legge che il marchese nacque nel 1537. Comunemente si è pensato che la biografia fosse stata realizzata dopo la morte del padre che, inEREMO - G. E. DRAGHI-ERASMO II-2 realtà, come risulta dall'appendice aggiunta in un secondo tempo al manoscritto, si spense nel 1612.

Il marchese non aveva ancora sette anni quando perse la madre, contessa Paola Anguissola; e pure il padre gli venne a mancare che non ne aveva ancora dodici.

Crebbe nella più assoluta libertà e fu così che cominciarono a frequentare la sua casa personaggi tutt'altro che dabbene: parassiti, adulatori, sgherri, ruffiani, giocatori, bestemmiatori e ciò che è peggio costoro compivano azioni disdicevoli delle quali il ragazzo veniva incolpato, anche se di colpa ne aveva ben poca.

I ministri dell'imperatore Carlo V, che governavano Piacenza, cercarono in vari modi - in considerazione e per rispetto del buon nome della famiglia - di riportarlo sulla retta via ma con scarso risultato.

Invece una “bellissima, nobilissima, e discretissima Signora maritata” della quale s'innamorò, riprendendolo, facendolo vergognare delle sue azioni e dandogli buoni consigli, con un po' di tempo riuscì a far sì che si liberasse di tutta quella feccia e cominciasse a frequentare cavalieri del suo rango.

 Così il giovane marchese cominciò a far tornei a piedi e a cavallo, partecipando per amor suo alle giostre che si facevano portando i suoi colori anche dopo la di lei morte. Tanta importanza ebbe nella vita di Erasmo questa nobildonna da far scrivere al figlio del marchese “donque amore non è sempre rio, se spesso noce, anco tal volta giova”. Ha avuto inizio così la sua carriera di uomo d'armi.

Sempre il figlio rende noto di aver appreso da alcune lettere di illustri personaggi spagnoli - tra i quali anche membri del Consiglio Segreto - che erano conservate nello scrittoio del padre, che lo stesso avrebbe dovuto comandare tre compagnie di fanteria al servizio del re di Spagna, ma la spedizione non andò in porto perché si fece la pace in Piemonte.

Per i legami con alcuni anziani membri della famiglia Malvicini Fontana il marchese sostenne a Milano una lite che vinse e, tornato a Piacenza, si sposò la prima volta con la contessa Elena Scotti, figlia del conte di Gragnano. Da quell'unione nacquero Pier Francesco e Sforzino che morì dopo pochi giorni.

In quel periodo (più precisamente nel 1556) il re di Spagna Filippo II restituiva Piacenza al duca Ottavio Farnese. Erasmo si mise al suo servizio e il duca lo nominò gentiluomo della Camera insieme ad altri illustri nobiluomini sia piacentini che parmensi. Quando poi Ottavio partecipò per il re di Spagna alla guerra del duca di Ferrara, lo seguì. 

In quella circostanza sia Erasmo che altri giovani cavalieri vennero più volte rimproverati dal duca perché nella loro giovanile esuberanza solevano esporsi in azioni più pericolose di quanto fosse loro richiesto.

Finita questa guerra il marchese entrò nell'armata veneziana, portandosi in Istria, in Dalmazia ed in altre località dei Balcani. Quando tornò a casa trovò morta di parto la moglie Elena, che amava profondamente.

Andando un giorno da Piacenza a Vicobarone il nostro si fermò a Sarmato a casa del conte Honorio Scotti, suo amico, e insieme andarono su una mezzana (isolotto) del Po a caccia di lepri. Qui s'imbatterono nel signor Anchise Curtio, nemico del conte Honorio, e un bravo di questo signor Anchise, soprannominato Fracasso, assalì il marchese Erasmo con una mezza picca. Questi evitò il colpo e a sua volta ferì mortalmente l'aggressore che, fortuna volle, fosse stato messo al bando.

Il signor Anchise, rimasto solo perché gli altri del suo seguito erano fuggiti, supplicò che non lo uccidessero e alle preghiere di Erasmo il conte Honorio non infierì.

Le cose presero una piega diversa quando, di lì a poco, il signor Fioravante Malvicini, che abitava nella casa del marchese Erasmo, attaccò briga con un noto cavaliere di Reggio che aveva a Piacenza parenti e amici nobilissimi ed era in compagnia di due altri signori. Il caso volle che in quella circostanza arrivassero il marchese Erasmo e il conte Honorio. I contendenti misero subito mano alle spade e tre di essi - i due accompagnatori del cavaliere reggiano e Fioravante Malvicini -  rimasero chi gravemente, chi leggermente feriti.

Per volere del duca Erasmo rimase in Palazzo per due mesi, poi uscì giustificato; ma per dare soddisfazione ai feriti, e perché si rappacificassero più in fretta, il marchese fu bandito.

Però, nello stesso tempo in cui Erasmo era forzatamente fuori dal ducato, Ottavio Farnese passò con tutta la corte davanti a Palazzo Malvicini Fontana da Vicobarone (oggi Fogliani) e, nel seguito, vi erano anche dei nemici del marchese. Il duca vide sulla soglia della porta di casa il piccolo Pier Francesco - primogenito di Erasmo - in braccio ad un servitore, gli si avvicinò e lo baciò due o tre volte. E non lo fece per altro - scrive il figlio Lazzaro - che per far vedere che sebbene fosse stato bandito non gli era in disgrazia.

A dimostrazione di ciò si può aggiungere che in quell'infelice periodo di esilio il duca cercò di procurargli un'onoratissima moglie ma Erasmo rispose che oberato di debiti com'era, al bando e con tanti nemici non era il caso di pensare a sposarsi.

Ottavio, dopo aver cercato, inutilmente, di far rappacificare quei due signori feriti in Piacenza col marchese, lo liberò di propria iniziativa, cosa che non era solito fare.

In questo frangente il marchese Annibale Malvicini Fontana, che ormai era vecchio e amava Erasmo, parlando di lui col duca si commosse ed Ottavio gli disse di non preoccuparsi del marchese Erasmo perché “sarò suo padre e suo fratello”.

Quando Erasmo potè tornare a Piacenza si presentò al duca, ringraziandolo per la grazia che gli aveva concesso, aggiungendo che lo aveva sempre servito con amore e che ora lo amava ancora di più.

Ottavio gli rispose, severamente, che era arrabbiato con lui non per il servizio prestato, del quale era rimasto sempre soddisfattissimo, ma perché nonostante lo avesse “consigliato come padre, pregato come fratello, e comandato come padrone” che mandasse via quel Fioravante, insolente e fastidioso, dato che si era accorto che stava per rovinarlo - ricordiamo infatti che Erasmo fu bandito a causa sua - non aveva mai voluto allontanarlo tenendo più in considerazione quel suo parente del duca.

Alle dure parole di Ottavio il marchese si scusò nel miglior modo che poté. Al che il duca aggiunse che non solo lo restituiva alla Patria, ma anche alla sua grazia e volendolo in carrozza lo menò a spasso.

Erasmo si risposò poi con la contessa Angela Benzoni, già moglie di un componente della famiglia Pallavicino, dalla quale ebbe sei figli fra cui Lazzaro e Fortunato.

Durante le guerre di religione in Francia il marchese Erasmo supplicò il duca Ottavio affinché gli consentisse di andare colà a combattere, perché tutto ciò che avrebbe imparato gli sarebbe poi stato utile al suo servizio.

Ottavio accolse la supplica, anzi cortesemente si offerse di scrivere a Madama di Castro sua cognata, sorella del re e ad altri illustri personaggi in favor suo, ma Erasmo altrettanto cortesemente rispose che senz'altro gli avrebbe giovato essere conosciuto alla Corte di Francia e nell'esercito per quello che egli era, e per suo amico per usare la cortese parola che il duca disse, ma siccome i veri onori che più si possono apprezzare sono quelli che si acquistano con onorate fatiche e onorati pericoli, rispose che nel caso in cui avesse avuto bisogno di lettere di favore non si sarebbe rivolto ad altri che a sua altezza, ma che questa volta voleva andare in un luogo dove non conosceva nessuno e non era da nessuno conosciuto, per vedere quali avventure gli riservava la sorte.

A queste parole il duca  replicò che era certo che egli stava andando a guadagnarsi degli onori puntando solamente sulle sue virtù, ma che se non gli avesse offerto di fare tutto ciò che poteva per favorirlo, dato il bene che gli voleva, avrebbe irrimediabilmente commesso una mancanza.

Andò Erasmo e si fece onore tanto da entrare nelle grazie dei reali di Francia e del duca di Namur che, in seguito, accolse e crebbe suo figlio Fortunato, giovinetto, come un membro della propria famiglia.

Tornato in Italia, dopo altre avventure, il duca Ottavio mandò un corriere a Vicobarone affinché Erasmo lo raggiungesse a Parma per affidargli importanti missioni diplomatiche. In quelle occasioni il nostro marchese discuteva con tale conoscenza delle leggi che a volte i suoi interlocutori si chiedevano se fosse Dottore, della qual cosa egli rideva.

Pare che in molti abbiano sentito il Pico, primo segretario del duca, più volte dire che nessuno dei cavalieri a cui Ottavio aveva affidato importanti missioni lo soddisfecero più del marchese Erasmo, anzi altri addirittura affermano di averlo sentito dire anche dal duca in persona.

In seguito pure la duchessa Margherita d'Austria fece dire ad Erasmo dal figlio Alessandro se voleva andare in Fiandra a servirla come Maggior domo maggiore. Egli rispose molto cortesemente che più volte aveva pensato a che ruoli avrebbe potuto aspirare nella vita, ma mai aveva pensato di diventare Maggior domo e scusandosi rifiutò l'incarico per poi pentirsene, perché il grado era onoratissimo e se fosse andato sarebbe poi rimasto col duca Alessandro.

Mentre Erasmo era a Piacenza morì il duca Ottavio e la Città lo mandò a Roma per dolersi con l'illustrissimo cardinale Farnese.

Dovendo inoltre la Comunità piacentina mandare un ambasciatore in Fiandra dal nuovo duca, la scelta cadde su di lui ben sapendo che più di ogni altro sarebbe stato gradito ad Alessandro, se non altro per la stima che suo padre aveva del marchese. E quello fu, secondo il figlio Lazzaro, il più felice giorno che il padre abbia mai avuto.

S'incamminò per la Fiandra ma durante il viaggio si ammalò gravemente per cui dovette rinunciare. Passò poi al servizio di Venezia.

A dimostrazione dell'alta considerazione in cui il marchese Erasmo era tenuto dal duca Ottavio e poi dal di lui figlio Alessandro basta accennare al fatto che molti nobiluomini sia italiani che stranieri, caduti in disgrazia, si rivolsero al nostro condottiero per ottenere la grazia dal duca e, in seguito all'intercessione di Erasmo, molto spesso la ottennero.

Per esempio fu catturato e imprigionato in Fiandra un gentiluomo francese. Un suo fratello, al servizio della duchessa di Namur, fece sapere al marchese di essersi rivolto per la liberazione del congiunto ad illustri personaggi che però non la ottennero, pregandolo di scrivere egli stesso al duca Alessandro.

Erasmo esitò facendo presente che non poteva di certo ottenere quello che a quei principi era stato negato. Ma tanto lo supplicò che scrisse al duca il quale, dopo aver letto la missiva, liberò subito il prigioniero dicendo che gli era stato chiesto da persona a cui non poteva negarlo.

Quando era ancora in vita il duca Ottavio essendo il marchese Erasmo imputato di un delitto, un ministro disse a Sua Altezza che lo stava scoprendo; ma a tale affermazione il duca rispose che doveva mostrare di non saperlo, né chiese nulla ad Erasmo il quale gli disse la verità e Ottavio, in diversi discorsi, affermò più volte che il marchese Erasmo non gli raccontò mai bugie.

Erasmo Malvicini Fontana, marchese di Vicobarone, morì improvvisamente a Brescia nel 1612 la sera della festa di San Rocco, nel mezzo del corpo di guardia, circondato da tutti i suoi soldati.

Nella stesura del presente scritto ho più volte accennato al marchese Fortunato Malvicini Fontana, ricordato nelle “Historie di Francia” come l'eroe di Sens. Infatti questo figlio di Erasmo, divenuto un abile uomo d'armi al servizio del duca di Namur, fu mandato dalla Lega Cattolica, con mille fanti e la sua compagnia di cento cavalli, nella città di Sens, in Borgogna, per difenderla da tutte le forze e dall'allora Re di Navarra Enrico di Borbone (che nel 1589 diventerà Re di Francia con il nome di Enrico IV) e quando quest'ultimo gli chiese di consegnargli la città prima di stringerla d'assedio, come si usava fare, per ben tre volte il marchese Fortunato rispose che essendogli la difesa di Sens stata raccomandata dai suoi padroni, non poteva far altro che difenderla sino alla morte; e che sua maestà non sperasse d'entrarvi, se non passava sopra il suo corpo.

Re Enrico allora la strinse d'assedio, posizionando l'artiglieria, e dopo averla battuta violentemente riuscì ad aprire nelle mura alcune brecce che furono strenuamente difese dal marchese Fortunato e dai suoi uomini, con tale eroismo che il sovrano non riuscì ad espugnarla ma, anzi, lasciò sul campo di battaglia numerosi morti.

Con questa breve notizia storica vorrei aggiungere una nuova interpretazione al soggetto del più voluminoso dei quadri che nel salone di Palazzo Malvicini Fontana da Vicobarone (oggi Fogliani) compongono il ciclo pittorico realizzato negli ultimi decenni del Seicento da Giovanni Evangelista Draghi, finora indicato come “La partenza di Erasmo II Malvicini Fontana da Sens per portarsi alla battaglia di Montecorno del 1569”. La città fortificata riprodotta è indubbiamente Sens, il cui nome l'artista ha “scolpito” a caratteri cubitali, SANS (come viene indicata nella “Vita”), sul paramento murario della torre quasi al centro dell'opera; ma, a mio avviso, non dovrebbe trattarsi tanto della partenza di un esercito per portarsi a combattere altrove, quanto del ritiro delle truppe assedianti la città, avvenimento accaduto una ventina di anni più tardi e che ha visto come eroico protagonista della strenua difesa appunto il marchese Fortunato Malvicini Fontana.

Infatti, osservando attentamente la tela, a me pare di vedere rappresentata la fine di un assedio con gli assedianti sullo sfondo in ritirata e gli assediati, con quel cannone puntato e il cielo cosparso dalle nubi provocate dal fumo delle artiglierie, che ne osservano con prudenza il ripiegamento. Se questa mia interpretazione fosse corretta il personaggio maestoso raffigurato in primo piano a destra non sarebbe allora Erasmo II ma suo figlio Fortunato. 

L’AUTORE. Lo storico Giorgio Eremo è da considerarsi, assieme alla compiante Carmen Artocchini, lo studioso di riferimento del sistema castrense del territorio piacentino e ha dato alle stampe nel corso degli ultimi decenni numerosi libri monografici dedicati a singoli castelli della Provincia. Nelle sue opere ha sempre unito al rigore scientifico profuso nella ricerca e verifica dei dati storici, anche frequenti approfondimenti archeologici, materia nella quale ha sviluppato con passione una profonda preparazione non solo teorica, ma anche nell'analisi dei luoghi e dei reperti. Collabora da molti anni con la rubrica culturale del quotidiano "Libertà".

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