Il colera 153 anni fa solo a Ferriere uccise 337 persone

In rapporto alla popolazione oltre 3,5 volte il tasso provinciale della attuale pandemia

Correva l’anno 1867 quando il morbo epidemico denominato colera asiatico colpì l'intero territorio comunale di Ferriere causando 337 vittime su una popolazione di circa 6561 abitanti (Censimento 1861) e quindi con un indice di mortalità del 53 per mille, 3,5 volte l’attuale coronavirus nella nostra provincia.

da: “Ferriere, il racconto di un territorio dal fascino senza tempo”, anno 2008, a cura di Renato Passerini, studio tecnico Mainardi, Paolo Labati, Cesare Zilocchi, Sergio Ravoni e altri.

La sua diffusione - secondo la teoria di quei tempi - fu favorita dalle esalazioni che si diffondevano nelle abitazioni poste sopra le stalle e con i pavimenti costituiti da tavole di legno solo accostate. Le conoscenze mediche più recenti ritengono che il colera sia entrato nell’organismo umano attraverso l’acqua, prima di riprodursi nel sistema digerente portando a morte per diarrea e disidratazione. L'acqua era attinta da un numero limitato di sorgenti e le condizioni igieniche generali erano carenti. A complicare la situazione, credenze, superstizioni e conoscenze mediche ancora limitate.

I primi casi di malattia si ebbero a Solaro, mentre la frazione più colpita fu Castagnola, seguita da Canadello, Pertuso e dagli altri centri. Le autorità diffusero misure preventive: gli ammalati non potevano circolare, case e persone venivano disinfettate con ipoclorito di sodio.copertina

Coloro che riuscivano a superare l'attacco rimanevano immuni dal morbo e venivano impiegati come becchini. La cura degli ammalati e la rimozione dei cadaveri era affidata ad un Coordinamento di assistenza e ad una Commissione sanitaria della quale facevano parte il dottor Cesare Dalla Spezia e gli assessori Bartolomeo Preli e Pellegrino Bergonzi. L'economo spirituale di Grondone, don Bartolomeo Magioncalda, passava le notti intere accanto agli ammalati e spesso dovette portare a spalla le persone alla sepoltura. Un po' tutti i parroci si trasformarono in infermieri.

L’epidemia portò “molti ad avere il colore della morte ed avviarsi con abiti dismessi, con passo grave verso la casa del Signore per pregarlo, a volere por fine ad una sì grave desolazione. La grazia fu fatta perché cominciò a cessare il dominante flagello .. “ (da Arch. parrocchiale Casaldonato, Registro dei morti, vol. III pag. 35).

Ad epidemia debellata, nella seduta del 24 gennaio 1868, la giunta comunale, presieduta dal sindaco Angelo Bacigalupi, insigniva della medaglia d'argento per l'assistenza prestata il medico condotto Cesare Dalla Spezia, il dottor Domenico Cavalli, don Bartolomeo Magioncalda, don Giovanni Boccaleri, don Antonio Lagasi, don Giovanni Rossi, don Giuseppe Conti, don Antonio Bricca e don Giuseppe Casella.

Il Cavalli, oltre che medico, era arguto narratore e non difettava di senso dell’umorismo; lasciò ai posteri anche questa ironica testimonianza in rima:

I preti piangeranno                                        

che finito sia l'eccidio

che portava in tasca loro

carta - rame - argento e oro.

Piangeranno anche i dottori.

Più di tutti i farmacisti di cloruro venditori,

staran mesti e tristi perché

loro verrà a mancare

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