«Il grido di allarme dalla scuole paritarie per non lasciare indietro nessuno»

Oggi e domani le scuole paritarie hanno deciso di “fare rumore” per sollecitare il governo a stanziare fondi sufficienti a salvare gli istituti e i circa 160mila posti di lavoro. L’appello della Cei e la petizione del Don Gnocchi

Le scuole paritarie hanno deciso di “fare rumore”. Un rumore costruttivo, «educativo ed educato», che «obblighi i nostri parlamentari, che saranno impegnati nella discussione degli emendamenti nell’aula parlamentare, a non lasciare indietro nessuno perché o l’Italia riparte dalla scuola, da questo grembo dove si entra bambini e si esce cittadini di uno Stato democratico, o non ripartirà». Ecco perché oggi e domani, affermano padre Luigi Gaetani, presidente della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (Cism) e madre Yvonne Reungoat, presidente dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia (USMI), hanno indetto uno sciopero nazionale, con la sospensione delle videolezioni. Chiamando a raccolta famiglie, docenti e studenti anche delle scuole statali con l’hashtag Noisiamoinvisibiliperquestogoverno, ogni scuola paritaria si adopererà con lezioni, video, dirette Facebook dalle pagine degli istituti, che saranno aperte a tutti «per diffondere i temi della libertà di scelta educativa; il diritto di apprendere senza discriminazione; la parità scolastica tra pubblica statale e pubblica paritaria; per una libera scuola in libero Stato e con appelli alla classe politica perché non condanni all’eutanasia il pluralismo culturale del nostro Paese». La situazione è particolarmente difficile perché, sin da marzo, si sono ridotti i pagamenti delle rette.

Ad aprile, poi, la maggioranza degli iscritti non le ha pagate e questo ha provocato una grave crisi che gli istituti si trovano ad affrontare da soli, in quanto i fondi stanziati dal governo non sono ritenuti sufficienti per salvare le scuole e i circa 160mila posti di lavoro tra docenti e personale tecnico amministrativo. A favore delle scuole paritarie è intervenuta anche la presidenza della Conferenza episcopale italiana, che ha rilanciato «la forte preoccupazione espressa in queste settimane da genitori, alunni e docenti delle scuole paritarie, a fronte di una situazione economica che ne sta ponendo a rischio la stessa sopravvivenza». Per la Cei, guidata dal cardinale Gualtiero Bassetti, gli istituti paritari «svolgono un servizio pubblico, caratterizzato da un progetto educativo e da un programma formativo perseguiti con dedizione e professionalità». Le forme di sostegno poste in essere dal Decreto Rilancio per le scuole paritarie ammontano a 65 milioni per le istituzioni scolastiche dell’infanzia e a 40 milioni per le primarie e secondarie, a fronte di un miliardo e mezzo destinato alla scuola tutta. Ecco perché la Cei chiede «al Governo e al Parlamento di impegnarsi ulteriormente per assicurare a tutte le famiglie la possibilità di una libera scelta educativa, esigenza essenziale in un quadro democratico. Le scuole paritarie permettono al bilancio dello Stato un risparmio annuale di circa 7 mila euro ad alunno: indebolirle significherebbe dover affrontare come collettività un aggravio di diversi miliardi di euro. 

La proposta della Cei è di unire le forze «per non far venir meno un’esperienza che trova cittadinanza in ogni Paese europeo, mentre in Italia sconta ancora pregiudizi che non hanno alcuna ragion d’essere». Il grido di allarme delle scuole paritarie, insieme a quello della Cei e del mondo associativo, aggiungono padre Gaetani e madre Reungoat, «nasce dalla verifica del disagio civico ed economico di tante famiglie e dalla sordità del governo che continua a trattare la scuola pubblica paritaria ideologicamente, come un oggetto estraneo alla convivenza civile e culturale di questo Paese, elargendo briciole, trattandoci meno delle biciclette e dei monopattini, per i quali stanzia 120 milioni di euro per il 2020 e il bonus sarà pari al 60% della spesa sostenuta, meno degli ombrelloni. Ora tocca alla politica, ma noi vogliamo e possiamo sostenerla attraverso un gesto simbolico che faccia rumore e coinvolga tanti altri cittadini, oltre ogni schieramento, perché chi ama la scuola sa bene che questa è trasversale a tutto». Non stanno scioperando, ma hanno invece indetto una petizione nazionale, i vertici dell’Istituto don Carlo Gnocchi di Carate Brianza. Il rettore Luca Montecchi e decine di altri istituti di tutta Italia chiedono al premier Conte e al ministro dell’istruzione Lucia Azzolina innanzi tutto di conoscere direttamente la realtà delle scuole paritarie. Sollecitano poi «un intervento del Governo che provveda aiuti economici alle famiglie perché possano ancora sostenere i costi delle scuole e non le abbandonino. I genitori dei nostri ragazzi non sono per lo più abbienti, come invece comunemente si pensa e si ripete: molti di loro sono già oggi in cassa integrazione all’80% dello stipendio, altri sono costretti a chiudere le loro piccole imprese, altri ancora hanno perso o perderanno il lavoro. L’intervento richiesto, sottolineano i firmatari dell’appello, «è, non già in favore della conservazione di un privilegio esclusivo, bensì a materiale sostegno di cittadini italiani a pieno titolo». Un intervento utile a incentivare «realtà creative che esistono da decenni, che rispondono a esigenze sociali e territoriali effettive, che fanno cultura, con risorse finanziarie spesso precarie e senza poter offrire a chi vi opera garanzie contrattuali paragonabili a quelle assicurate dall’Amministrazione statale». Anche gli studenti del Don Gnocchi hanno lanciato il loro appello: «Non chiudete la mia scuola per sempre. Se le famiglie non hanno i soldi per pagare la retta, scuole come la mia potrebbero non riaprire più. Presidente Conte non lo permetta. La politica aiuti chi va alle scuole paritarie. Anche l’educazione è pane».

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«Nella provincia di Piacenza le scuole paritarie sono rappresentante da 32 scuole dell’infanzia, 3 scuole primarie, 2 scuole secondarie di primo grado e 2 istituti secondari di secondo grado. Garantiscono il pluralismo all’interno del sistema pubblico di istruzione per circa 2600 tra bambini e ragazzi ed occupano quasi 600 addetti tra insegnanti, educatori, coordinatori, dirigenti, impiegati, ausiliari, cuochi. Si tratta per lo più di donne che in queste imprese no profit riescono a conciliare la vita familiare con quella lavorativa e sulla cui formazione già tanto si è investito. Non può esserci “Rilancio” lasciando indietro 2600 minori, le loro famiglie, 600 operatori e l’indotto del settore».

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