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Venerdì, 24 Maggio 2024
La storia

Il monaco assassino che rubò e trattò con i banditi nemici di Piacenza

Un caso giudiziario molto discusso nel Medioevo vide protagonista un monaco

Medioevo benedetto e a volte maledetto, anche qui a Piacenza, dove i casi di scandalo andavano a interessare spesso anche uomini di Chiesa. Un bel documento, una chicca, lo abbiamo rinvenuto e tradotto dal latino nel “Registrum Magnum”, fonte vivacissima di notizie storiche nonché giuridiche. Da qui abbiamo estrapolato un evento di cronaca nera.

In questo caso parliamo di un “converso”, un monaco, che sebbene vestisse l’abito religioso, si rivelò un vero sciagurato: ne combinò di cotte e di crude e per questo non sfuggì alla “mano secolare”.

Però a dover giudicare penalmente un prete o frate, per quel tempo era prassi dovesse farlo il Vescovo locale, nel nostro caso “venerabilis patris domini Ugonis Dei gratia episcopi placentini”, cioè il vescovo di Piacenza tal Ugo.

E proprio al vescovo in persona il 18 febbraio 1308 nella “camera domini episcopi Placentini” cioè un ufficio di curia, viene presentata e letta una “Carta consilii” un documento ufficiale del Comune con il parere del collegio dei giudici di Piacenza circa il fatto in questione. 

Il podestà vuole essere lui stesso a giudicare questo malandrino in abito religioso e per questo chiede il "permesso" al vescovo presentando una "consulenza" giuridica.

La "Carta" è scritta dal notaio “Henricum de Banchis” e riporta ciò che è il parere giuridico del “collegio suprascripto” dei giudici cittadini, portata lì in curia dal giudice e assessore Rogerio Capello a nome del podestà il guelfo “Passarini de La Ture”.

Si chiede quindi che non il vescovo ma il podestà lo giudichi in quanto ci sono anche dei reati gravissimi contro il Comune di Piacenza commessi dal soggetto. Lo stesso converso è “detento... repertus” cioè stato ritrovato e incarcerato, ed è un “abiecto habitu suo” corrotto nonostante porti l’abito religioso. 

Si fa presente che si è macchiato di enormi reati, “homicida plura faciendo” ha ucciso più uomini, a sangue freddo si intende, e ha fatto anche molti furti “robarias”.

Ma costui soprattutto ha agito contro la città ed il governo di Piacenza ed ha operato danni immensi: “archivum publicum derobando”, ha rubato carte ufficiali dall’archivio, mentre altre carte notarili le ha lacerate “scripturas publicas lazerando”.

Inoltre ha trattato di nascosto con “inimicis et banitis” cioè nemici e persone bandite dal territorio piacentino per dei reati. E non finisce qua: ha agito a scopo di distruggere la situazione politica di Piacenza “prodictionem et subversionem (sovversione) et destructionem status (distruzione situazione politica) civitatis Placentie”.

Ma ce n’è ancora: infatti ha commesso anche  “alia plura malleficia” cioè varie frodi, inganni e delitti, un vero mascalzone questo frate in “abiecto habitu suo”.

Possiamo con indubbia certezza credere che il vescovo Ugo abbia quindi concesso di potere giudicare costui al potere civile cittadino, e con altrettanta certezza, visti i reati di omicidio e di congiura contro il Comune, la sua avvenuta condanna a morte.
Come usava in quel 1308 a Piacenza, lo immaginiamo dopo il processo e la condanna, legato alla coda di un cavallo e trainato nella polvere fino in piazza del duomo.

Qui lo attendeva una folla composta di cittadini, popolani e religiosi, venuti per assistere alla sua triste fine, che possiamo riassumere in tre semplici parole: patibolo, boia e scure.

Un episodio di vita medievale locale, dove le sfaccettature della società erano anche in quel secolo molteplici e variegate, non tutto “rose e fiori” insomma. Sappiamo bene che qualche rogo, impiccagione o decapitazione, ogni tanto, c’era. 

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