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Martedì, 23 Aprile 2024
L'intervista

«I genitori consultano Google, con il colloquio noi pediatri dobbiamo dimostrarci più bravi»

Giuseppe Gregori, pediatra dal 1984, risponde sullo “stato di salute” della professione nel territorio Piacentino: «Le risorse umane nei prossimi dieci anni saranno sempre meno, Il 50% in pensione»

«Tra dieci anni metà dei pediatri piacentini attualmente al lavoro sarà in pensione». Giuseppe Gregori ha 67 anni, dal 1980 esercita la professione medica, dal 1984 è pediatra. Dal luglio scorso è diventato consigliere comunale per la “Civica Tarasconi”. Alla luce della sua esperienza sul campo, a Gregori abbiamo chiesto lo “stato di salute” della professione.

  • Dottor Gregori, come ha scelto la specializzazione in Pediatria?

È stato il caso. Al quinto anno di medicina sono capitato in un reparto di pediatria per fare un po’ di pratica. Mi attirava l’idea di confrontarmi con pazienti che non erano in grado di spiegarsi. Come fanno i medici a capire come stanno i bimbi? È nato tutto da questa curiosità, inoltre ho avuto la fortuna di avere dei maestri con molta esperienza e studi all’estero.

  • Si è pentito di questa scelta? A posteriori avrebbe voluto fare altro?

Tutt’altro che pentito, col “senno del poi” posso dire che fosse la mia strada. La pediatria ha incontrato in questi 40 anni tanti cambiamenti, nutro ancora molta curiosità per quello che si potrà scoprire in futuro. Le possibilità di lavorare e studiare sono molto di più di prima, ci sono più sfaccettature, la diagnostica si è sviluppata. È bello vedere come si applicano le nuove scoperte sul campo, nella medicina territoriale.

  • Il territorio Piacentino soffre l’assenza di pediatri come accade per medici di famiglia e guardie mediche?

C’è un pochino di sofferenza, ce ne vorrebbe qualcuno in più, siamo al limite. Metà dei pediatri lavora in città, l’altra metà in provincia. Però ora viviamo una fase di denatalità, nascono meno bimbi.

  • Quanti bambini ha in cura?

La media provinciale è di 900 bambini per pediatra, in città si superano i mille. Anche io ne ho poco più di un migliaio.

Era una “giornata tipo” invernale, che purtroppo si è presentata non di rado in questi mesi. Le patologie hanno colpito molto: ho avuto bambini ammalati più volte. Si sono verificate due tornate di epidemie influenzali, prima del Natale e a fine gennaio. Abbiamo registrato più forme di streptococco, broncopolmoniti, virus gastroenteriti. Tutto quello che non si era più visto negli ultimi due anni di Covid è tornato, con gli interessi. Perciò i pediatri erano sotto pressione.

  • Quante ore lavora al giorno?

La mia giornata è di 9-10 ore tra visite, risposte al telefono, burocrazia, reperimento delle documentazioni, impegnative, esami, confronti con i colleghi. Un paio di sabati al mese, inoltre, li dedico agli aggiornamenti della formazione professionale.

  • La messaggistica, Whatsapp o Telegram, aiuta o complica il vostro mestiere?

Per certi versi può semplificare le cose, un paziente cronico con un messaggio può comunicare la necessità di una ricetta perché ha finito le medicine. Così come il fascicolo sanitario elettronico aiuta. Però tutto si aggiunge al carico di lavoro abituale.

  • Inconvenienti del rapporto con i genitori di questi ultimi anni?

Telefonano e dicono: “Sono la mamma di Luca”, poi spiegano il problema frettolosamente. Non si rendono conto che in quei pochi secondi a voce non mi è possibile ricordare, dal semplice nome, il bimbo e il suo passato. Riceviamo troppi messaggi generici che appesantiscono il lavoro, così non interveniamo con precisione.

  • Ha qualcuno che la aiuta per la burocrazia?

Una segretaria, una sola persona part-time che divido con altri tre medici. È una “santa”. Ci vorrebbe più supporto per noi professionisti, per sgravarci di queste incombenze, in modo da dedicarci più al contatto umano e alle visite. Se Regione, Ausl, Governo investissero più risorse in questa direzione, i medici sarebbero più efficienti.

  • Come la mettiamo con il “rivale” degli ultimi anni, il “dottor Google”?

Tutti i genitori consultano internet per avere risposte, ma non si rendono conto che la maggior parte delle volte ogni caso è a sé e va contestualizzato. È molto rischioso pensare di trovare una risposta corretta su internet. Attraverso il colloquio noi pediatri dobbiamo dimostrare di essere più bravi di Google, di motivare scelte e proposte e contestualizzare.

  • In una giornata di lavoro come passa il suo tempo?

Il telefono mi dice che passo 2 ore/2 ore e mezza a parlare al cellulare. Poi un’ora di e-mail. Mentre parlo al telefono cerco di sbrigare alcune cose burocratiche di scrittura, ma ci vorrebbero quattro mani per fare tutto. Il resto del tempo sono visite.

  • Perché è così in crisi la medicina territoriale?

Dopo il Covid non ci sono stati cambiamenti e la situazione è peggiorata. Abbiamo speso, come sanità, molti soldi per la pandemia, quindi ci sono meno risorse ora a disposizione. Intanto i problemi aumentano. Ma le colpe arrivano da lontano. Vent’anni fa non si è programmato, perché non conveniva a livello politico investire risorse nella sanità e nella formazione alle professioni. Solo che, rispetto a 20 anni fa, la popolazione è più anziana e alle prese con più malattie croniche. Così come nel mio mestiere sono aumentati i pazienti che hanno più bisogno di cure: un prematuro nel 1980 rischiava seriamente di non sopravvivere, oggi ce la fa, va solo seguito con più attenzione. Così come la realtà è più complessa: è necessaria più neuropsichiatria infantile, registriamo più problemi di apprendimento. Il carico di lavoro aumentato dilata i tempi di attesa sulle valutazioni delle patologie pediatriche.

  • Come vede la sanità territoriale piacentina tra dieci anni?

Se non cambia qualcosa, la vedo dura. Perché le risorse umane, nei prossimi dieci anni, saranno sempre meno. Il 50% degli attuali pediatri andrà in pensione. O arriveranno molte fresche, ovviamente me lo auguro, grazie ai nuovi posti a disposizione nelle specializzazioni, o si assisterà ad una riorganizzazione del territorio, con conseguenze. Perché il medico che si occupa delle persone che hanno da 0 a 100 anni non ha le competenze che può avere un professionista che si dedica da sempre ai bambini. Così come io non sono un esperto di geriatria.

  • Fino a quando proseguirà a fare il pediatra?

Sicuramente non oltre i 70 anni, ma farò le mie riflessioni strada facendo. Se il sistema peggiorerà ulteriormente, trarrò qualche conseguenza prima. A furia di tirare la corda…Se invece mi supporterà, farò meno fatica. Spero di poter continuare, perché il mestiere di pediatra ancora mi piace.

Giuseppe Gregori

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