“Italia Nostra” rimane della sua idea: «Il soppalco è un mostriciattolo cementizio»

Inaugurata l'ex chiesa del Carmine restaurata. L’associazione: «Il "solettone" è un viadotto che non c’entra nulla con la chiesa, un inserimento brutale che si poteva evitare»

il soppalco al centro della polemica di "Italia Nostra"

Porte aperte da questa sera per l’ex chiesa del Carmine, ma non a tutti è piaciuta. Italia Nostra rimane convinta della sua battaglia: il soppalco dell’ex chiesa è un orrore che ha vanificato il progetto di recupero. «Basta entrare per vedere questo “mostriciattolo cementizio” – spiega Carlo Emanuele Manfredi - che non c’entra nulla con la chiesa. È stato un inserimento brutale che si poteva evitare. Bastava fare due belle scale ai lati per salire al piano superiore, non si capisce la ragione per la costruzione di questo soppalco, pesante. Questo non è un elemento architettonico moderno, è un “viadotto”, è funzionale per salire ma brutto. Queste chiese costruite nel ‘200 non sono fatte per essere viste dall’alto, ma dal basso. Si poteva mettere una pedana mobile, ma non fissa. Si sono spesi centinaia di migliaia di euro per imbruttire un bel restauro dell’edificio. È un inserimento cervellotico».

ITALIA NOSTRA: «CANCELLATA LA STORIA DELLA CHIESA»

«Oggi viene ufficialmente presentato il restauro della chiesa del Carmine – precisa in una nota il Consiglio direttivo di Italia Nostra, sezione di Piacenza - uno dei più importanti edifici religiosi trecenteschi di Piacenza, che da oltre due secoli, quindi dalla sua soppressione in epoca napoleonica, giaceva negletta, benché la sua eccellente architettura romanico gotica ne avesse propiziato, agli inizi del Novecento, il suo inserimento nell’elenco degli edifici di Piacenza Italia Nostra-2dichiarati Monumenti Nazionali. È stato però necessario che trascorresse ancora più di un secolo per un globale intervento di restauro finalizzato a recuperare il grandioso fabbricato di origine monastica. La chiesa, a tre navate, ha un impianto planimetrico di immediata e semplice lettura: divisa in sei campate e scandita da otto colonne in laterizio è caratterizzata da una zona absidale perfettamente inserita in questa proporzione geometrica. Questi pregi architettonici, esaltati dalle volte a crociera sovrastanti le tre navate ed il transetto non presentavano particolari problemi di restauro: la struttura, in laterizio, doveva solo essere ripulita, consolidata e intonacata per fare ricomparire lo slancio delle forme goticheggianti e l’armoniosa luce che proveniva dalle finestre ogivali e dal finestrone absidale. Tale intervento di restauro è stato fatto nelle tre navate ma non nella zona absidale; qui, ove sorgeva l’altare, da secoli rimosso e scomparso, una volontà maligna ha voluto inserire un “soppalco”, come è stato definito, consistente in un solettone cementizio sostenuto da travature metalliche, provvisto di scala d’accesso e persino di ascensore. Una costruzione che sconvolge l’equilibrio originale del monumento, arrivando ad occupare – il soppalco – lo spazio sino alla metà del transetto ed il complesso scale/ascensore quasi tutta l’area destra del transetto. Contro tale brutale inserimento Italia Nostra sezione di Piacenza è insorta manifestando la propria contrarietà ed il proprio sdegno e tuttora mantiene tale posizione, sostenendo che questa intrusione, di nessun pregio, sconvolge gli equilibri interni e danneggia anche il recupero della pregevolissima architettura trecentesca. In relazione al soppalco, che appare più simile ad un viadotto che ad un elemento aggiuntivo con finalità tecnologiche che, talvolta, può risultare necessario collocare in edifici storico/artistici, emergono perplessità sull’operato di chi ha concesso il necessario benestare al progetto, la cui realizzazione è costata circa cinque milioni e mezzo, una parte dei quali, non certo piccola, è stata spesa per quest’opera intrusiva, che ha un ingombro visivo devastante. Con la somma spesa per tale bruttura si sarebbe potuto restaurare la facciata barocca della chiesa, che prospetta su Via Borghetto e che è rimasta malamente scorticata dall’intonaco e con l’aspetto del lavoro lasciato a metà, in netto contrasto con l’accurata rifinitura delle tre navate interne. Sarebbe auspicabile, a tale riguardo, una smentita ufficiale che l’inserimento del solettone cementizio, nel progetto di recupero dell’antico edificio, sia stato propiziato dalla prospettiva di maggiori finanziamenti. Altrettanto opportuna sarebbe la palese ammissione che si tratta di un’opera irreversibile, non di una sorta di precario, come sono irreversibili tutte le strutture che non possono essere rimosse se non demolendole. E’ meraviglia davvero che la Soprintendenza, così attenta a bacchettare il privato che faccia un buchetto in una muratura antica, non sia intervenuta in corso d’opera, quando l’intervento irreversibile si manifestò chiaramente, se già non fosse emerso dai disegni progettuali. Ma forse queste gravi mende del restauro eseguito nella chiesa del Carmine hanno una loro sottesa ragione ideologica: il soppalco nel presbiterio, sostitutivo dell’altare, la facciata lasciata in uno stato di slabbrato abbandono, possono rivelare l’intenzione di cancellare l’impronta cristiana negli edifici un tempo adibiti al culto cattolico. Lo si potrebbe quindi considerar un esempio di “restauro laico” che, in analogia con quanto avviene in altri settori della cultura, ove la scristianizzazione è imperante, si sta diffondendo anche nel restauro delle chiese, cancellandone o alterandone gli elementi architettonici più evidentemente “confessionali”. Ma questa sorta di iconoclastia è assai pericolosa per la corretta tutela del monumento, essa può portare, come nel caso del Carmine, a inserire delle brutture blasfeme e a lasciare erodere dagli agenti atmosferici le statue della Vergine e dei Santi. Ed Italia Nostra, pur non essendo “confessionale” non può tacere di fronte a tali vandalismi».

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