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L’appello "dell’eremita del Po" a favore dei piccoli paesi di campagna e di montagna

«Siamo brava gente, abituati a rimboccarci le maniche, sempre e comunque: an-che quando il Grande fiume decide di farci visita, direttamente nelle nostre case s’intende. Da queste parti gli assembramenti non sono mai stati di moda; della movida molti non conoscono nemmeno il significato. Forse siamo rimasti un po’ indietro, ma stiamo bene lo stesso»

Ha scritto una Lettera Aperta molto toccante, un mix di Peppone e don Camillo, con tutto l’affetto e la malinconia che solo le genti della Bassa, la bassa padana prossima al Po sà aver dentro fin dalla nascita. La Bassa è bassa, sia che tocchi l’area piacentina che quella parmense e così via fino alla foce.

L’Eremita del Po, così si è firmato, ha lanciato il suo appello da facebbok e lui è veramente un eremita del Grande Fiume: il motivo è che lo conosco molto bene (è un ottimo giornalista e Zibello e la bassa parmense sono nel suo dna) e per certi versi condiviamo questo amore della pianura senza orizzonte del Po ed inoltre quello che scrive in questa lettera al primo Ministro Giuseppe Conte è piena di verità di chi vive in questi piccoli borghi nebbiosi e afosi sulle rive del fiume.

Tutto sommato noi piacentini un Eremita del Po lo abbiamo, c’era secoli fa infatti, vivente nella terra di Calendasco, anch’essa terra di fiume, l’incendiario e santo Corrado dei Confalonieri che avrà anch’egli senza dubbio amato questi spazi padani con il fiume che ne faceva da collana al suo feudo.

Scrive il moderno Eremita del Po “Spesso parlo da solo, oppure con i pioppi o le poiane, ultimamente anche con un picchio rosso e un pettirosso. Non creo contagi né situazioni di rischio, proprio perché mi muovo da solo”.

Insomma una lettera scritta da uno che ha compreso l’anima dei luoghi e ne sa rispettare e riconoscere il valore e ne esprime con toni molto umani valori, desideri e speranze.

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E AL MINISTRO DELLA SALUTE

Egregio Signor Presidente ed Illustre Signor Ministro,

sono consapevole del fatto che queste mie righe, con ogni probabilità, mai saranno degne di lettura né men che meno di considerazione. Chi vi scrive è il classico “signor nessuno”, non rappresento nulla se non me stesso, non appartengo a movimenti politici, né a partiti, e me ne guardo bene. Ho imparato, da tempo, a diffidare della politica e dei suoi rappresentanti, dell’una e dell’altra parte. Sono nato, cresciuto e tuttora vivo un piccolo paese di campagna: un gruppo di case attorno a un campanile, il classico borgo abitato da “quattro gatti” come si dice da queste parti. Qualche anno fa sono pure riusciti a fonderci col Comune vicino, così almeno siamo arrivati a contare tremila abitanti: compresi, così sembra, cani, gatti e maiali. Siamo bagnati dal più importante fiume italiano e famosi per la produzione di un salume il cui nome, ad alcuni, potrebbe sembrare irriverente, ma alla fine tutti ne riconoscono la bontà.

D’estate abbiamo l’afa e le zanzare a farci compagnia; d’inverno ci pensano invece il gelo e la nebbia. Quest’ultima abbiamo anche imparato ad utilizzarla per la migliore qualità del nostro prodotto. Siamo un paese di gente laboriosa e tenace, spesso sanguigna. Del resto, da queste parti, Giovannino Guareschi si è ispirato per narrarci le vicende di Don Camillo e Peppone. Anche lo scrittore italiano più tradotto al mondo, nato proprio, guarda caso, da queste parti (dove ora riposa) si è lasciato affascinare dalla capacità che hanno, le persone di villaggi lambiti dal fiume, di sapersi adoperare concretamente, sempre coi fatti (e ben poco con le parole) per il bene comune, anche quando le idee sono opposte.

Siamo brava gente, abituati a rimboccarci le maniche, sempre e comunque: anche quando il Grande fiume decide di farci visita, direttamente nelle nostre case s’intende. Da queste parti gli assembramenti non sono mai stati di moda; della movida molti non conoscono nemmeno il significato. Forse siamo rimasti un po’ indietro, ma stiamo bene lo stesso. Da sempre, d’inverno, quando cala il sole e si fanno largo la nebbia e il gelo, il “coprifuoco” (che brutta parola, che rimanda a tempi cupi della nostra storia) inizia molto prima delle 22: non abbiamo bisogno di governi, o di scienziati, che ce lo dicano.

Non so dove siete nati e cresciuti, so che basterebbe una breve ricerca sul web per saperlo, ma non è importante. Sono certo del fatto che la vita di campagna non la conoscete e non sareste nemmeno in grado di sopportarla per un giorno. Per molti non è facile vivere qui, in mezzo a quattro gatti, e dove secondo molti non c’è nulla. Io, qui, invece ho il mio tutto e non lo cambierei per niente e nessuno al mondo.

La pandemia che ci ha colpiti è una tragedia immane, un fatto storico gravissimo: chissà come e quando ne usciremo. Senza offesa, e senza polemica, mi fa un po’ specie che si pensi di affrontare una pandemia a suon di monopattini, banchi a rotelle, bonus bicicletta e bonus vacanze (salvo poi accusare i vostri connazionali di essere stati degli irresponsabili per essere andati in vacanza).

Avete mai pensato al fatto che, un modesto beneficio, sarebbe potuto arrivare proprio dai borghi di campagna e di montagna? Vi chiederete come. Ad esempio sollecitando i proprietari di case sfitte e isolate (ovviamente abitabili, in buono stato generale e dotate di servizi) a mettere a disposizione le loro stesse proprietà, gratuitamente, per un tempo di sei mesi a favore di coloro che vivono in città e che intendono momentaneamente allontanarsi dai luoghi in cui i contagi, per ovvi motivi, sono maggiori. Trascorsi i sei mesi, a loro discrezione, avrebbero potuto poi eventualmente esercitare un diritto di prelazione sull’acquisto del luogo. Certo non sarebbe stata una trovata risolutiva, ma avrebbe potuto fare la sua parte: più dei monopattini e più dei banchi con le rotelle.

Avete mai pensato al fatto che, in piccoli borghi come questi, non ha senso applicare le stesse regole dei grandi centri? Per le località con meno di 5mila abitanti sarebbe bastata, e basterebbe tuttora, una piccola deroga sulle aperture di bar, osterie e ristoranti, per mantenere quel minimo di ossigeno e preservare qualche posto di lavoro. Roba da poco, lo so, ma tutto aiuta.

Di questo passo i piccoli centri non avranno un futuro, saranno i primi a morire e tante serrande, oggi abbassate, non si alzeranno più. Bastava davvero poco, bastava pensare, sarebbe stata sufficiente un po’ di buona volontà e più capacità d’ascolto: proprio come sapevano fare Don Camillo e Peppone.

Io mi definisco un camminatore solitario, un eremita del Po, Mi basta muovermi all’ombra dei nostri pioppeti, a fianco del nostro fiume. Lo faccio da solo, sempre, perché sono un matto che ama fermarsi di fronte alle case coloniche abbandonate, ai vecchi muri sgretolati o alle finestre sgangherate pensando alla nostra gente, a coloro che con tanto sudore e sforzo hanno costruito il nostro presente e il nostro futuro. Spesso parlo da solo, oppure con i pioppi o le poiane, ultimamente anche con un picchio rosso e un pettirosso. Non creo contagi né situazioni di rischio, proprio perché mi muovo da solo. Continuerò a camminare, se Dio vorrà, che ci sia il sole o la nebbia, l’afa o il gelo, valicando, certo, anche i confini comunali, provinciali e regionali, perché da solo non commetto colpa alcuna: almeno questo, accanto al mio fiume, mi sia concesso.

Cordialmente

L’Eremita del Po.

Parole che si commentano da sole e che ci immergono ancora più dentro al sapore nostrano che la terra e la gente cresciuta nella Bassa piacentina ha dentro al proprio essere e che l’Eremita del Po ci ha messo lì in bella mostra, a elogio della vita quieta e sobria che la campagna ci dona.

di Umberto Battini

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