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Lunedì, 17 Gennaio 2022
Attualità

L’epidemia di colera del 1973 e gli effetti nella nostra città

Sono passati quasi cinquant’anni dalla brutta epidemia colerica che toccò la Campania. Non poco fu il panico scatenato in tutta la penisola, compresa Piacenza

Dopo quasi due anni vissuti tra Covid-19 e vaccinazioni ripercorriamo il tragico evento del 1973 e vediamo quello che la cronaca raccontò su come lo vissero i piacentini. Sono passati quasi cinquant’anni dalla brutta epidemia colerica che toccò la Campania e tutto cominciò dai contagiati della città di Napoli (venne individuata la causa nelle cozze e si diede la colpa al fatto dei rifiuti mal raccolti sotto al sole cocente) e l’infettiva malattia si diffuse lievemente anche in Puglia e Sardegna, non poco fu il panico scatenato in tutta la penisola e Piacenza non fu da meno.

Nonostante il territorio piacentino restò immune, si scatenarono anche qui delle vere e proprie fobie tra la gente che crearono ripercussioni sul modo di vivere e anche, pensate un po’, sui consumi alimentari: ripercorriamo quell’evento e vediamo come fu vissuto a Piacenza.

L’epidemia durò poco meno di tre mesi (tra agosto e ottobre) e il vibrione colerico contagiò tanta gente e causò al sud quasi trecento morti: nelle aree compromesse vennero vaccinate con due dosi tutte le persone ma anche nel resto d’Italia (nord e centro) sebbene non obbligatoriamente, si ricorse alla vaccinazione preventiva contro il morbo colerico ma solo per alcune categorie di persone.

Ovviamente ogni epidemia e quindi anche il colera si combatte con una grande igiene e pulizia: a Piacenza il dibattito in quel settembre del 1973 fu politicamente molto acceso, l’epidemia di colera del sud Italia aveva dato modo di discutere di temi importanti anche qui e si parlò di maggior cura di servizi igienici pubblici, del fatto non irrilevante di alcune fognature la cui sporcizia a cielo aperto avrebbe potuto esser causa di infezioni e si trattò per l’ennesima volta del problema degli scarichi in Po non depurati.

Anche se all’ospedale di Piacenza non ci furono ricoveri sospetti, il sindaco cittadino in accordo con l’Ufficio sanitario vietò i bagni in Trebbia e a Po proprio per il fatto che vi defluivano scarichi fognari non depurati, oltre al divieto assoluto di vendere mitili, cozze e vongole (dai quali era partito il morbo e divieto tra l’altro entrato in vigore in tutta Italia). Su ordine del comune si mandarono squadre a disinfettare i magazzini ortofrutticoli, dove arrivavano camion carichi dal sud e fu ordinata la disinfezione dei bagni pubblici, dei locali per la raccolta dei rifiuti di condomini e mense e con uno speciale grande spruzzatore caricato su di un camion si passò in alcune strade periferiche della città dove purtroppo qualcuno tendeva ad abbandonare immondizia prontamente rimossa.

A Piacenza non vennero giustamente risparmiate nemmeno le caserme, a quel tempo super affollate di militari, essendo la leva obbligatoria, e si fece un’ampia e continua opera di disinfezione. Il vaccino purtroppo era scarso e qui ne arrivarono poche dosi utilizzate solo per medici, infermieri e personale sanitario e per coloro che avessero dovuto recarsi in aree del sud per motivi di lavoro, addirittura dal Comune si attivarono in modo autonomo e furono comprati vaccini direttamente in Svizzera. I piacentini vennero informati che comunque la vaccinazione “oltre a non esser obbligatoria neanche era consigliata a causa di effetti collaterali” come dichiarava il dottore dell’Ufficio sanitario di via San Marco, e si invitava la popolazione a seguire buone pratiche di igiene ma anche “di non farsi prendere dal panico in caso di mal di pancia ma è certo meglio cento controlli a vuoto che un solo caso trascurato” perché la situazione in città e provincia era assolutamente sotto controllo e non destava nessun allarme: fatto sta che come leggiamo dai titoli di quei giorni, la psicosi da colera anche tra i piacentini si faceva sentire eccome e al pronto soccorso si presentavano tutti coloro che avevano anche solo lievi dolori al ventre.

Sempre con una ordinanza il sindaco di Piacenza (ma anche altrove gli altri sindaci locali) proibì dai menù dei ristoranti l’uso di tutte le verdure crude, quali ad esempio insalate e peperoni mentre erano ammesse quelle cotte e le massaie che disponevano di un orto sotto casa potevano farne uso anche a crudo dopo un energico lavaggio, e si potevano mangiare ad esempio pomodori dei nostri campi e uva nostrana dei nostri vigneti collinari. Intanto a Napoli, con decine di infetti, e nelle zone del sud colpite si iniziava a praticare la seconda dose di vaccino da fare entro un mese dalla prima e si sospendeva ovviamente la grande festa del 19 e 20 settembre dedicata a San Gennaro.

A Piacenza le pescherie, dato il divieto di vender molluschi, erano deserte ed in crisi, non veniva più consumato neanche il pesce d’acqua dolce escluso dal bando quale poteva essere quello nostrano di Trebbia e Po, mentre le vendite di limoni erano raddoppiate: infatti veniva consigliato tramite articoli di giornale e la televisione, dalle autorità mediche nazionali l’uso di bevande a base di succo di limone come “disinfettante” efficace ed i piacentini fecero fare “un’impennata alle vendite di agrumi” con conseguente forte aumento del prezzo, sui banchi del mercato e nelle botteghe di verdura c’erano montagne di limoni richiestissimi.

Finalmente il colera venne domato, da Napoli e dal Ministero della Sanità giungevano notizie confortanti, l’allarme era passato, e dopo oltre due buoni mesi a Piacenza e nella provincia venne ritirata l’ordinanza per il divieto di consumo di ortaggi e verdure crude nei pubblici esercizi. Per magia “ricompare l’insalata nei menù dei ristoranti anche se i clienti si erano ormai abituati alla verdura cotta” così come anche tutti gli altri divieti furono aboliti ma di certo ormai essendo l’inizio di novembre nessuno avrebbe mai pensato di far un tuffo nel fiume Trebbia o ancor meno in Po.

Questa la cronaca in sintesi di come venne vissuto quel tragico evento qui nel piacentino, dove per un breve tempo si consumavano solo morbide verdure lesse e dove si preferì servire quasi in ogni dove invece dello spumeggiante “scodellino” di vino gutturnio, una semplice e salutare spremuta di limoni, quasi una cosa da non credere.

Umberto Battini

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