L’incredibile racconto del Dopo Natale

…A mezzanotte i nati sarebbero stati due: il Bambino e un micino trovatello. Un’adorabili bugia ben raccontata

Dentro il pavesiano mestiere di vivere c’è il mestiere d’invecchiare, che comporta il compito – imposto dal gioco dei ruoli – di raccontare fole ai giovani. Le quali fole devono essere per forza folleggianti, sennò che fole sarebbero. Fole su cui sarei felice se William Xerra imprimesse a fuoco il suo marchio di “Mente”, sicché sarebbe chiaro che tali storie non hanno nulla da spartire con tutte le altre.

         Adorabili bugie, che se non sono per niente vere, almeno sono bene raccontate. Come quelle che ora in questo Dopo Natale vanno di bocca in bocca per i bricchi dell’Alta Valluretta, dove ogni pieve è diventata un presepe. Questa chiacchiera – secondo cui i neonati lassù nella famosa mezzanotte sarebbero stati due: il Bambino e un micino trovatello e affamato - l’hanno portata giù dai groppi le donne dell’alta valle al mercato del giovedì di Agazzano e fatta passare fra le altre chiacchiere che si fanno attorno ai banchi e ai tavolini dei caffè.

         Giuseppe, Maria e l’asino sono già passati all’osteria, ma, come vuole la tradizione, per loro non c’è posto. Ma il bello viene a mezzanotte, quando il  campanaro, che è anche il patrono, Sant’Eustachio in persona, attacca a suonare a festa, ma le campane se ne stanno zitte, perché i ghiri s’erano mangiati metri di corda e le civette s’erano fatte il nido sotto i batacchi.

         Che figura! Che magra accoglienza al regale nascituro! Ma meglio così, perché nel silenzio della mezzanotte si udì più netto il primo vagito, un fievole mite festoso ué… uéé… uééé… L’inizio del grande inno del Natale. E mentre il piccolino viene adagiato nella travisa, cominciano ad arrivare in visita, secondo la tradizione – ah, la bella tradizione! - le razdure del posto, chi porta un buon brodo di pollo, chi dei bei cosciotti d’anatra arrosto che qui sono speciali, chi uova per la frittata o la bortellina, e i razdur non si fanno pregare con dei mezzi litri di rosso, di quelli che alle mammine fanno buon latte.

         Ad un certo momento all’ué ué del Bambinello si mischia il miao miao di un gattino. Ed ecco che si vede venire, attirato fin lì dal profumo della poppata, un  micino così piccolo che ancora non ci vede, orfano, affamato e miagolante. Piange,  e allora Maria accosta il trovatello al seno ben gonfio, e il furbetto non perde un istante ad attaccarsi e cominciare a tettare ad occhi chiusi premendo teneramente con le zampine per fare meglio.

         Adesso è anche lui nella mangiatoia del presepio vicino a Gesù, tutt’e due odorosi di latte, tutt’e due con una buffa gocciolina bianca sul rosa delle labbruzze, profumati non di panettone ma di neonato e di Natale ed anche di vita e di primavera come dei freschi mazzolini di fiori. Due fratellini di latte, due bei rattein, e non si offendano se chiamo così un gatto senza nome e un bimbo di nome Gesù, uno col suo primo sorriso e un visino di neve fresca, l’altro sazio e beato, con gli occhietti aperti sul prodigio del mondo.

         La Maria vede, ma non si stupisce. Vede anche Santa Apollonia, la patronessa, e subito corre nel Paradiso dei pittori a chiamare Leonardo perché venga a dipingere il quadro della Madonna col gatto. Leonardo viene in fretta e dipinge. E dal dipinto ancora fresco di colori tutti possono vedere bene.

         Vedete anche voi? Il micio ha di suo un occhio bruno, naturale, terrestre, ma l’altro ha preso con la poppata l’azzurro celeste della Madre di Dio.

         Non chiamatelo miracolo. Sono solo storie che si raccontano al mercato del giovedì, fole incredibili, quindi da non credere una parola. In compenso, cari lettori, potrete continuare tranquillamente a credere agli orari ferroviari e alle promesse elettorali.  

        

Nella immagine: Madonna del gatto; autore  Leonardo da Vinci, 1480-1481; Dimensioni         28,1×19,9 cm tecnica inchiostro e bistro su carta, British Museum, Londra.

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