La buona sorte ha accomunato le chiese di Negri di Bramaiano e di Santa Maria del Monte

Due edifici religiosi conservati con cura e dedizione. La prima è sotto la protezione del pittore Bruno Grassi, la seconda della Banca di Piacenza

FOTO DI ORESTE GRANA

Dopo la salita al Pordenone, per l’avv. Corrado Sforza Fogliani è giunto il momento anche della salita al Grassi, nel villaggetto di Negri, nei pressi di Bramaiano, sulla collina di Bettola, a 414 metri. Lassù fra i boschi e le vecchie case di pietra, Bruno Grassi ha salvato dalla rovina, restaurato e pitturato un’antica chiesetta dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che da tempo il presidente della Banca di Piacenza desiderava visitare. Lo ha fatto in un sotto sera dei primi d’agosto e, quando la gente per lo più si prepara a veder piovere stelle dal cielo, lì nel settecentesco tempietto mariano di Bruno Grassi si poteva aver l’impressione di veder piovere piume d’angeli dalle pareti.

Sforza, accolto da amici ed estimatori, reduce da tante scalate al Paradiso di Pordenone, s’è trovato così immerso nel cielo paradisiaco di Bruno Grassi, pittore nelle cui mani il pennello vola. Ha avuto ammirate parole per il ciclo di dipinti che cinge per intero le pareti e la volta della chiesetta: “bell’esercizio della sua arte pittorica”, ha commentato Sforza; una sorta di Magnificat per immagini alla Madonna, in cui, come ha raccontato a sua volta l’autore, egli ha versato quantità di oro zecchino, ma dove il visitatore vede anche versati capitali di bellezza e di stupore.

In onore di Sforza e di Grassi – il Presidente e l’Artista – nella raccolta navata,   non più grande della casa di Nazareth volata a Loreto, fresca come lo sgorgo d’una sorgente, dentro la scenografica circolarità dei dipinti, è seguito poi, di fronte ad un attentissimo uditorio, il recital “Senti chi parla”, lettura teatrale d’un racconto di Umberto Fava ispirato a Santa Maria del Monte, il millenario santuario dedicato a Maria Nascente e legato dalla notte dei tempi alla danza nuziale delle formiche alate.

Così, grazie ad un ben intonato terzetto di voci recitanti – due attori di vaglia come Carolina Migli e Nando Rabaglia, più la tredicenne freschezza di Esmeralda Righi - gli ascoltatori sono stati trasportati in volo con la mente e la fantasia da una valle all’altra, dalla Madonna del Buon Consiglio in Valnure così magnificamente   dipinta da Grassi, a Santa Maria del Monte in Valtidone così amorevolmente portata sul palmo di mano dalla Banca di Piacenza e dal suo presidente Sforza in particolare. E’ la chiesetta della Madonna della Vita (la Madonna dil furmigal, come la chiama Fava nella sua narrazione), sulle colline del nuovo Comune di Alta Val Tidone, fra Trevozzo e Tassara, in vetta ad un balcone panoramico che spazia dalla valle del Tidone all’Oltrepò Pavese. Come ben sa Giovanni Dotti, assessore alla cultura del nuovo Comune altovaltidonese, che come collaboratore in quegli anni di Libertà seguì con Umberto Fava le prime storiche edizioni del Premio Solidarietà per la vita che si celebra da 28 anni lassù al santuario sotto la protezione sia della Madonna che di Sforza.

L’ospite nella cappelletta di Bruno Grassi ha osservato che sia la Madonna del Buon Consiglio sia Santa Maria del Monte hanno avuto una medesima buona sorte: quella d’essere state strappate alla rovina. La prima sorta nel 1775 in un territorio su cui esercitavano i loro diritti feudali i Nicelli, i quali avevano istituito il Capitano del divieto, quello che dice i no, un po’ come quelli, ha commentato sorridente Sforza, che si sarà sentito dire Grassi nella sua opera di salvataggio della chiesetta, salvata da un artista che conosce il senso culturale e religioso della tradizione d’una terra che è la propria terra natale; la  seconda restaurata, riaperta e restituita al culto nel 1990 da una Banca, quella di Piacenza, che ha il culto del bello e del buono della propria terra, e che è orgoglio e  difesa dei valori della storia e della gente che sono la propria gente e la propria storia.

La Madonna del Monte è la protagonista del racconto di Fava, “Senti chi parla”. A parlare risulterà essere proprio lei, una Madonna che diversamente dalle altre parla poco, e quel poco che dice, lo dice in piasintein, con parole che impara   dalle furmigal con le ali che raccolgono ovunque briciole di pane e brisal di dialetto.

A ciascuno dei tre interpreti della storia Bruno Grassi ha fatto omaggio di un acquerello appositamente e diversamente dipinto per loro e per l’occasione: alla giovanissima Esmeralda, alla Migli attrice e regista del gruppo teatrale “Chez Actors” di recente in scena col “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, e Rabaglia che a marzo nell’antico Refettorio del convento dei frati di Santa Maria di Campagna, in uno dei primi eventi collaterali alla Salita al Pordenone, ha interpretato, in una versione ridotta, la narrazione di Fava “Pordenone, scalata al cielo” (diventata poi, nella sua versione integrale, il volumetto di cento pagine – casualmente come i cento gradini per l’ascesa alla cupola del Pordenone – uscito con l’angelica copertina di Bruno Grassi: angelica per via dell’angela col rondone che le cerca un nido in grembo). Rabaglia e la Migli insieme erano stati protagonisti a luglio sul sagrato della basilica di Santa Maria di Campagna di una serata (anch’essa nel ciclo degli eventi collaterali, il 72°, alla Salita) di letture teatrali su “Pordenone: domande, dubbi e misteri”, con accompagnamento musicale alla chitarra classica di Antonio Amodeo.

Infine, ricollegandosi al gioco e allo spirito del dialetto che animavano il racconto di Fava, affettuosa ed anche divertita apologia della nostra parlata popolare, Sforza ha sintetizzato in tre battute dialettali cos’è un marito secondo le mogli piacentine nelle tre stagioni della vita: “al me om” quando si sposano, “to pèr” quando hanno i figli, e finale in bellezza quando il marì diventa un semplice “la lϋ”...      

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