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«La comodità toglie tante possibilità, ho scelto di riabitare un paese selvaggio come Zerba»

Il regista romano Pierpaolo Verdecchi da quasi tre anni si è trasferito a vivere a Zerba. «Un peccato aver rinnegato la cultura agropastorale della montagna, spazzata via dall’emigrazione verso le città». Ha girato dei mini-documentari in cui racconta la Val Boreca

Il regista Pierpaolo Verdecchi

Non solo ha scelto di vivere nell’Appennino, ma tra tutti i paesi si è lasciato conquistare da quello più sperduto e meno abitato: Zerba. Il registra Pierpaolo Verdecchi, 44enne, è nato a Roma, ma da qualche tempo si è trasferito in Val Boreca. «Terminata la scuola sono andato a vivere in Etruria – racconta lui stesso - nella Tuscia, dove sono stato fino a otto-nove anni fa. Non la considero più una zona rurale, l’ambiente naturale è stato molto trasformato, sfruttato. Nei decenni questi territori sono stati un po’ maltrattati».

Poi ha girato molto negli anni successivi per realizzare un film a cui teneva particolarmente (“Babylonia mon Amour”, uscito nel 2017). «Dopo quest’esperienza – prosegue - cercavo un posto nuovo dove ricominciare da zero. Non mi andava di tornare dalle mie parti, l’Appennino mi ha sempre affascinato, volevo individuare una zona di montagna dove abitare e realizzare, oltre ai miei progetti culturali, anche qualcosa legato all’agricoltura». La scelta ricade su Zerba, il più piccolo comune emiliano-romagnolo, nella Val Boreca, al confine con il territorio pavese e genovese. Il regista prima si trasferisce a Cerreto, poi prende una casa in affitto nel capoluogo Zerba.

«Vivo qui da quasi tre anni, mi sembrava una risorsa e non un problema stare in un posto dove, essendoci poco, tutto è da rifare». Da romano come hai scoperto questa valle? «Ho girato per mesi con un furgone, soprattutto l’Appennino ligure, per trovare il luogo giusto. Non volevo stare lontano da Genova, cercavo un posto nel suoZerba-4 entroterra». Perché Zerba e non Bobbio allora, per fare un esempio di un comune della Valtrebbia maggiormente collegato e dotato di servizi? «Bobbio no! Sono convinto della scelta che ho fatto. Non ho deciso guardando ai servizi e alle comodità. Mi ha attirato proprio questa esperienza radicale, che però non oserei definire estrema. Ero indeciso tra Zeri, località dell’Appennino Tosco-Emiliano (provincia di Massa Carrara) e Zerba, ma la seconda mi ha convinto maggiormente».

Quando gli amici ti vengono a trovare rimangono sorpresi? «Non tanto, sanno come sono fatto, hanno apprezzato il luogo selvaggio e la scelta di riabitare un paese. Purtroppo gli anziani che vivono l’Appennino se ne stanno andando e con loro se ne va anche l’idea di montagna che avevano». «La cultura cittadina, egemone – incalza il regista - è arrivata ovunque e ha cambiato la vita delle persone. Che montagna vogliamo far sopravvivere? Non può essere un luogo che esiste solo nel fine settimana quando milanesi e genovesi frequentano gli agriturismi e i ristoranti della zona. O basato su quelli che aprono la seconda casa la domenica, per un giorno di relax. Il “mordi e fuggi” non costruisce niente».

Cosa ti manca da queste parti? «Non sento mancanze. Forse l’unica cosa è il fatto che non vi sono eventi culturali come i concerti. Sarebbe bello trasferire l’arte e la cultura di qualità dai centri urbani a questi posti per avvicinare meglio le persone». Verdecchi, intanto, in Val Boreca si è rimboccato le maniche. «Ho posizionato alcune piante di frutti di bosco. Cercavo anche qualcosa che mi attivasse nel settore agricolo. Così ho lamponi, ribes e mirtilli. È una cosa piccola, però ho la Partita Iva e vendo ad alcune attività locali e del genovese».

In questi giorni sta uscendo una campagna pubblicitaria – la collana di episodi s’intitola “From Zerba with love" - del gruppo assicurativPierpaolo Verdecchi-3o “Allianz-Assistance” che vede il regista impegnato proprio nella sua valle adottiva. Sono mini documentari d’autore – sono già usciti i primi tre episodi - sulle persone che vivono qui. «È la prima volta che accetto un lavoro da strutture pubblicitarie. In questo caso mi sembrava una cosa diversa dal solito. Era giusto raccontare queste zone, ci avevo già pensato prima che mi cercassero».

Cosa è emerso da queste riprese? «Bisognerebbe sviluppare ancora di più il discorso – risponde il regista - riflettendo su cosa ci ha allontanato così tanto dalla cultura agro-pastorale di queste montagne. È rimasto pochissimo di quel “mondo”. Nel passaggio tra le generazioni si è rinnegata questa cultura, che è stata spazzata via. Vorrei ripercorrere quei fili che ci portano fino ai tempi più antichi».

Il 2020, che ci ha costretti a lungo chiusi nelle nostre abitazioni, ha fatto riflettere tante persone. «In qualche modo - annota il 44enne - c’è già una “risalita in montagna” da parte di chi sente un forte bisogno di spazi. Però non si può pensare di venire ad abitare a Zerba e riprodurre gli stessi meccanismi di comportamento che si hanno in un centro popoloso». Verdecchi non ce l’ha con le città. «Genova la frequento spesso, ad esempio. Ha conservato aspetti che altre realtà hanno perso. A Piacenza, invece, non vengo mai». La riflessione si allarga. «La comodità ti toglie tante cose, io non sono fatto per vivere in un condominio in città, ne soffrirei. Avere tutto a portata di mano, facilmente, ti porta a fare il meno possibile. Non ti accorgi che tante cose potresti metterlo in atto tu, con le tue mani, impegnandoti. Soprattutto mi riferisco ai più giovani, schiavi del cellulare, delle comodità e vittime del nichilismo».

Vedere abbandonato l’Appennino fa male. «Però non voglio criticare nessuno. Capisco le ragioni di chi ha lasciato la montagna per cercare un lavoro migliore e una vita più agevole. Dico solo che, il racconto che è stato diffuso alcuni decenni fa, “pro urbanizzazione”, non era del tutto vero. C’è stata una sbronza collettiva con il boom economico e la civiltà dei consumi. Il suggerimento proposto era: l’unica strada percorribile è trasferirsi in città, dove c’è tutto, anche un bel lavoro e un posto felice dove stare. Ora vediamo e subiamo le crepe e gli effetti, sia in città che a Zerba, di questo ragionamento».

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