La vicenda di Sara e Irene, Arcigay: «Ingiusto il pagamento di 10mila euro di spese legali al Comune»

Arcigay: «Invitiamo il comune a rinunciare a questo pagamento, ma sia ben chiaro che noi continueremo a sostenere la battaglie delle due famiglie per il riconoscimento dei loro figli e non molleremo mai»

Sara Dallabora e Irene Ferramondo (foto Facebook)

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche della sentenza di appello contro due famiglie arcobaleno a Piacenza, una composta da Martina e Claudia, l'altra da Sara Dallabora e Irene Ferramondo, il figlio Alessio e la figlia Ilaria, di 2 e 4 anni. Diversamente da moltissimi altri comuni (Bologna, Torino, Milano ma anche centri più piccoli come Santarcangelo di Romagna), il comune di Piacenza non solo ha respinto la richiesta di riconoscimento ma non si è mai nemmeno degnato di incontrare le due famiglie, perciò negli ultimi due anni queste hanno cercato attraverso i tribunali di far riconoscere legalmente il loro status di famiglia. La richiesta è naturale e anche legittima perché ormai sono molte decine le sentenze analoghe avvenute in tutto il territorio italiano. In questo caso però la Corte non solo ha respinto l'appello ma ha applicato un provvedimento senza precedenti e assurdamente punitivo nei confronti delle due famiglie, condannandole a pagare 10mila euro in spese legali.

"Sono risorse che le famiglie di Martina e Claudia, di Sara e Irene, avrebbero impiegato per la cura e la tutela dei loro figli e figlie" – dichiara Davide Bastoni presidente di Arcigay Piacenza – "cosa che ora sarà certamente più difficoltosa. Il comune di Piacenza sostiene l'UNICEF, la quale tra l'altro si è espressa pienamente a favore delle famiglie omogenitoriali, ed è assurdo che tratti in modi diversi bambini e bambine discriminando sulla base delle loro famiglie. Invitiamo il comune a rinunciare a questo pagamento, ma sia ben chiaro che noi continueremo a sostenere la battaglie delle due famiglie per il riconoscimento dei loro figli e non molleremo mai".

"Come dire: se cercate di far valere i vostri diritti non solo li vedrete negati, ma dovrete pagare caro anche solo il tentativo." – dichiara Marco Tonti coordinatore regionale di Arcigay – "In un momento in cui si combatte per una legge antidiscriminatoria che tuteli le persone LGBT+, assistiamo sconcertati all'atto punitivo di un potere dello Stato che va in direzione radicalmente contraria e ci chiediamo amaramente, ancora una volta, che tutela e che rispetto possiamo avere in questo Paese come persone e famiglie LGBT+." Con grande dignità Sara e Irene hanno annunciato che rispetteranno questa sentenza, una dignità e un rispetto da cui molti dovrebbero prendere esempio. 

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IL LUNGO POST DI SARA DALLABORA SU FACEBOOK - Non sono solita mettere in bella mostra i nostri figli, ma questa battaglia persa sarà un segno indelebile sulla loro candida pelle bianca.
Tutto cominciò due anni fa, quando in tantissimi Comuni d'Italia si trascrissero per la prima volta atti di nascita con due mamme. In attesa del secondo figlio, io e Irene, tentammo una mediazione informale dapprima e poi formalmente dopo, con il comune di Piacenza. Purtroppo fu tutto inutile, per loro non era legale (e politicamente inaccettabile, tra le righe) la trascrizione dell'atto con due mamme per Ilaria, né l'annotazione sull'atto di nascita del primogenito Alessio.
Così noi e altre due mamme decidemmo di intraprendere la via del tribunale. In fondo il vento era favorevole e tantissimi tribunali stavano cominciando a dare legittimità alle nostre famiglie.
Ma il tribunale di Piacenza non fu di questo avviso. Sostenuto da un secco no del prefetto, decise di concordare con il comune. Andammo in corte d'appello, purtroppo in pieno covid. Il comune di piacenza decise di non presentarsi, ma la corte trattò ugualmente la causa. Dopo soli 20 giorni la risposta, ancora in pieno covid.
Una risposta dura, rigida, pesante, una coltellata al petto data senza pensare minimamente che in questa emergenza mondiale anche noi potessimo essere morte, senza sapere se stessimo bene o meno, se avessimo ancora un lavoro, se avessimo avuto lutti in famiglia. I giudici della corte di appello non solo decisero di delegittimare completamente la nostra famiglia ritenendo fosse una richiesta assurda, ma ci "punirono" addebitando alle due famiglie circa 10.000 euro cadauna di rimborso al comune di Piacenza per le spese legali. È la prima volta in Italia che accade per questo tipo di cause. Rimborso al comune di Piacenza che ha una propria avvocatura e che quindi suppongo abbia speso ben meno di 10.000 euro per la causa. Ci hanno addebitato le spese legali applicando la tabella tariffaria più alta possibile per un tribunale. Come fossimo criminali. In pieno covid. Ora mi appello al buonsenso della gente.
Ci rendiamo conto di cosa siano 10.000 euro per una famiglia, da rimborsare ad un comune per non aver fatto nulla? per aver chiesto diritti? In tutto ciò il comune di Piacenza ci ha prontamente richiesto i soldi, perché alle famiglie arcobaleno il covid fa un baffo. Perché avremmo voluto prendere una casa più grande, ma dobbiamo buttare via i soldi per pagare questo scotto. Perché per pagare abbiamo dovuto vendere la macchina grande per prenderne una più piccola. Perché ancora una volta per la legge siamo fantasmi e per lo Stato siamo tutt'altro che famiglia.
Ah scusate però il comune di Piacenza ci ha concesso di rateizzare. Grazie, bella idea.
Abbiamo chiesto di parlare con il sindaco, ma no, non ci è concesso. Noi pagheremo perché non siamo criminali e non andiamo contro la legge, ma voi dormite tranquilli la notte sapendo cosa state togliendo a due bambini? Diritti e tranquillità economica. Senza contare che sarebbe bastato vivere a Crema o a Parma per vedersi concessi tutti i diritti senza alcuna spesa, senza tribunale. Grazie Italia, grazie corte d'appello, grazie comune di Piacenza.
Figli senza diritti e ora anche di serie C perché anche tra famiglie arcobaleno ci sono differenze, chi ha due mamme solo nel cuore e chi anche sulla carta. Guardateli bene in faccia i nostri figli e ditemi ancora che pensate sia giusto quello che state facendo.

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