Martedì, 21 Settembre 2021
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Le sagrestie, custodi della storia della nostra città: le visite guidate della Banca di Piacenza

Al termine di entrambi i percorsi i partecipanti hanno ricevuto in  dono il volume “Le sagrestie piacentine - Racconto per immagini”, edito dalla Banca

«Le sagrestie non sono semplici luoghi dove vengono riposti paramenti e vestiari utilizzati per le funzioni religiose, ma sono spazi sacri che fanno parte dell’edificio di culto, con una  loro ritualità. Non solo, approfondendo le loro origini possiamo scandagliare aspetti  particolari della storia di Piacenza».

Questo quanto emerso dalla visita guidata alle sagrestie delle più antiche chiese della città,  promossa dalla Banca di Piacenza e condotta dall’architetto Manrico Bissi: visto il nutrito  numero di adesioni (i posti disponibili si sono esauriti in poche ore), è stata organizzata una  seconda edizione del tour. Al termine di entrambi i percorsi i partecipanti hanno ricevuto in  dono il volume “Le sagrestie piacentine - Racconto per immagini”, edito dalla Banca.  Prima tappa della prima visita San Giorgino, dotata - ha spiegato l’arch. Bissi - di una  sagrestia monumentale, costruita agli inizi del 1700 e facente parte di una chiesa (di origini  medievali, più volte ricostruita fino alla versione attuale risalente al 1645) sede della  Confraternita della Beata Vergine del Suffragio. Anticamente reggevano l’edificio di culto i  Disciplinati di San Giorgio, di cui facevano parte i rappresentanti delle famiglie che  abitavano in via Sopramuro, di origini liguri ed estrazione mercantile. Un retaggio di questo  passato lo si trova nei dipinti e nelle statue presenti in sagrestia che raffigurano santi  venerati in Liguria, come appunto San Giorgio e Santa Lucia. Il priore della Confraternita  della Beata Vergine del Suffragio Carlo Emanuele Manfredi ha spiegato ai visitatori il  significato della loro missione - quella di pregare per le anime del Purgatorio per  accelerarne il passaggio al Paradiso - e ricordato come quella di San Giorgino sia l’unica  chiesa a Piacenza autorizzata a celebrare la messa in latino, secondo l’antico rito.  Nella Basilica di Sant’Antonino, seconda tappa del percorso, i partecipanti - accolti dal  parroco don Giuseppe Basini - hanno potuto respirare l’importanza dei diversi locali della  sagrestia (di epoca cinquecentesca): un tempo sede del Capitolo di Sant’Antonino, il primo  seme della cultura universitaria piacentina (alla fine del 1248 - ha sottolineato l’arch. Bissi -  nascerà l’Università a Piacenza con l’Arciginnasio Piacentino, con sede in via Chiapponi); e  custode di uno degli archivi più antichi della città, che rappresenta il più ricco corredo di  documenti medievali dell’Alta Italia.  

Anche la sagrestia di Santa Maria di Gariverto, terza tappa del tour, conserva un archivio  storico, con pergamene del XII secolo e bolle papali di Adriano IV. Di dimensioni più  modeste, riflette - ha spiegato l’arch. Bissi - il carattere popolare del quartiere, anche se  quando nacque la parrocchia - che porta il nome del nobiluomo che la fondò - era “ricca”  grazie alla presenza del porto, che garantiva commercio, dazi e posti di lavoro.  Più simile a San Giorgino, come dimensioni e importanza degli arredi, la sagrestia di San  Dalmazio (costruita alla fine del 1600 e decorata ai primi del ‘700), tappa conclusiva del  percorso. Anche in questo caso sede di una Congregazione (dello Spirito Santo, con i ritratti  dei vari priori che si sono succeduti nei secoli appesi alle pareti) che era stata preceduta dai  Disciplinati della Santa Croce. Fuori programma, una breve visita alla cripta romana del  tempio di via Mandelli, antichissima cella del Monastero della Valtolla. 

Oltre che nelle già citate Sant’Antonino e San Dalmazio, la seconda edizione del percorso  ha fatto tappa in San Pietro e in San Paolo.  

La chiesa di San Pietro - ha sottolineato l’arch. Bissi - costituisce un importante esempio di  architettura religiosa piacentina nell’epoca della Controriforma. Venne fondata in epoca  alto-medievale per volontà del vescovo Podone, che vi si fece poi seppellire. La chiesa  attuale è il frutto di una radicale ricostruzione attuata nel 1586 dai Gesuiti, che cercarono di  mantenere i limiti e le fondamenta dell’antica chiesa medievale, ma le sue dimensioni  risultarono troppo piccole: fu quindi necessario costruire nuove sottomurazioni per poter  costruire anche il Presbiterio, la torre campanaria e la sagrestia, i cui volumi furono aggiunti  nel primo ventennio del Seicento.  

La chiesa di San Paolo sorse nel secolo IX nel cuore dell’antico Borgo Corneliano. Le  strutture attuali della chiesa e dei relativi annessi architettonici risalgono alla ricostruzione  compiuta nel 1686, dopo che cinque anni prima l’antico edificio medievale era crollato  completamente. Anche in questo caso pregevole testimonianza dell’architettura piacentina  della Controriforma, il progetto per la ricostruzione di San Paolo venne affidato a Giacomo  degli Agostini.  

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