menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
I relatori

I relatori

Life Biorest: come ripulire i terreni contaminati da petrolio con funghi e batteri

La degradazione del suolo è un problema molto importante nell’Unione Europea, la cui causa principale è l’inquinamento del terreno da parte di metalli pesanti, oli o idrocarburi che rendono inutilizzabili circa 340mila siti in tutta Europa: a tal fine nasce il progetto Life Biorest

La degradazione del suolo è un problema molto importante nell’Unione Europea, la cui causa principale è l’inquinamento del terreno da parte di metalli pesanti, oli o idrocarburi che rendono inutilizzabili circa 340mila siti in tutta Europa. A tal fine è nato il progetto Life Biorest finanziato dalla Commissione Europea con il quale si intende dimostrare l’efficacia di un metodo biologico di riqualificazione di suoli inquinati da idrocarburi e derivati della lavorazione del greggio, che rappresentano in Europa il 45% del totale dei contaminanti.

Nato per approfondire le più moderne tecniche di biorisanamento del suolo applicate presso il sito di Interesse Nazionale ex-Carbochimica di Fidenza con l’obiettivo, mediante un’intensa attività di bonifica, di recuperare un’area di oltre 100mila mq, destinata a potenziare lo sviluppo produttivo della città di Fidenza, il progetto Life Biorest ha coinvolto numerosi enti e Istituzioni tra cui il comune di Fidenza, il Consorzio Italbiotec, e l’Università Cattolica di Piacenza. Edoardo Puglisi ha incontrato, con il preside Marco Trevisan nella sala Piana della Cattolica di Piacenza, gli studenti che hanno partecipato al progetto di Alternanza scuola lavoro “Bonifica biologica di siti contaminati: il progetto europeo Life Biorest, iniziato nel settembre 2017. Sono infatti 60 gli allievi di quinta superiore provenienti da Liceo scientifico Respighi, Istituto tecnico agrario di Piacenza e ISIIS Magnaghi Solari di Fidenza,che sono stati coinvolti in un percorso di seminari e attività di laboratorio, per approfondire  temi legati alla tutela dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile, con particolare riferimento al progetto europeo Life Biorest. Dopo il saluto del Preside Trevisan, il professor Puglisi ha spiegato che questa innovativa metodologia, attua un metodo biologico di biorisanamento basato sull’applicazione di ceppi microbici autoctoni selezionati per la loro alta capacità di degradare gli inquinanti, come idrocarburi e derivati dalla lavorazione del greggio. «La sperimentazione ha prodotto risultati molto interessanti con costi convenienti, sicuramente inferiori ad un trasporto in discarica (con il rischio di esaurirle rapidamente ed ulteriore inquinamento per la movimentazione); il fine è quello di ripristinare le caratteristiche ecologiche dei suoli e contrastare la perdita di fertilità, biodiversità e resilienza, dimostrando la sostenibilità di un modello di città verde e sostenibile. La sfida - ha commentato Puglisi - è quella di un’applicazione su larga scala». Puglisi ha spiegato che si è utilizzata una tecnica avanzata di sequenziamento del Dna microbico che ha studiato l’ecologia dei batteri e dei funghi che hanno imparato a vivere nei terreni del Sin di Fidenza nutrendosi esclusivamente di petrolio. Tramite tecniche di coltivazione di laboratorio sono stati quindi isolati ed identificati più di 300 tra batteri e funghi; tra questi si è poi proceduto in lavori successivi all’identificazione dei più efficaci, la cui è attività è stata studiata in microcosmi, in vaso ed infine in biopila. Attualmente il progetto è nella fase dell’effettivo disinquinamento. Per dare gli inquinanti in pasto ai funghi si costruisce una biopila ovvero una sorta di tunnel alto 3-4 metri e lungo qualche centinaio di metri in cui il suolo viene mischiato con gli organismi deputati alla degradazione. Il tempo di durata della biopila è di tre mesi e quando il ciclo è esaurito il suolo “pulito” viene rimesso al suo posto e si procede con la pulitura di una nuova porzione di terreno.

Una volta rimosso il 90% degli inquinanti, inizierà la fase di rivegetazione con diverse tipologie di piante per capire quali crescono meglio. A loro volta le piante libereranno nel suolo dei nutrienti che favoriranno l’ulteriore degradazione degli inquinanti residui. Questa fase è importante anche dal punto di vista psicologico perché la popolazione vede crescere piante su di un’area che è stata inquinata per molti anni. Quello emiliano infatti è (o meglio era) uno dei siti più contaminati d’Italia. Si tratta di un’area molto grande, con una lunga storia di inquinamento: già prima della Seconda Guerra Mondiale vi erano siti industriali, poi durante il conflitto fu convertita per la produzione di esplosivi. Dopo il conflitto sono state edificate delle aziende attive nell’industria petrolifera e dei fertilizzanti che sono state dismesse negli anni Ottanta. L’investimento complessivo di quasi 1,8 milioni di euro, sostenuto da un contributo europeo di circa 970 mila euro, consente ora di proporre un protocollo di bonifica compatibile con l’uso pubblico del suolo e di esportare in Europa un modello virtuoso e innovativo di Città sostenibile. Conclusa la sperimentazione a Fidenza, il modello verrà replicato a Madrid e Digione.

Ora la sfida più grande è riuscire a individuare funghi e batteri in grado di degradare gli inquinanti di più recente utilizzo. Più soggetti (Università di Torino, Cattolica del S. Cuore, Arpae ecc) stanno lavorando su inquinanti diffusisi più recentemente come gli interferenti endocrini, pesticidi, diserbanti, medicinali, shampoo, detergenti, dopobarba, elasticizzanti. Esistono centinaia di migliaia di sostanze contaminanti che vengono rilasciate nell’ambiente dall’agricoltura, dall’industria e nella nostra quotidianità. Si tratta di molecole che spesso non si riescono ad analizzare, di cui non si conoscono gli effetti tossici, ma con le quali entriamo continuamente in contatto. Domanda: è possibile applicare questo metodo anche nell’area ex Acna di via S. Bartolomeo (angolo via Borghetto)? «Certamente ha risposto il prof. Puglisi, ma bisogna valutare se sono presenti anche metalli». L’Università Cattolica di Piacenza è un punto di riferimento anche per questo tipo di ricerca.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

IlPiacenza è in caricamento