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Giuseppe Vommaro, il Madonnaro di Largo Battisti

Giuseppe Vommaro, il Madonnaro di Largo Battisti

Addio a Pino, il Madonnaro buono di largo Battisti

Giuseppe Vommaro, noto come Pino (per qualcuno anche Gino) si è spento nella sua stanza dentro il convento dei frati di Santa Maria di Campagna. Il ricordo di don Ezio Molinari, parroco di San Francesco e di Dina Rigolli della Caritas

Piacenza piange un altro piccolo pezzo della sua storia di strada, uno dei più noti personaggi folkloristici - e come sempre i più poveri - che vivono in silenzio nella quotidianità in un angolo, ma con tanta dignità. 
Giuseppe Vommaro, il Madonnaro di Largo Battisti, si è spento a 63 anni nella sua stanza dentro il convento dei frati di Santa Maria di Campagna dove viveva da tempo grazie alla generosità di tanti benefattori che gli pagavano vitto e alloggio. La mattina di domenica 26 aprile i volontari della Caritas che gli portavano sempre il pasto lo hanno trovato senza vita. Di recente era stato ricoverato all'ospedale di Castelsangiovanni ma era stato dimesso da qualche giorno con i tamponi negativi. Gli era stato comunque raccomandato di stare in isolamento per un po' di giorni.
Il giornalista Renato Passerini lo aveva intervistato qualche tempo fa per il nostro quotidiano e Pino (o come qualcuno lo chiamava anche Gino) aveva raccontato la sua storia. A questo link potete leggere la sua incredibile vicenda.
Don Ezio Molinari, parroco di San Francesco (che ringraziamo per averci fornito anche qualche immagine) lo ricorda come «una persona buona, benvoluto da tutti in centro. Un uomo che aveva anche una sua sensibilità artistica e che aveva avuto probabilmente la possibilità di studiare un po' di arte perché certe volte mi chiedeva di scaricare da internet le immagini di dipinti famosi che lui conosceva».

Toccante il ricordo che, non senza emozione, racconta Dina Rigolli che si occupa della mensa e del centro di ascolto della Caritas. «Pino era un animo ribelle, ma un uomo profondamente buono e che si preoccupava per gli altri. Si arrabbiava un po' quando lo chiamavano Gino, perché lui era Pino. Con me si era aperto e mi aveva confidato tanto della sua vita passata, dei suoi affetti più cari. Spiace tanto non poterlo salutare per le restrizioni che stiamo vivendo in questo periodo. Lui era uno che si fidava e questa per me è stata la cosa più importante. Aveva un gusto per il bello, per l'arte, e ascoltarlo era piacevole»

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