"Montagna nostra", in edicola il numero di Pasqua. Una luce di speranza e di riferimento per tutta la valle

Al momento non è possibile la spedizione postale agli abbonati

un gruppo di torriesi a Rosario, in Argentina

E’ uscito, rispettando il calendario programmato, il “numero pasquale” del bollettino inter parrocchiale dell’alta Val Nure edito dalla parrocchia di Ferriere e diretto da Paolo Labati. Uno sforzo non indifferente, caratterizzato dal desiderio di offrire alla comunità, ai copertina con santuario del Gratra copia (FILEminimizer)-2ferrieresi, ai villeggianti e agli emigrati momenti di vita sul territorio, momenti di vita dominati da tante “partenze” che il Coronavirus ha mietuto in modo indiscriminato seminando tanta tristezza. Il Bollettino è disponibile presso l’edicola Tabaccheria di Ferriere, mentre è temporaneamente bloccato il recapito postale agli abbonati. In copertina è riportato l’interno del Santuario del Gratra, presso Castelcanafurone, in una immagine scattata da da don Ezio Molinari accompagnata dalla frase:

“Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,

Santa Madre di Dio:

non disprezzare le suppliche

di noi che siamo nella prova,

ma liberaci da ogni pericolo,

o Vergine gloriosa e benedetta”.

Delle numerose “partenze” è ricordata con particolare dolore la scomparsa del Sindaco Giovanni Malchiodi, a soli 61 anni. Nella mattinata del 23 marzo - (impossibile, per le disposizioni vigenti, celebrare un funerale pubblico), quando il feretro ha attraversato il capoluogo per il suo ultimo viaggio, diversi abitanti hanno voluto assistere al passaggio dal balcone, dalla finestra, sulla porta di casa: tutti con le lacrime agli occhi. Un piccolo gesto per ricordare la sua figura e il suo impegno per il territorio. Fra le tante persone scomparse è ricordato anche Celestino Scagnelli, storico sindaco di Bettola e figura cardine per tutta l’alta Valnure. Oltre alla consueta rubrica “Ricordi del passato”, inizia da questo numero un “nuovo” romanzo di Maurizio Caldini: “Buongiorno per tutto il giorno”.

Per ogni parrocchia, anche piccola, è riportata la cronaca dei fatti successi. Per Retorto Selva, il parroco don Roberto Scotti descrive la stupenda esperienza in America del coro Val d’Ongina da lui diretto. Il Bollettino da pure notizia del nuovo medico in servizio da alcuni mesi a Ferriere, la dott.ssa Sara Bottazzi  Laureata in Medicina e Chirurgia all’Università di Parma il 26 ottobre 2012, specializzata in Medicina Generale a Reggio Emilia. Ha lavorato presso l’ospedale di Bobbio, cittadina ove vive con il marito e i suoi due figli. Questi gli orari di ambulatorio nel capoluogo, presso i locali della guardia medica:Sara Bottazzi-2

# Lunedì dalle 9,30 alle 11,30

(solo il 1° lunedì del mese 14,30 - 16,30)

# Martedì dalle 9,30 alle 11,30

# Mercoledì dalle 13,30 alle 15,30

# Giovedì dalle 13,30 alle 15,30

# Venerdì dalle 9,30 alle 11,30

Il 2° e 4° venerdì del mese 10,30 - 12,30

Per urgenze: cell. 334 7596091

Per disponibilità personale e per offrire un maggiore servizio alla zona, la stessa dottoressa sarà in ambulatorio a Groppallo, il primo e il terzo lunedì del mese dalle ore 13 alle ore 14.

Da antichi riti pagani a tradizione cristiana: la Cascinella

Nelle pagine riservate a Brugneto, Beatrice Rebecchi riporta la storia e la tradizione di un’usanza della montagna e della Val d’Aveto in particolare: la Cascinella:

Nei giorni di Carnevale la tradizione vuole che in molti paesi si “bruci il Carnevale“: un rito che si perde nella notte dei tempi e che porta con sé un alone di magia.

Bruciare “la Cascinella”, in alcune zone italiane chiamata anche “la vecchia” è una tradizione antichissima. Per scoprire le origini bisogna retrocedere nel tempo fino alla Preistoria, quando si sviluppa la tradizione di bruciare un fantoccio a forma umana come rituale magico per scacciare la cattiva stagione e invocare l’arrivo della primavera. La vecchia è un fantoccio creato con rami e paglia: in qualche caso il Cascinella in preparazione a Colla-2fantoccio viene anche abbellito con vestiti, per rendere l’immagine della vecchia più reale.

Nel Paleolitico e nel Neolitico era un rito di fertilità e di fecondità; mentre per i Romani un rito propiziatorio per iniziare bene l’anno. La vecchia rappresenta la miseria, la fame, le disgrazie e il darle fuoco è bene augurante per il futuro. Con il propagarsi della religione cristiana la tradizione della vecchia si è sovrapposta con i riti della quaresima: probabilmente “la vecchia” è diventata la vittima dello sfogo popolare per il digiuno e l’astinenza, per la primavera che tardava ad arrivare, per l’orto che non dava frutti. Il giorno del rito della vecchia è quindi cambiato molte volte nel corso dei secoli. In Alto Adige, ad esempio, la si brucia nel giovedì di metà Quaresima; mentre in qualche paese dell’Emilia nella notte di San Giuseppe, il 19 marzo.

In Valdaveto, raccogliendo le testimonianze di anziani autoctoni, è emerso che a Colla, a Brugneto e nei paesini limitrofi, la Cascinella, dalla memoria della loro infanzia, si è sempre celebrata la sera della prima domenica di Quaresima, a pochi giorni dal martedì grasso e dal mercoledì delle Ceneri. Negli ultimi decenni, dato che “i giovani” che sono la forza-lavoro che fisicamente allestisce il falò, non sono purtroppo più residenti ma vincolati a scendere a valle la domenica sera per rientrare al lavoro al lunedì mattina, si è optato per festeggiare la Cascinella al sabato sera, anticipandola di 24 ore, così si può far festa fino a tarda notte e recuperare le energie il giorno successivo. Alcuni abitanti di Colla rammentano che, diversamente da loro, al di là del Mercatello bruciavano il falò il giorno stesso di Carnevale.

Per avere una fonte certa sulla tradizione del Carnevale bisogna risalire all’età napoleonica. Tra il Settecento e l’Ottocento, infatti, Napoleone ordinò un’inchiesta etnografica sugli usi e i costumi del Regno Italico. Ecco dunque che compare il rito, anche se viene elencato come un semplice falò senza attribuirgli rivendicazioni sociali e, men che meno, politiche. Dopo l’Unità d’Italia la vecchia torna a svolgere la sua antica funzione: da allora la tradizione non si è mai persa. A tenerla viva, soprattutto le campagne e i paesi di provincia. In città, infatti, non c’è la possibilità – in termini di spazio – per allestire un simile “spettacolo”.

I contadini, che più sentono viva questa tradizione, sono soliti accumulare rami delle ultime potature, paglia, arbusti. La tradizione vuole che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi. Il fuoco che si sprigiona dal falò della vecchia ha anche il compito di eliminare ogni malattia della sementi nascoste sotto terra e augurare raccolti abbondanti. Inoltre, in qualche paese, si dice anche che il calore propagato dal fuoco allontani gli insetti che possono essere nocivi per la crescita del foraggio.

A Colla e a Brugneto, oggi come un tempo, viene scelta una pianta lunga e dritta con il compito di fungere da pertica. Questo palo in dialetto viene chiamato arpsà; si scava un buco nel terreno in cui viene conficcato e issato; per tenerlo in equilibrio lo si lega con alcuni tiranti che vengono a loro volta fissati con dei paletti piantati a terra. Attorno ad esso si costruisce una struttura quadrata con piattaforma rialzata sulla quale viene poi accatastato il resto: legna, fascine, paglia, fieno, tarabaccole varie, seggiole spagliate, assi, panche e soprattutto cespugli di ginepro.

Il via ai roghi carnevaleschi era, ed è, il suono di un corno (nel parmense viene utilizzata la “lumèga” uno strumento fatto in casa che emetteva una sorta di muggito, scandendo il silenzio della notte). In Valdaveto ci si trasmette in dono da padre in figlio un “corno” strumento musicale popolare: si tratta di una conchiglia marina utilizzata come aerofono, ossia lo stesso principio fisico della tromba.

Sottolineiamo che anche il corno stesso ha origini antichissime: alcuni lo associano addirittura alla mitologia greca dove la conchiglia veniva usata come tromba, difatti Tritone, figura mitologica, figlio di Poseidone dio del mare e della nereide Anfitrite, aveva un corno di conchiglia che col suo suono calmava la tempesta e annunciava l’arrivo del mare.

Come ricordano gli anziani ai tempi della loro gioventù, quando i paesini erano affollati, al richiamo del corno tutti i falò venivano accesi e i paesi sembravano ritrovare la vita. Uno spettacolo insolito e affascinante. Il Carnevale stava bruciando.

C’era forte campanilismo e sana competitività: ognuno tifava per la sua squadra di paese, chi aveva il falò più alto, chi più duraturo, più luminoso. Tra i ricordi anche qualche dispetto e scaramuccia tra i ragazzini: qualcuno di nascosto aveva appiccato il fuoco alla Cascinella del borgo vicino, incendiandolo in anticipo (e di conseguenza facendo sfigurare i confinanti perché il loro falò sarebbe cessato prima).

La direzione del fumo veniva anch’essa tradotta simbolicamente: se il fumo andava all’insù sarebbe stato un anno magro e negativo per la raccolta delle castagne, al contrario se il fumo si spingeva piuttosto in basso sarebbe stata un’annata fruttuosa. Dal colore della cenere del falò, inoltre, anni fa i vecchi dei paesi sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme per il vento. Se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto.

Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano “incipriati” di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della

primavera. Nelle notti serene i puntini rossi di fuoco di Orezzoli, Selva di Cerignale, Casella, Curletti, Noce, Castelcanafurone, Colla, Brugneto illuminavano l’intera vallata emozionando gli spettatori. Per una speciale occasione il falò è stato allestito addirittura sulla sommità del Ciglio, il colle che si erge alle spalle di Colla. Sicuramente scomodo portare legna e persone fino lassù per festeggiare, ma collocata in quel luogo la Cascinella era ancora più visibile e spettacolare.

A Colla e a Brugneto, attorno al fuoco si radunano tutti gli abitanti e gli amici: vengono chiamati per l’occasione musicisti folk che con i suoni dei loro pifferi e fisarmoniche fanno riecheggiare l’atmosfera di un tempo. Si stappano allegramente le bottiglie, si mangiano le tipiche frittelle dette “farsò”, si canta, si ride, si chiacchiera e ci si ritrova nei locali della cosiddetta Baracca, dove le abili cuoche rifocillano i partecipanti alla festa con deliziose pietanze. Guardando il falò che brucia e pian piano si spegne i festeggiamenti proseguono tra danze popolari, partite a carte, canti corali.

La tradizione è rimasta, ma tutto l’alone magico che vi arieggiava intorno fino a pochi anni fa, sembra essere scomparso. In montagna, in special modo, questo è dovuto allo spopolamento. Il significato del rogo rimane però lo stesso: l’addio all’inverno, rappresentato dall’impalcatura/ fantoccio. E il benvenuto alla primavera, rappresentato dal bagliore delle fiamme. Dai giorni successivi al Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timide primule e violette nei fossati a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

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