Pandemia e territorio, il piccolo deve tornare ad essere bello

Cogliamo il momento di pausa per riflettere sulla realtà italiana e locale: dove vogliamo spendere le risorse statali?

Ho 65 anni con figli, e spero nipoti che vivranno su questo pianeta, in Italia o in Europa.  Come vorrei che fosse? Mi piacerebbe lasciare e lanciare, oggi, un messaggio positivo, vero, non teorico e lacrimevole, ma di lunga prospettiva. Il coronavirus ci ha insegnato molto, ben oltre il problema pandemico. Non è detto che riaccada, che si trovi un vaccino, che finisca presto: dovremo convivere? Ci sono uomini più sensibili e altri meno, gli asintomatici portatori saranno sempre di più, quale generazione sarà più esposta, quale condizione e situazione salutare è più a rischio? Tutte domanda lecite: la scienza spero, con i tempi tecnici e certi, arriverà a una soluzione definitiva o parziale. Non entro nel merito dell’urgenza sanitaria ed economica: tutto è giusto, tutto è sbagliato, tutto è precario, tutto è in itinere. Forse qualcuno ha sbagliato di più. Forse qualche istituzione nazionale ha dormito. Forse c’è stata faciloneria ai vertici di molti Stati. Questa drammatica pandemia insegna in primis, indipendentemente dal percorso che si vuol attivare, che siamo tutti nella stessa barca, italiani o olandesi, ricchi o poveri, sani o malati, sintomatici e asintomatici. Sia in termini economici che in termini sociali. Occorre tamponare oggi stesso con euro, tanti euro per mantenere una situazione già precaria, con meno danni possibili. Ma oggi stesso è obbligo essere lungimiranti. Per chi governa è fondamentale mettere insieme economia e socialità, finanza e investimenti, civiltà e innovazione. Ma Carpe Diem.

Cogliamo il momento. Mai e poi mai tanti Paesi nel mondo si sarebbero messi d’accordo su una “chiusura” utile per clima e ambiente, Gianpietro Comolli-2questo ha fatto capire molte cose a chi vuol capire e può decidere: si deve vivere in un mondo più sano e si può. Ma “totalmente” chiuso è giustamente impossibile: niente anarchia, autarchia, ma nuove regole, nuove leggi, nuovo modo di concepire continente per continente, più che dazi e muri pensiamo alla “mutualità” dei beni primari, almeno di quelli. L’Italia può cogliere l’attimo, dopo i primi mesi necessari per sanificare le ferite, aggiustare il tiro. Siamo chiamati a una prova assoluta. Non abbiamo bisogno di politicanti, sprovveduti al Governo, di scelte economiche dettate dalle ideologie partitiche e peggio ancora legate ai consensi elettorali, domani possono essere responsabili del nulla. L’eredità può essere pesantissima: altre scelte assistenziali possono portare al default dell’Italia fra 20 anni! Oltre che dare un ennesimo insegnamento negativo. Non ho letto, fino ad oggi, di una strategia di spesa statale di alto profilo, di rispetto diritti e doveri di tutti, ma allineati ai nuovi bisogni unitari e collettivi del paese, di una giustizia certa e egualitaria, una scuola utile al futuro indirizzo lavorativo, una sanità mirata che va verso il malato, la assistenza sociale e sanitaria del tipo di malato. E i grandi esperti, commissari, supertecnici? Sappiamo già delle distanza, della igiene, del rispetto delle norme. Credevo in una maggiore audacia, cogliere l’occasione per innovare il Paese, semplificare, tagliare i tanti rami secchi. Tutto fattibile in un momento in cui il Paese sente il bisogno di ripartire con nuova linfa, metodi, mezzi. Cogliere l’attimo per eliminare le leggi ad personam ed congrega che hanno privilegiato situazioni, modelli, filiere e lobbies.

Abbiamo ancora alcuni mesi davanti di rinunce e pericoli, scacciamo l’ansia, resta salvare la vita, il benessere, la civiltà, il futuro di generazioni. Perché non prendere atto che occorre ri-organizzare il piccolo e il grande, sia nella spesa domestica che Statale. Tutto ciò che fin ora è stato “mediano”, ci vorrà del tempo per recuperarlo perché i costi di mantenimento sono alti. In momenti di crisi pesante il deficit aiuta, ma l’Italia ne ha già troppo da portare. Abbiamo vissuto oltre le nostre reali possibilità. Dobbiamo saper tornare un po’ indietro con il sorriso e con la voglia di ripartire. Questo può avvenire solo se a tutti è offerta la stessa chanche, la stessa benzina. Nel settore privato la forma liberale di impresa e mercato è una molla che deve essere incentivata con eliminazione delle tare, degli eccessi fiscali, burocratici, favorendo le pmi, le start up non con dilazione dei debiti, ma con una sana moratoria e mutualità. Il piccolo deve tornare ad essere bello: una Piacenza da bere. Mentre il settore e gli uffici pubblici, viste le garanzia sindacali anticrisi, deve fare un enorme sforzo di dieta dimagrante, subito, senza accampare diritti acquisiti, senza freni a mano, senza bastoni in mezzo alle ruote: più tecnologia, innovazione, semplificazione, riduzione e più solidarietà e socialità diretta. Dopo 5-7 anni di cinghia tirata, si può riprendere un altro passo. Deve essere uno sforzo congiunto, pubblico e privato, non solo privato. Il Governo chiede responsabilità individuale e diretta agli italiani, chiede solidarietà e sostenibilità fra categorie sociali e produttive, chiede sacrifici in un momento estremo. Ma poi interviene in modo lineare. Ci vorrebbe più socialità liberale in questo momento. Abbiamo sempre chiesto solidarietà, sussidiarietà all’Europa…L’Europa ci guarda. Possibile che sia così difficile chiedere solidarietà fra gli italiani, fra ricchi e poveri, fra privilegiati per legge e abbandonati, fra chi lo stipendio lo ha continuamente ricevuto negli ultimi 3 mesi e chi arranca e arrancherà nei prossimi? Il diritto acquisito, la garanzia del posto fisso sicuro non possono rientrare nella socialità unitaria indivisibile della Costituzione che popone e incentiva anche le autonomie? Una donazione volontaria di chi è al sicuro, potrebbe essere un grande segnale all’Europa e anche a chi sta sclerando, altro che posticipare fisco, tributi, debiti, sanzioni…   

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