«Per favore non dimenticate: se sono già successe, le cose si possono ripetere»

All'istituto Tramello la toccante testimonianza dei coniugi Aida e Dario Foà, scampati alle deportazioni naziste - la prima a Siena e il secondo a Napoli - ma colpiti dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia del 1938

I coniugi Aida e Dario Foà

«Non è stato un bel vivere, ma nella vita ho imparato che bisogna avere la forza di ricominciare da capo. Io l’ho fatto, mi sono sposata e ho avuto tre bellissimi figli, l’unica cosa buona che ho fatto nella mia vita». Con queste parole si è aperto l’incontro su "Memoria e Shoah" che si è svolto nella mattinata di mercoledì 11 dicembre all'istituto Tramello, con tre ospiti importanti che hanno incontrato gli studenti della scuola. Si tratta di Aida e Dario Foà, coniugi scampati alle deportazioni naziste - la prima a Siena e il secondo a Napoli - ma colpiti dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia del 1938, e del musicista Beppe Carletti dei Nomadi. Accompagnati nella conversazione dal giornalista Mattia Motta, i coniugi Foà hanno raccontato la loro storia e ripercorso i dolorosi e difficili anni della loro infanzia.

«Anche se non siamo reduci dei campi di concentramento, abbiamo avuto una vita molto difficile: tutto iniziò nel 1938 quando mio padre rimase senza lavoro - buttato fuori dal Monte dei Paschi di Siena dalla mattina alla sera - e a noi bambini venne impedito di andare a scuola, se non in una classe speciale creata appositamente per i bambini ebrei, isolati da tutti gli altri», ha ricordato Aida Foà. Giornate interminabili alla ricerca di un lavoro da parte del padre, in quanto, all’epoca, era proibito dare un impiego agli ebrei. La svolta arrivò con il trasferimento della famiglia a Bologna, prima tappa del lungo peregrinare della signora Aida. Bastò un ammonimento - «non è più aria di stare a Bologna» - per fare in modo di spostarsi nuovamente, prima a Teglio e poi in Svizzera, passando per le Alpi accompagnati da tre contrabbandieri. Un padre, una madre incinta della seconda figlia e una bambina di appena dodici anni contro le intemperie, il gelo delle montagne e la paura di una traversata senza fine. 

«Una volta arrivati in Svizzera rimasi da sola nel campo di internamento, in quanto il viaggio tra le montagne aveva provato fisicamente sia mia madre che mio padre, che furono portati in ospedale e curati entrambi con un principio di congelamento. Qui mi successe una cosa molto “antipatica”, di cui ancora oggi fatico a parlare senza dolore: nell’ingenuità di bambina, pensavo che un ufficiale che era scappato - anche lui presente nel campo - fosse una persona gentile che voleva difendermi; invece mi mise le mani addosso, partendo dalle gambe per arrivare sempre più su. Riuscii a scappare, ma la paura fu tanta e mi rimase addosso», ha confessato con la voce rotta dall’emozione, supportata da un sentito e caloroso applauso da parte degli studenti. «Successivamente iniziammo ad essere spostati da un campo di internamento all’altro, prima di essere affidata ad una famiglia protestante a Zurigo che mi trattò come una vera bambina: con loro ebbi la possibilità di studiare e di inserirmi nel contesto sociale». Da Zurigo a Ginevra, per poi tornare finalmente in Italia e cercare di riprendere una vita normale. «Ho cercato di dimenticare tutto quello che ho sofferto, tenendo solo le cose buone della mia memoria», ha concluso.

Esperienza diversa quella del marito di Aida, Dario Foà: «Avevo 7 anni e improvvisamente non potevo più andare a scuola. Questa cosa mi offendeva molto, che cosa avevo fatto? Ero considerato un pericolo, bisognava difendere la "razza italiana": secondo il censimento del 1938, gli italiani erano 46 milioni mentre gli ebrei 44mila. Uno ogni mille non ebrei», ha raccontato. «Sono vissuto a Napoli, dove le retate naziste non hanno fatto in tempo ad espandersi perché i napoletani sono insorti. Sono esperienze che segnano e che fanno rimanere male, perché si perdono gli anni belli della scuola e delle amicizie: rimangono invece i ricordi di quando, camminando per strada, ci si sentiva urlare “guarda gli ebrei che stanno passando!”. Non è stato facile, ci ho messo molto tempo a digerire la cosa». Tra le numerose sofferenze, però, la soddisfazione di una lunga e bellissima storia d'amore: «Io e Aida ci siamo conosciuti casualmente. Lavoravo alla Olivetti e a un certo punto fui trasferito a Siena, dove c'era lei. Siamo sposati da 61 anni».

Al colloquio ha preso parte anche Beppe Carletti, anima e fondatore del gruppo musicale “I Nomadi”, che ha espresso il suo pensiero in merito ad un tema che sente molto vicino: «Sono stato ad Auschwitz quattro volte, accompagnando anche oltre 600 ragazzi delle superiori, e ci tornerò l’anno prossimo: quando vado nelle scuole dico sempre che bisognerebbe dare a tutti la possibilità di andare a visitare questi luoghi, perché purtroppo ci sono ancora persone che negano l’evidenza» ha aggiunto. «Nel nostro repertorio c’è una canzone intitolata proprio “Auschwitz”: all’epoca, verso la fine degli anni Sessanta, il ricordo era ancora fresco. Sono passati 40 anni, stiamo attraversando un momento storico con un’aria di odio incredibile che non fa crescere bene i ragazzi. Bisogna educare le nuove generazioni per tornare ad essere più civili».

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L'iniziativa è inserita nell'ambito di un percorso di collaborazione tra la scuola piacentina e l'associazione "Figli della Shoah", di cui Liliana Segre è presidente. Dal 4 al 17 dicembre, infatti, è possibile visitare la mostra dal titolo “Binario 21” sulla deportazione degli ebrei italiani e non solo, verso i campi di concentramento. Per partecipare basta telefonare alla scuola e fissare un appuntamento, con i giovani studenti a fare da guida nel percorso di ricordo.

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