“Una ferita nascosta troppo a lungo”, Piacenza rende onore alle vittime delle foibe

La cerimonia del 10 febbraio al giardino intitolato ai martiri delle foibe. Gli interventi del sindaco Barbieri e del prefetto Falco

Nella ricorrenza del Giorno del Ricordo, nella mattinata del 10 febbraio al Giardino Martiri delle Foibe tra via Trivioli e via Buozzi ha avuto luogo la cerimonia di commemorazione delle vittime delle Foibe e della tragedia istriana nel secondo Dopoguerra. Sono intervenuti, per ricordare l’importanza della commemorazione, il sindaco di Piacenza Patrizia Barbieri e il prefetto Maurizio Falco. Un momento di preghiera è stato officiato dal parroco di San Giuseppe Operaio, don Federico Tagliaferri.

IL DISCORSO DEL SINDACO PATRIZIA BARBIERI

Nella giornata dedicata al ricordo della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, il buio delle voragini carsiche che inghiottirono, tra il 1943 e il 1947, migliaia di vite, si imprime come il simbolo più forte dell’orrore e di una brutale disumanità che il tempo non può cancellare. Una ferita che ha segnato per sempre la coscienza del nostro Paese, ma troppo a lungo è stata rimossa e occultata da quella che l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, celebrando questa ricorrenza pochi anni dopo la sua istituzione, definì “congiura del silenzio”, esortando ad assumersi “la responsabilità di aver negato, o teso a ignorare la verità, per pregiudiziali ideologiche e cecità politica”.

Rievocare, oggi, ciò che è stato, significa guardare nella profondità di quelle fenditure senza chiudere gli occhi di fronte ai corpi gettati gli uni sugli altri – vivi e morti – di anziani e bambini, uomini e donne che subirono indicibili umiliazioni e sofferenze nel nome di un aberrante disegno di epurazione. Vuol dire ripercorrere il cammino doloroso di oltre 300 mila persone costrette a lasciare le loro case, il loro lavoro e le proprie radici a seguito delle persecuzioni perpetrate dai miliziani di Tito, volte ad annichilire ogni forma di opposizione al regime comunista jugoslavo e a cancellare l’identità italiana sul territorio di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia.

Piacenza rende onore, con questa cerimonia semplice e solenne, alle vittime di quella barbara violenza, che dopo l’8 settembre del ‘43 si abbattè con ferocia contro tutti coloro che venivano considerati “nemici del popolo”: ridotti alla fame, torturati, buttati in quelle fosse comuni così come si gettano, tra i rifiuti, gli oggetti ormai privi di qualsiasi valore. Come se la dignità e il diritto alla vita potessero davvero misurarsi in base alla provenienza geografica, alla nazionalità, alle convinzioni politiche. Eppure, la matrice dell’odio non si sarebbe fermata, ma divenne ancor più forte quando, nella primavera del 1945, il nostro Paese festeggiava la fine della guerra e la liberazione nelle piazze delle città italiane.

Le truppe di Tito occuparono Trieste, Gorizia e l’Istria. Si accanirono non solo contro i militanti di tutti i movimenti che non aderivano all’ideologia totalitaria del comunismo, ma infierirono sulla popolazione inerme e innocente, sulle donne e sui bambini, sugli insegnanti e sugli stessi partigiani italiani, sui cattolici e sugli uomini di chiesa. Tra le decine di sacerdoti che vennero uccisi in spregio all’abito talare, per il loro ruolo sociale di guida e riferimento nella propria comunità, c’era anche il Beato don Francesco Bonifacio. Aveva 34 anni, quando in una sera di settembre del 1946 venne trascinato nel bosco mentre rincasava lungo un sentiero. Di lui non si seppe più nulla, ma si disse che pregò fino all’ultimo, mentre le pietre lanciate dai suoi assassini lo colpivano per la capacità di coinvolgere i giovani, di resistere alla propaganda antireligiosa, per la sua tenacia nel difendere la propria fede.

Martire delle foibe come prima di lui Norma Cossetto, studentessa di Lettere all’Università di Padova, arrestata nell’autunno del 1943; il suo corpo, violato ripetutamente dagli aguzzini che l’avevano imprigionata, fu mutilato senza pietà prima di essere gettato nel ventre della terra. Lo Stato ha tributato alla sua memoria la Medaglia d’oro al merito civile, “per la luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”. Nella sua storia, come in quella di don Francesco, ritroviamo un senso autentico di solidarietà – per troppi anni taciuta, persino rifiutata – che abbraccia tutti coloro di cui ignoriamo il nome, per i quali non ci sono stati riconoscimenti ufficiali. E lo facciamo, ancora una volta, nell’impegno condiviso affinchè la conoscenza del passato sia custodita e trasmessa alle giovani generazioni come insegnamento di valore universale.

Perché di fronte a tanto dolore, nel riaprire ferite che non si sono mai rimarginate, non possono esserci parzialità né strumentalizzazioni. Chiunque creda nella democrazia, nella libertà, nella convivenza civile, nel rispetto delle persone e della loro dignità, non può che rifiutare ogni forma di oppressione fondata sulla violenza, ogni declinazione dell’estremismo nazionalista. Lo ha ribadito, proprio in occasione di questa giornata, il presidente Mattarella, definendo le foibe “una sciagura nazionale, un evento del passato cui i contemporanei non attribuirono, per superficialità o calcolo, il dovuto rilievo”.

Le sue parole ci ricordano non solo che “quegli episodi tragici ci insegnano che l’odio, la vendetta e la discriminazione germinano solo altro odio e violenza”, ma richiamano anche al dovere di “coltivare la memoria per contrastare, nel presente, piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”. Perché, ha aggiunto, “l’angoscia e la sofferenza delle vittime restano un monito perenne contro le ideologie dei regimi totalitari, che in nome della superiorità dello Stato, del partito o di un presunto ideale, opprimono i cittadini, schiacciano le minoranze e negano i diritti fondamentali”.

Su questo, oggi, dobbiamo riflettere con responsabilità e consapevolezza. Solo così potremo rendere un omaggio sincero e significativo alle famiglie spezzate, alle ragazze e ai ragazzi che non hanno potuto realizzare i propri sogni, a tutti gli italiani che sono stati, per troppi anni, profughi nel loro stesso Paese. Non dimentichiamoli.

IL DISCORSO DEL PREFETTO MAURIZIO FALCO

Abbiamo sempre meno testimoni diretti di quelle pagine nere di guerre fratricide che il secolo breve, il 900, ha lasciato che si scrivessero sulle strade delle nostre comunità. Anche oggi, in tutta Italia, saranno consegnati riconoscimenti a sopravvissuti o familiari che hanno custodito per tanto tempo da soli, all’interno della propria linea di discendenza, il ricordo delle sofferenze subite di un razzismo poco impresso sulle pagine della storia. Troppe volte impegnati a fare e disfare i conti delle atrocità contrapposte, non dobbiamo perdere l’unica grande ed assorbente eredità di quei sacrifici: che è il rifiuto senza se e senza ma della violenza come strumento di relazione tra popoli e tra persone. Il mio rinnovato invito è a smettere di levigare la punta acuminata di parole che non ambiscono a ricostruire tutti i fatti accaduti ma solo ferire l’avversario politico.

Piuttosto, sarà utile arrotondare il senso di ciò che si ricorda, offrendo ai ragazzi più solidi appigli per avanzare verso il futuro con le armi della ragione. E della comprensione come presupposto del perdono e della condivisione. Tutto questo significa dare allo scorrere del tempo un valore positivo, dentro il quale scolora l’odio e riprende la ricerca dell’impegno comune. Il 27 gennaio mi sono permesso di ricordare una vicenda personale di studente, e mi rivolgo soprattutto ai ragazzi, citando la passione di un mio professore di liceo che amava Tucidide, il grande storico greco. Quest’ultimo viveva il tempo della la Guerra fratricida del Peloponneso già consapevole che la propria attività di cronaca sul campo, per diventare vera storia, aveva bisogno del riconoscimento delle ragioni di tutti, anche di quelli dall’altra parte; e che il tempo, solo il tempo avrebbe fatto consolidare un messaggio universale chiaro degli accadimenti, consentendo alla storia di essere davvero “possesso perenne” della cultura di un popolo;

Evocava una adeguata prospettiva di lontananza da persone ed eventi narrati, per non scivolare nella emotiva ricostruzione di parte. Ebbene, seguendo questa tesi, dobbiamo ammettere che forse non è passato abbastanza tempo se continuiamo ad essere sedotti dall’approccio divisivo tra Vincitori e Vinti. E se rinnovate polemiche contrappongono diverse verità a scopo strumentale nel presente.

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Il suggerimento di chi ha l’onore di rappresentanza dello Stato sul territorio è dunque soprattutto ai ragazzi, che abbiamo voluto incontrare anche qui, a pochi giorni di distanza dalle manifestazioni del giorno della Memoria. Questo perché il rischio di superficializzare la lezione della Storia di veri e propri orrori merita un continuo monitoraggio delle sensibilità giovanili. Notizie diffuse in questi ultimi giorni sembrano confermare l’opportunità di non abbassare la guardia verso gesti che paiono obbedire più ad una sfida vigliacca di frustrati che a minacce reali di sistema: come accaduto con gli atti vandalici contro le lapidi commemorative a Massa Carrara, e Casale Monferrato. Ma è il rimbombo virale ed acritico su media e social che preoccupa chi ha responsabilità istituzionali verso la Comunità. L’invito che faccio a voi giovani, allora, è di non tralasciare alcuna fonte attendibile (lettura dei libri innanzitutto) che racconta le vicende tristi della nostra Storia patria recente: ma orientandovi attraverso la stella polare dei principi universali non negoziabili, la condanna della violenza in ogni direzione e manifestazione sociale. Per quanto attiene alla parte più difficile ma necessaria il consiglio è quello di non consegnare all’oblio le più drammatiche considerazioni sui fatti di cui anche in parte, e da ogni parte, pure i nostri antenati si sono macchiati. Perché dimenticare significa essere più poveri di riferimenti e riflessioni, non più leggeri dal peso delle responsabilità passate. E soprattutto non ci libererà mai dal dovere di impedire che analoghi accadimenti possano riproporsi proprio perché si è negato il vero messaggio che ci proviene dalle mille ricerche e ricostruzioni.

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