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Piacenza e Racalmuto accomunate da un filo rosso pomodoro

Un virtuale Salsa Day binomio di produzioni e culture

La prima fabbrica di conserva della provincia di Piacenza vedeva la luce agli inizi del Novecento, precisamente nel 1906. Nella località Ca’ Blatta, nel comune di Rivergaro, la Società Giuseppe Orsi & C. iniziava la lavorazione dell’“oro rosso”: la produzione della conserva del pomodoro. Bisogna arrivare agli anni sessanta per raggiungere il picco della produzione industriale con la Coop s.r.l. Agricoltori Riuniti Piacentini (A.R.P.). Fino a giungere ai giorni nostri dove, basta guardarsi intorno per ammirare campi sterminati della nostra pianura ricamati da un armonico intreccio di filamenti verdi e macchie rosse, quasi tele stese di un ispirato Pollock. Bene. È il caso di dire che un filo rosso, ma più che un filo, un vero fiume in piena ha unito, in questo Agosto, Piacenza a Racalmuto. Racalmuto ex paese minerario posto sull’altipiano dei monti Sicani, ha riscoperto il pomodoro e le sue qualità. Nessuna concorrenza, beninteso, sul piano commerciale ma vicinanza e condivisione di valori inerente la popolare bacca rossa, tanta condivisione. Nel caso specifico, a Racalmuto parliamo di produzione locale destinata ad un consumo prevalentemente familiare, dove la predominante caratteristica è la salvaguardia biologica del prodotto. La manifestazione del giorno della salsa faceva parte di un percorso sulla sana alimentazione, un progetto titolato ambiziosamente “Nessuno Escluso”.

Il pomodoro, importato dalle Americhe, alimento conosciuto dagli Inca e dagli Aztechi, si diffuse dapprima nel Sud Italia - in Sicilia era conosciuto come “pumu d’amuri” anche per recondite proprietà afrodisiache che gli si attribuivano -  solo dopo la spedizione dei Mille venne coltivato anche al Nord. Che coincidenza! Conosciuto come “pomo dell’amore”, il pomodoro non poteva essere celebrato che in una location che ricordava proprio l’Eden, il Paradiso Terrestre prima del peccato originale. Tant’è che le casse di pomodoro si assiepavano in un verdeggiante giardino con il terreno cosparso di gialla paglia che rimandava all’aia delle masserie. L’innocenza del nostro Paradiso era rappresentata da una moltitudine di bambini che seguivano i lavori di trasformazione del frutto, sporcandosi le mani di rosso ed imbrattando i vestiti con i tanti semini che schizzando aderivano alle magliette e disegnavano nuove costellazioni, cosicché man mano andavano avanti i lavori, universi sconosciuti si andavano disegnando. Questo Eden era il Giardino “Ad Maiora”, un centro ricreativo e culturale per ragazzi creato da una energica e preparata educatrice: Maria Mulè.  L’iniziativa è stata ancora più meritevole d’attenzione perché concludeva un percorso, l’African-Camp, durato due mesi, un viaggio alla scoperta del continente africano, della sua cultura, dei suoi colori, dei suoi suoni. E tutti noi sappiamo bene come serva tanta conoscenza per superare la diffidenza verso altri popoli, passo indispensabile per una integrazione necessaria, per una buona convivenza in una società multietnica come è diventata la nostra.

Numerosissime le varietà di pomodoro, circa duecento. Tutti conosciamo la varietà più diffusa nelle coltivazioni piacentine, qualità con una buona resa come il “Caliendo”, coltivato perché esprime al meglio le sue potenzialità in campi irrigati. All’opposto in Sicilia vengono coltivate varietà “siccagne”, piante che non hanno necessità di apporto idrico, è infatti cronica la mancanza d’acqua in molte zone agricole (e non solo).

Il deus ex machina dell’iniziativa va individuato nel “contadino” Lillo Bio. All’anagrafe Calogero Alaimo Di Loro presidente dell’Associazione Culturale Humus. Già noto a Piacenza perché divulgatore del prototipo EIOVI, progetto sulla biosostenibilità nella gestione della vite, sviluppato dall’ Università Cattolica di San Lazzaro in Piacenza, come riportato dal quotidiano Libertà del 24/3/2014 e dal libro “2014” di C. S.  

Piacenza e la Sicilia, un inscindibile binomio culturale che si esprime, come ogni volta ci è dato sottolineare, nelle più alte e svariate manifestazioni civili e religiose. Sulla polpa fresca come sulle conserve del pomodoro crudo sappiamo quasi tutto, quello che molti non sanno è il procedimento con cui si lavorava il pomodoro a secco, quello che potremmo paragonare al concentrato.

Come per la coltivazione del pomodoro nella pianura Padana si fa un uso costante della risorsa idrica, così in Sicilia per la conservazione a secco si ricorre alla risorsa più naturale a disposizione, il sole. Tant’è che “l’astrattu” si può definire un elioconcentrato. Il pomodoro una volta bollito e ristretto in un pentolone, passato a setaccio, si stende poi su una “tela”, una vera e propria tela di cotone sostenuta da una cornice di legno: un supporto degno di un vero capolavoro artistico. L’impasto cremoso della salsa, esposto al cocente sole estivo, viene girato con un cucchiaio molte volte, fino a raggiungere una consistenza tale da potere essere conservato in un barattolo o in appositi recipienti in ceramica e coperto da un filo d’olio d’oliva che ne preserva la fragranza. Era un rito. Un rito che è stato ripetuto. D’altronde, la sacralità era propria di ogni attività stagionale che si svolgeva nella scomparsa civiltà contadina.

Abbiamo parlato di pomodoro, di economia, di produzione biologica. Di tradizioni e di storia. A dimostrazione delle connesse attività umane e delle reciproche interdipendenze. Tutto per lanciare un chiaro messaggio alle presenti e future generazioni: bisogna preservare la natura. Gli elementi naturali che la compongono: l’acqua, il sole, la biodiversità. Senza una sana educazione alimentare ci si ammala e si sperperano risorse, questo il messaggio che spero sia stato raccolto e fatto proprio dai ragazzi presenti e stante le loro mani tinte di rosso ed i loro grembiuli imbrattati credo l’abbiano capito.

                                                             

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