Piacenza nella grande guerra si vestì idealmente di grigio verde e sostenne soldati e cittadini

Illustrate dal dottor Lombardi alla Dante Alighieri le tante iniziative messe in campo dalla comunità piacentina

Il riconoscimento

Nella prima Guerra Mondiale tutta Piacenza vestì idealmente il grigio verde, il colore della divisa con la quale i soldati italiani affrontarono le pietraie del Carso e i monti del Trentino. Alla nostra città, allora di 62mila abitanti, perché  classificata “Zona di guerra”, fu applicato il “diritto bellico” con l’estensione alla popolazione civile dei poteri normativi e di controllo dl Comando Supremo con conseguente limitazione della libertà di movimento e di opinione, della libertà di riunione e associazione e con la possibilità di essere destinataria di bandi e ordinanze con valore di legge senza vincoli di procedure; comprese le requisizioni di materie prime e alimentari e di attrezzature necessarie ai bisogni della guerre. I piacentini accettarono con consapevolezza di causa queste limitazioni e, come detto, uomini e donne, indossato idealmente il grigio verde, hanno costantemente dato il loro contributo per tutta la durata della guerra. 

L’argomento è stato oggetto della interessante conversazione del recente appuntamento della Dante Alighieri illustrato dal dottor Filippo Lombardi, il noto medico piacentino che nel corso degli anni a fianco della attività professionale, ha coltivato la personale passione per gli studi storici soprattutto per la storia militare locale, che lo ha portato a pubblicare diversi volumi di successo ( tra questi la Storia della Croce Rossa), oltre a scrivere centinaia di saggi e articoli. Trai tanti riconoscimenti l’onorificenza di Cavaliere “Al merito della Repubblica Italiana”.

Nel corso della Prima Guerra Mondiale Piacenza divenne così uno dei fronti interni, concetto che rimanda all’idea di una guerra che coinvolse la totalità della popolazione: chi non era al fronte a combattere doveva essere pronto a sostenere la guerra attraverso altre attività che a Piacenza sorsero fino a costituire una fitta e proficua tela di solidarietà coinvolgendo le istituzioni,  i civili e le truppe e nell’ambito della comunità intera. Lombardi ne ha fornito efficacie rappresentazione ricordando l’Ospedale militare, i collegi Morigi, Orsoline e Alberoni trasformati in Ospedale militare unitamente a diverse strutture scolastiche. Ci furono poi la Scuola Samaritana: infermiere volontarie che prestavano servizio negli Ospedali Militari e al Posto di Ristoro della stazione ferroviaria, il Comitato Pro Mutilati: ospedale per mutilati presso la scuola Giordani. 

Sul fronte una dotazione importante fu lo Scaldarancio, rotolo di carta impregnata di paraffina o grasso per permettere ai soldati di scaldare sul fornelletto da campo la razione di viveri.

Importanti furono le iniziative di assistenza ai soldati: l’Ufficio Notizie che situato a palazzo Costa in via Roma era un tramite fra il Paese e l’Esercito nel dare alle famiglie, che le richiedevano, informazioni sui combattenti. Le Madrine di guerra svolgevano attività in modo spesso anonimo scrivendo e inviando doni a un soldato prescelto fra quelli più poveri o senza possibilità di scambi epistolari. C’era il Comitato Pro Lana costituito da centinaia di donne piacentine che nel corso della guerra hanno realizzato capi di maglieria per proteggere i soldati dal freddo invernale, mentre il Comitato pei doni natalizi  nel mese di dicembre inviava ai soldati combattenti e ammalati, soprattutto alla Brigata Piacenza, bottiglie di vino e marsala, panettoni, biscotti, arance, mandarini, limoni, mele, frutta secca, fogli di carta e matite. Sostegno era fornito dal Comitato Assistenza ai prigionieri di guerra e dall’ Opera pel pane ai prigionieri: preparazione di pacchi e gallette da inviare ai piacentini prigionieri con intermediario la Croce Rossa. Furono operativi anche la Casa del Soldato, dotata di biblioteca, giornali, corredo di scrittura e con persone dedicate all’assistenza nella compilazione di  pratiche burocratiche, tra le quali, concesse ai figli di agricoltori, le licenze per compiere lavori stagionali, e ancora:  le Donne Tramviere e un singolare Comitato pei sigari ai soldati combattenti. Altrettanto imponente fu la solidarietà rivolta all’assistenza famiglie e orfani, il Comitato di Soccorso per le Famiglie Povere dei Richiamati alle Armi: elargizione sussidi e assistenza sanitaria e scolastica, Il Patronato provinciale per gli orfani dei contadini morti in guerra (l’82% dei caduti erano contadini e quindi le campagne furono colpite molto più delle città); l’Istituto Pupilli della Patria: voluto al Collegio Alberoni dall’ing. Ettore Martini presidente dell’Istituto, garantì la frequenza all’asilo e alle scuole pubbliche. A ciascuno fu assicurata una preparazione ed un avviamento al lavoro tramite la scuola professionale. 

Fra le conseguenze della Grande Guerra va considerata anche l’espansione della società industriale. A Piacenza furono numerose le fabbriche riconvertite alla produzione bellica e numerosi gli opifici militari. Diverse migliaia di uomini e poi anche donne e minori dai 16 anni furono impiegati in questa industria. Erano civili ma sottoposti a leggi e regolamenti militari. Limitatamente alla Direzione di Artiglieria nel periodo 1915 -1918, gli operai civili salirono da 110 a 1416; le donne da zero a 798.



 

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